Ascolta & Leggi: 27 Gennaio 1945 / 27 Gennaio 2019

Quando questa lettera vi giungerà, io sarò già passata ad altra vita. Quel che più mi sorprende è la calma di questi momenti, non avrei mai creduto che dinanzi a morte sicura riuscissi a ragionare ancora così: deve essere il mio ideale a sorreggermi. Da sette giorni sono nelle loro mani, non posso dirvi tutte le torture alle quali mi hanno sottoposto. L’altro ieri mi hanno fatto 4 iniezioni che mi hanno resa incosciente. Quando mi sono ripresa, mi sono accorta che la vista era diminuita. Mi hanno messa qui perché si rimarginino tutte le ferite che ho per il corpo. Dopodichè, hanno già detto che mi appenderanno ad un pezzo di corda e che avrò l’onore di riportare l’impiccagione a Ravenna. Gigi e Arrigo sono già morti. Vorrei tanto che il mio corpo venga tumulato vicino a loro; saremmo un bel trio.
Ora ho una febbre da cani, faccio sforzi tremendi per ragionare e scrivere. Ora penso soltanto che, uccidendomi, essi non fermeranno il corso della Storia; essa marcia precisa ed inesorabile.
Io me ne muoio calma e tranquilla. Ma coloro che si sono arrogati il diritto di uccidermi saranno altrettanto calmi e tranquilli?

Paola Garelli

*

ANNIVERSARIO, 9 SETTEMBRE

Questo è il giorno in cui iniziò la tua agonia.
Non riesco a richiamarlo alla mente
Ma non posso dimenticarlo.
Dopo Auschwitz, disse Adorno,
Nessuno dovrebbe scrivere poesia.
Che cosa è la poesia? Dopo Auschwitz?
Io scrivo, tuttavia. Altri scrivono.
In che altro modo potremmo
Uscirne fuori?
Perché dentro, vince l’oscurità.
Oscurità. Luce mattutina. Il tuo risveglio
Colmo di speranza, oggi, cinquant’anni fa.
La frontiera innanzi a te: salvezza, libertà.
L’eccitazione, l’esaltazione.
Il sole che splende soavemente
Poi all’improvviso l’intoppo: gli arresti,
Le retate. Ansia, agitazione, terrore,
mani che forse si torcono, mani che ricordo
La mente non può mettere ordine…
Le parole vengono meno…
Ma io continuo a balbettare.

Hilda Schiff

*

LA GARANZIA

Nel Sonderkommando
Ti erano garantiti
Tre mesi di lavoro
Latte pane lenzuola pulite
Cioccolata dolciumi cognac
E tre mesi di vita.

Lily Brett

*

VEDUTA AEREA DI UNA SCENA INDUSTRIALE

C’è un treno sulla rampa, scarica gente
che cade dai vagoni ed incespica verso il portone.
Le ombre dell’edificio si inclinano sul campo,
dietro ogni ombra una più lunga
e da quell’ombra sguscia un’ombra di fumo
nero come terra appena arata. Oltre il portone,
un piccolo giardino e qualcuno inginocchiato.
Sta forse tastando le gialle fioriture
per vedere quali hanno attecchito e quali avvizziranno,
avvinghiate a un pomodoro verde che cresce.
La gente fa resistenza ma è spinta a forza verso il portone aperto,
e quando entrerà vedrà il giardino
e qualcuno, egli stesso giardiniere, anelerà a
buttarsi in ginocchio, per districare rampicanti,
strappare erbacce, rinfrescarsi le mani nella terra umida.
Moriranno presto, questione di minuti.
Anche dalla nostra altezza, vediamo sulla fotografia
l’ombra dell’aereo che, scura e immensa, si stampa
su Birkenau, con un’ala nera che ombreggia il giardino.
Non possiamo dire quali sono le guardie e quali i prigionieri.
Siamo osservatori. Ma se avessimo delle bombe, le lanceremmo.

Andrew Hudgins

*

LETTERA ALLA MADRE

frammento

[…] Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke, Birkenau, 1943

*

RUDOLF HÖSS

Cultivez votre jardin! —
ripeteva il comandante di Auschwitz
a imitazione di Voltaire.
E perché no?
… Ma se il suo giardino
si trovava in prossimità
dei quattro crematori
dove ogni giorno bruciavano
migliaia di cadaveri.

Julius Balbin

*

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui non chiedere memoria.

Flavio Almerighi

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