ascolti amArgine: Nove Settembre 1998 – Nove Settembre 2018: e sei nella mia mente.

Dove’eri tu quand’è morto Lucio? – Ero in Montagnola a Bologna a guardare dentro due statue sporche di traffico, bianche un tempo. E non trovai il cuore che cercavo, perso oltre due anni prima. Gli esercizi obbligatori estetici terminarono molto dopo quelli etici. (Flavio Almerighi)

“Basta, devo sempre sospettare di tutti. Non mi vedrete mai più. Comunicherà al mio pubblico solo attraverso le canzoni”. Fermò la contingenza alienante per abbracciare l’inflessibilità dell’essenziale, radicalizzando il suo anticonformismo sviluppato all’ennesima potenza. Mollò Mogol scegliendo Panella, invertendo alchimie e ritmi di melodie strillate da chiunque accesi di notte i falò d’estate. Niente più ‘Acqua azzurra’, ‘Dieci ragazze’ e ‘Non è Francesca’, ma sperimentali rotture (Don Giovanni) in salsa dada (Hegel) per avanguardie post-moderne tradotte in suoni incomprensibili al grande pubblico.

Affrontata la prima malattia, proseguirono imperterriti gli attacchi del robusto ‘Fronte anti-battistiano’, il tentativo di lederlo nell’intimo rifugio costruito con meticolosa gelosia. Foto e filmati pirata. Note hip hop col dente avvelenato (Battisti dove sei? Esisti o non esisti?), fino ad un’inedita caccia al Battisti, con il primo canale di Stato impegnato nel nuovo gioco di società, l’abbattistamento condito da steccate polemiche della solita intellighentia. L’apice fuori un supermercato dell’alta Brianza, un anno prima dell’ultimo, esile, respiro tirato in una solitaria in una camera di terapia intensiva del San Paolo di Milano: Lucio salutò levando al cielo il dito medio. L’ultimo sussulto di un progetto ribelle studiato in ogni minimo particolare. Fuori dagli schemi infranti e alla riconquista dell’Io. “Io non sono un personaggio, ecco perché non voglio si parli di me”: 9 Settembre 1998, lunga vita alla memoria di Lucio Battisti, umanamente uomo!
(tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/08/lucio-battisti-19-anni-fa-la-morte-del-cantautore-anticonformista-ma-mica-fascista/3844869/ )

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15 pensieri su “ascolti amArgine: Nove Settembre 1998 – Nove Settembre 2018: e sei nella mia mente.

  1. Battisti è un musicista ispirato e abile che ha vestito di note le parole di Mogol e danzato intorno ai versi di Panella. Qui bisognerebbe tentare di leggere lucidamente. Mogol è uno scaltro creatore di atmosfere, Panella è un autore di forte consapevolezza letteraria che, intenzionalmente, distrugge il castello emotivo di Mogol, che tanta presa aveva avuto sul pubblico, capace di farsi coinvolgere da storie e sentimenti ma del tutto immaturo e incapace di filtrare l’operazione culturale che Panella propone. E bisogna stare attenti anche a giudicare il valore dei testi che Panella scrive per Battisti, che nell’ambito della forma-canzone vogliono intenzionalmente fare terra bruciata, come a dire all’ascoltatore: attento, c’è ben altro oltre alle atmosfere che ti catturano e ti fanno emozionare, c’è un universo della parola che ti sfugge. Da notare che mentre nei brani Mogol-Battisti c’è una fusione e una compenetrazione tra testi e parole, nei pezzi a firma Panella-Battisti parole e musica è come se si inseguissero senza fondersi mai. Perchè la parola poetica, quando è tale, non ha bisogno di musica per essere sentita: riverbera sé anche nel silenzio.

  2. Articolo sintetico e completo 👍 .
    Adoro moltissime delle sue canzoni 😍 . Non credo di conoscere proprio tutte le sue canzoni, ma Battisti e Mogol penso siano stati il miglior duetto. Solo, Battisti non cercava la fama, cosa alquanto rara… e, intanto, i giornalisti gli stavano addosso in una maniera esagerata…

  3. oltre i testi, per me quasi tutti splendidi, rimane la voce, una voce che salda alle parole e graffia il senso stesso del cantato, una sorta di meravigliosa pittura. Grande uomo e artista. Grazie

  4. Quando Lucio Battisti pubblicò il primo disco con Pasquale Panella (“Don Giovanni”), la prima cosa che pensai fu: devo rintracciare questo genio (Panella, intendo). Non ricordo come, ma tempo dopo riuscii a procurarmi il suo numero di telefono di casa (forse semplicemente era sull’elenco). C’era una segreteria, io lasciavo messaggi tipo “Buongiorno, sono Aldo Vitali, lavoro al Giornale, vorrei mettermi in contatto con lei”. Gli davo il mio numero, ma Panella non richiamava mai. Poi un giorno cambiai messaggio: “Buongiorno, sono Aldo Vitali, sì, quello che lavora al Giornale. Ma soprattutto ci tengo a dirle che sono un appassionato di letteratura inglese e in particolare di Laurence Sterne”. Certo, saprete tutti chi è Sterne; ma se qualcuno lo ha dimenticato, ricordo che si tratta di uno scrittore inglese del Settecento che, proprio mentre veniva “inventato” il romanzo, scrisse un antiromanzo, dove la prefazione è al tredicesimo capitolo, alcune parti sono in bianco, altre in nero, ci sono digressioni, nonsense, avanti e indietro nel tempo e l’io narrante, il protagonista, nasce quando il romanzo è cominciato da un bel pezzo. Insomma, smontò la forma-romanzo quando il romanzo era ancora nella culla e pochissimi scrittori vi si stavano dedicando. È considerato, per intenderci, un precursore di James Joyce. Si intitola, questo libro epocale, “La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo” (e io, lo dico con orgoglio, faccio parte del… fan club ufficiale di Sterne, che ha sede a York, la sua città, e pullula di professoroni). Tra i fan italiani di Sterne ci sono Enrico Ghezzi e Aldo Busi. E anche Umberto Eco andava pazzo per lui.
    Beh, la parola Sterne fu la password: una sera Panella mi telefonò, e da lì cominciò una lunga frequentazione telefonica. Lunga anche perché le telefonate duravano ore: affrontavamo argomenti di ogni genere senza porci limiti, se non il braccio anchilosato e l’orecchio rosso per via della cornetta. Di Battisti parlavamo poco; Panella tendeva a minimizzare la sua opera, mi diceva che scriveva le canzoni in pochi minuti (non una, tutto un album) su un foglietto, a mano, e poi Battisti le inseriva a forza nelle musiche. Era un autore molto richiesto (“Vattene amore”, seppure senza firmarla, la scrisse lui) e molti cantanti usavano il suo genio di nascosto. Ridevamo molto del fatto che i suoi testi sembrassero incomprensibili, mentre a renderli complicati era solo la scansione del verso che Battisti faceva a modo suo, magari spezzandolo per esigenze di metrica.
    Passarono gli anni, non so quanti, qualcuno, e dal Giornale passai alla Voce, seguendo Indro Montanelli nell’avventura più divertente, rocambolesca e folle della mia carriera. E coerentemente con la bizzarria del progetto, grazie ai miei “poteri” di capo degli Spettacoli affidai una rubrica a Panella. Si intitolava come una sua canzone (sua e di Lucio), “Per altri motivi”. Era libero di scrivere quello che voleva, e scriveva davvero quel che voleva. Non tutto era chiarissimo, ma era tutto molto bello e poetico. I lettori ne andavano pazzi, io ricevevo ogni settimana un fax col suo testo e lo mettevo in pagina senza cambiare una virgola (ce n’erano molto poche, tra l’altro): qualunque cosa avessi toccato, sarebbe venuto giù tutto, come un muretto di Lego a cui togli il mattoncino fondamentale.
    Andammo avanti così per più di un anno, per la gioia dei lettori e con l’invidia degli scrittori “normali” che scrivevano nelle pagine della cultura e che continuavano a protestare con Montanelli per quell’intruso di successo.
    Finché un giorno, in vista di Ferragosto, commissionai a Panella una pagina intera. Lui mi disse: “Scriverò un romanzo in una pagina”. Con questo non voleva dire che avrebbe scritto un racconto di una pagina o un riassunto di un romanzo. Intendeva dire che avrebbe scritto un romanzo vero e proprio, che sarebbe stato tutto in una pagina e che quindi avrebbe avuto salti e omissioni, costringendo il lettore a una specie di ginnastica mentale.
    Ne uscì un capolavoro.
    Ma il giorno dopo Ferragosto, entrando in redazione, trovai un foglietto sulla scrivania: “Il direttore ti vuole parlare, chiamalo subito”. Montanelli era in vacanza a Cortina, circondato dagli scrittori che odiavano Panella e che chiedevano la sua testa. “Tu sei pazzo!” mi disse al telefono. “Quella roba incomprensibile sul mio giornale è un affronto”. Cercai di difendere Panella portando come prova le centinaia di lettere ricevute da lettori entusiasti. Niente da fare, Montanelli era irremovibile. “Vengo a Cortina a spiegare…” dissi. Ma non mi fece finire: “Risparmiati il viaggio, caccia quel Panella altrimenti caccio te”.
    Chiamai Panella e gli raccontai tutto. Si mise a ridere: “Essere cacciato da Montanelli è una medaglia” mi disse. La rubrica fu sospesa, tra le proteste dei lettori.
    Poi cambiai giornale e tornai a far scrivere Panella. Stavolta senza incidenti.
    Oggi “Lino”, come lo chiamano gli intimi (o “il maestro”, come lo chiamo io) non è più irraggiungibile, scrive canzoni firmando col suo nome, collabora persino a “Techetechete’” (a cui ha regalato il titolo che, dice, si conclude con un apostrofo perché in realtà la parola andrebbe avanti all’infinito). Le canzoni battistiane del “periodo Panella” cominciano a essere capite e apprezzate. I contemporanei le odiavano, i grandi critici dei giornaloni davano del cretino a Battisti, a Panella e anche modestamente a me, che ero tra i pochi che scriveva recensioni entusiastiche (ancora oggi di Battisti io ascolto quasi esclusivamente quei cinque dischi “bianchi”).
    Ogni tanto io e il grande Pasquale Panella ci sentiamo al telefono, ridacchiamo, ci raccontiamo aneddoti e soprattutto ci vogliamo bene.
    Non ci siamo mai visti di persona.

    Aldo Vitali
    ex Raincheck, oggi direttore di “TV Sorrisi e Canzoni”

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