ascolti amArgine: Mad World – Tears For Fears

Il brano è del 1983, terzo singolo tratto dal loro album d’esordio The Hurting. Molto nota è la cover realizzata da Gary Jules per la colonna sonora del film Donnie Darko.

Ai pischelli che vogliano sapere di più su questo duo:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tears_for_Fears

Tutto intorno a me sono volti familiari
Luoghi logori, facce consumate
Lustre e pronte alle loro corse quotidiane
per andare da nessuna parte
Le loro lacrime stanno riempiendo occhiali
senza espressione
Nascondimi la testa voglio affogare il mio dolore
Nessun domani
E trovo che sia triste e divertente
I sogni in cui muoio sono i migliori che abbia mai fatto
Trovo difficile dirti perché sia così duro da affrontare
quando le persone corrono in circolo è tutto
un mondo pazzo
I bambini aspettano il giorno in cui si sentiranno bene
Buon compleanno
Fatto per far sentire loro
il modo in cui ogni bambino dovrebbe stare
Siediti e ascolta
Sono andato a scuola e sono stato molto nervoso
Nessuno mi conosceva
Ciao insegnante dimmi qual è la mia lezione
Guardami attraverso, guarda dritto attraverso di me
Lo trovo triste e divertente
E’ un mondo pazzo
Ingrandisci il tuo mondo
E’ un mondo pazzo

All around me are familiar faces
Worn out places, worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere, going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression, no expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow, no tomorrow
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you ‘cause I find it hard to take
When people run in circles it’s a very, very
Mad world
Mad world
Mad world
Mad world
Children waiting for the day they feel good
Happy birthday, happy birthday
Made to feel the way that every child should
Sit and listen, sit and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me, no one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me, look right through me
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you ‘cause I find it hard to take
When people run in circles it’s a very, very
Mad world
Mad world
Mad world
Mad world
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you ‘cause I find it hard to take
When people run in circles it’s a very, very
Mad world
Mad world
Enlarging your world
Mad world

Sosteniamo la pubblicazione di Coppie Minime di Giulia Martini

E’ il caso di dirlo, non like ma opere concrete! Sento di stimare Giulia Martini per come si pone, la massima umiltà e consapevolezza di avere ancora tanta strada da fare sulla via di una maturazione artistica completa. Ho letto alcuni pezzi tratti dal libro in uscita, e penso sia necessario sostenere l’iniziativa del crowdfunding proposta da Interno Poesia, qui:

https://internopoesia.com/libri/coppie-minime/

l’iniziativa è a buon punto, manca poco all’obbiettivo, ma mancano pochi giorni. Cari lettori, vi invito a un piccolo sforzo, aiutate questo libro a vedere la luce!

Alcuni assaggi dal libro a mia scelta

Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

*

Tutti quelli che silenziosi siedono
accanto a me sull’autobus, col viso
al di là di una testata, conquiso
da morte accumulata, che mi chiedono
quando pubblicherò il prossimo libro

cosa vorrebbero che ti dicessi,

se le mie parole erano già tue?
Non ero che una spina in mezzo ai nespoli
prima che tu nascessi a Bagno a Ripoli
il dieci marzo trecentodue.

Giulia Martini si è laureata in Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Firenze, con una tesi sulla prima raccolta poetica di Piero Bigongiari, La figlia di Babilonia (Firenze, Parenti, 1942). A gennaio 2015 ha raccolto 38 componimenti sotto il titolo Manuale d’Istruzioni; a gennaio 2016 sono uscite Ventitré poesie sul mensile «Poesia» di Nicola Crocetti; due altre, sulla rivista «Gradiva» di Luigi Fontanella (primavera 2016). Coppie minime sarà il suo secondo libro.

l’ultima sigaretta (per un amico)

un dolore, uno dei tanti,
dentro il bar a parlare di idee
e donne anche immaginate,
ma pur sempre smagliate e pronte
a scavare un dolore:
il giorno dopo la sedia è vuota,
niente bicchiere,
altro dolore

siamo sempre quelli,
i soliti a parlare, anche forte
di un cinema, un libro
dell’Inter campione d’estate
ma poi finisce qualche punto sotto,
altro dolore
ma la fica sempre in testa,
spesso non va più giù

uomini di una certa età
orfani di molte cose,
eppure scoppia ancora dentro
la bellezza di parlare, fratelli
anche se assieme non stiamo mai;
vorrei poter essere così fortunato
da poterti dire del giorno
in cui fumerò l’ultima sigaretta

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie (Ensemble Ed.) di Angela Greco

Ecco la poesia come dovrebbe essere ogni giorno! Parole sempre pronte ad assumere significati nuovi, spogliate di ogni orpello, del culto della personalità e di tutto quanto non sia connesso alla Poesia nel senso più stretto del termine. Angela Greco sa raccontare attraverso la sua poesia, sa creare descrivendo. Ne vengono versi densi, che nulla concedono alla pesantezza o al tentativo di stupire: versi suoi, un lettore normodotato giunge in fretta, leggendoli, a riconoscere la mano e il talento di questa autrice. Un altro contributo della poesia del Sud, trascurata un po’ troppo da critici e media, forse troppo concentrati sui fenomeni, da non accorgersi che la Poesia c’è o non c’è. E qui ce n’è tanta, buona lettura.

#
La meridiana segna un’ora nuova
sulla parte bassa del vestito di Clara.
Il fiore dall’ombra sanguigna
dice che è il momento.

Clara guarda nello specchio
e sente premere alle spalle.
La mano dalle unghie corte racconta
l’ultimo lavoro e l’immaginazione è
il miglior salario garantito.

L’armadio nasconde parole.
Si è persa la chiave.
Clara racconta di sé ridendo.

La voce fuori campo scrive
sola sul foglio bianco.

#
Clara resuscita dopo dodici giorni
dalle costrizioni del grande freddo.
Rinasce nuda primavera
in una mattina insolitamente calda,
in una foto sfuocata dalla fretta.

Desiderio feroce di appartenersi.
La strada, una lastra di ghiaccio,
tende l’agguato, minando la traversata.
Hopper guarda seduto alla scrivania
i fianchi larghi che ripongono fascicoli.
Appena sotto l’oscurità di ripiano e ventre
preme un’altra stagione.

#
The Man With The Child In His Eyes
sorride quando si sente al sicuro.
Clara sa aspettare la sua ricompensa.
Poi accende una sigaretta e pensa.
Clara sa ascoltare il fumo dalle sue labbra.
Adesso il bagliore di un ricordo futuro
dà parole per una nuova poesia.
Clara sa già di cosa parleranno domani
e disegna cerchi dorati su un foglio nero.

L’uomo conosce il controluce del volto di Clara
e lei gli svela una spalla e un neo.
Si conoscono per successione di promesse.
Sanno dell’usignolo e dell’allodola, il nome e la guerra.

il libro è acquistabile qui:
https://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008) e in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017). È ideatrice e curatrice de Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

poi è tornato bel tempo

il bianco e nero racconta insipienza,
il mondo nuovo narrato in ventinove secondi
è rimasto narrazione, lettera morta

c’è uno scenario vario,
ispido il feedback lancinato
di una chitarra ritmica giù per terra:
l’umanità si scatena
per quanto le manca
o si lascia mancare

possibile che Don Chisciotte sia morto,
Michele abbia venduto le ali
e il mondo sia diventato apocrifo?

continuo il mio vecchio mestiere
sperando di perderlo,
ma tutti i giorni si lascia trovare,
anzi mi trova;
sono il suo genere di lusso,
virtuosismi per malelingue,
uomini e donne, parenti tutti

possibile che non siamo più compagni
ma oneste carriere,
e chi ci potrà perdonare?

non si capisce come i popoli
abbiano potuto rinunciare
all’identità alla loro ricchezza
per quattro lire, due regate
un colpo partito male
dentro il confessionale
mentre ci si ripuliva l’anima

possibile che non ci siano altri fratelli,
le chiese non più granai vicini alla ferrovia
e tutto sia già accaduto?

sulla strada il qualcosa
è da prendere a calci
in buonafede con impazienza;
sono venuto qui per morire,
ogni qualcuno è da aggirare,
imparentati come siamo
potremmo riprendere un idillio

poi è tornato bel tempo

letture amArgine: poesie di Sebastiano A. Patanè Ferro

Sebastiano è poeta di lungo corso, lo si intuisce non soltanto dalla biografia, ma anche e soprattutto dai versi che proponiamo. Versi pronti per essere colti, che smuovono l’anima nutrendola. E’ un dato di fatto rilevante e da tenere bene in conto, ben più generalizzato di quanto sembri, che la poesia e gli autori del Sud Italia stiano dando un grande, sostanzioso e silenzioso contributo a un ambiente poetico italiano altrimenti asfittico e a caccia di semplici, voluti, sensazionalismi. Buona lettura.

La stazione di Lagonegro

La stazione di Lagonegro ha tre occhi e un ombrello
e nessun tappeto rosso sopra o sotto il marciapiede

(Ho cercato ovunque una ragione per dire
– finiamola una buona volta con questo cuore –
perché ho dentro tutte le pietre e tutti i fiori, le colpe e i canti.
Ma a che servono adesso che non ho un “dentro”
da svuotare o riempire?)

Racconta molto la Stazione di Lagonegro, confine di due menti
cambio di pensiero tra sonnecchiante sei del mattino e
schifoso odore di caffè
ma non c’entrano i gerani , il macchinista, il freddo…

(Ti rubo un tempo nel tempo,
porto via qualche attimo per scansare la tristezza. Nulla più.)

Tutto quel grigiocadmio del cielo grava sui tetti come se volesse,
come se potesse violentare il mondo
o sono gli occhi lasciati sui divani volanti che vedono la parte bassa
dell’arcobaleno?
Non ci sono richiami nelle scritte sui muri o negli alberi dei “ti amo”
nati morti per arricchimento e constatazione

(Dimenticanza. Oh nume! lasciami pensare che sono ancora vivo
nel mio bell’inferno, seppur senza cavallo e dama nella torre.
Che sia una parola, menzogna o no, a darmi la speranza.)

La stazione di Lagonegro ha un ombrello e tre occhi
e mi spia.

non era jazz

-che c’entrano le mani- chiedevi
quando la misura del desiderio toccava il soffitto
e dalle piccole crepe del ricordo un coro confondeva
le direzioni i sintomi le striature del vestito

abbiamo dato senso a innumerevoli cieli grigi
senza pensare alle linee che conducevano
oltre la memoria quando pur essendoci
non sapevamo nulla di noi della guerra
delle faticose arrampicate o delle cadute
dei baci alla cannella e dei graffi al cuore

non era jazz mi sembrava chiaro

qantara

(prima voce)
segna come luce lo sguardo del cielo
e vorrebbe che ricordassi che sentissi
l’attesa vibrante anche dell’acqua
anche dell’acqua anche dell’acqua

le spighe antiche si muovono
imitano la smania il desiderio
di capire il fuoco la fame d’azzurro
e sembrano vive, con occhi e mani

ditemi se passerà quel carico d’amore
ditemelo vi prego, anche con tuoni
con piume danzanti con grida
ditemelo anche con grida

di notte si risanano le conchiglie bucate
e percorrono la spuma delle maree
per rivedere il padre fatto corteccia
di scoglio inerte senza pulsazioni

(seconda voce)
dov’è quel ponte che ci univa, Dio
quali bombe l’hanno portato via
quale maligna persecuzione, che acqua

volevamo un pane caldo odoroso
faticato fortificato sacrificato
senza formiche amorfe senza tante danze

lasciate il tripudio ai demoni perché
abbiamo perso l’incenso e la stella
oh croce elevata a rosa ridammi il dolore

ridammi il sangue della mortificazione
il costato generatore la spina determinante
e qualche Maria a piangermi anche da lontano

anche da Parigi anche da Nazareth
anche da dietro casa mia anche senza voce
anche senza voce, anche senza voce

se avessi una figlia adesso la chiamerei Cercami

una barca a sogni, ecco
niente motori o vele o remi
un cenno di qualcosa che permetta di volare
di eliminare definitivamente le distanze
gli scivoli i parcheggi le cartacce
una calma che prepari a quell’ultima intervista
dove non ti chiedono cosa vorresti fare
ma quello che hai fatto e se credi di averlo fatto bene

oppure un treno a girasoli
che vada dove ogni cosa splende
perché ci sono bui
che non si sopportano che non proteggono
e lasciano marcire i desideri dietro una…
un’uniforme insolita ma che conosci bene
ricordi sig. Patanè
il fiocco bianco del tuo primo giorno…
di scuola intendo…

se potessi avere una figlia adesso
la chiamerei Cercami proprio come una curiosità
che certo non viene da sé e se mia figlia
volesse una fatina
vorrei che fosse un’antica musica
un po’ canzone un po’ poesia

che rimetta in gioco tutti i sogni
che muova ancora quella barca

***

Sebastiano nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di Febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Numerose le pubblicazioni in riviste e giornali del periodo, sia nazionali che internazionali.
Nel 1994 pubblica la raccolta poetica “Luna & dintorni”.
Nel 2011 la Clepsydra Ed. pubblica le “poesie dell’assenza”
Nel Giugno 2013, esce con la silloge di poesie “gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci)” datate 2010, introdotte da Anila Resuli, per conto della Smasher Edizioni e, sempre per la Smasher.
Nel Febbraio 2014, il racconto “Ho incontrato un angelo”.
Nel Giugno successivo esce “Il pescatore di fiori” per la Onirica Edizioni e introdotto da Daniela Cattani Rusich.
Presente in diverse antologie tra cui Metamotphosis, Fragmenta, No job, Il cielo di Lampedusa e Kronos editi rispettivamente da Versinvena, Smasher, Rayuela e Onirica Ed.

ascolti amArgine: Please, Please, Please Let Me Get What I Want – The Smiths (1984/1987)

“Penso che sia molto vicina ad essere la canzone perfetta degli Smiths e nasconderla in un lato B è stato peccaminoso. Sono dispiaciuto per questo, anche se il fatto di averla inclusa in Hatful Of Hollow può essere considerato un semi-pentimento. Quando l’abbiamo suonata alla Rough Trade, ci continuavano a chiedere ma dov’è il resto della canzone? Ma per me è come un velocissimo pugno in faccia. Allungare la canzone sarebbe stato, a mio avviso, un po’ come spiegare ciò che è palesemente ovvio.”(Morrissey intervistato da Melody Maker, 1987)
Registrato nel luglio del 1984, il brano è una ballad, un piccolo prodigio di 110 secondi dell’abilità compositiva del duo Morrissey/Marr, con una lunga coda strumentale in cui spicca il suono del mandolino, suonato dal produttore John Porter. Musicalmente, come in seguitò rivelò Marr, la fonte d’ispirazione per la melodia è da ricercarsi in un brano di Burt Bacharach dal titolo The Answer To Everything, inizialmente interpretata da Del Shannon, nel 1962: “Era qualcosa che i miei genitori mettevano in casa e toccò una corda in me perché suonava così familiare. Ho tentato di catturare l’essenza di quel brano, la sua impronta ed il senso di bramosia.” (fonte Wikipedia)

Ti Prego Fammi Ottenere Ciò Che Voglio

Periodo favorevole un cambiamento
Vedi, la fortuna che ho avuto
Può trasformare un uomo corretto
In un uomo cattivo

Quindi per favore, ti prego
Lasciami ottenere
quello che voglio
Stavolta

Non ho avuto un sogno per tanto tempo
Vedi, la vita che ho vissuto
Può rendere un uomo buono cattivo

Quindi per una volta nella mia vita
Lasciami ottenere quello che voglio
Dio sa,che sarebbe la prima volta
Dio solo sa se sarebbe la prima volta

Please Please Please Let Me Get What I Want
The Smiths (testo originale)

Good time for a change
See, the luck I’ve had
Can make a good man
Turn bad

So please please please
Let me, let me, let me
Let me get what I want
This time

Haven’t had a dream in a long time
See, the life I’ve had
Can make a good man bad

So for once in my life
Let me get what I want
Lord knows, it would be the first time
Lord knows, it would be the first time

Compositori: Johnny Marr / Steven Patrick Morrissey

l’orizzonte è libero

l’orizzonte è libero, ogni deserto ne ha uno
malgrado la notte sposti le dune,
le persone in fila indiana, ognuna chiusa
dentro un proprio sogno parlato in un dialetto
che nessun altro dentro la stessa fila conosce:
poi ci saranno i mercanti a spostare le persone,
a lasciarle annegare, crepare ognuna in sogno,
la parlata sconosciuta, senza la fortuna
di poter mai vedere luce di lampioni

letture amArgine: poesie di Smeralda Fagnani

Belle poesie d’amore e leggero tormento esistenziale sul senso della vita, il regalo che la poetessa scrittrice Smeralda Fagnani ha fatto a questo blog. Le ho trovate ben scritte e senza alcun bisogno di stupire il lettore. Coinvolgerlo sì, buona lettura.

Abito in un corpo, le parole sono inutili
come la crosta del pane al mattino
abbandonata su un tavolo,
come l’ombra di un muro che rivede se stessa.
Tra questo e quello, tu sei la misura di un giorno,
un vento incostante nel linguaggio dell’aria.
Chi semina denuda le zolle e si aspetta un ritorno.
Ma la parte del tutto svanisce, la vita è lontana
e quel tutto è una pausa.

*

Oggi non voglio sfiorarti:
sono madonna spogliata di perle.
Non compiango le briciole
del pane raffermo assetate
di acqua o il boccale sbeccato
dove ho lasciato un mio bacio.
Ma vorrei regalarti quel fiore
poggiato sul prato: sembra un’anima forte.
La sua linfa attraversa lo stelo
coniugando quel sangue tra stame e radice.
In quel cerchio che illumina il muro,
ho tracciato il mio volto
e dipinto i tuoi occhi con l’ocra del sole.
Poi ti guardo.

*

Più avanti la strada segue una linea,
è spugnosa, accolta dalla rifrazione della notte.
Tutto è invisibile e lontano nello spazio liquido.
Ci si accorda, tra apostrofi e promesse,
calibrando la misura di un’ora.
Manca una sfumatura, un angolo che sia vivo.
Manca la percezione dell’amore nella carta
macerata, perché il pensiero attinga
un battito nel suono del tuo nome.


Smeralda Fagnani è nata a Messina, laureatasi in Lettere Moderne, si trasferisce a Bergamo dove svolge l’attività di docente. Nel 2014, pubblica la sua prima raccolta poetica ” Io ti ho già visto nelle mie parole”, nel 2016 la silloge ” Non serve baciarti con il sale. In autunno, probabilmente, esordirà con il suo primo romanzo.

letture amArgine: Massimo Sannelli, estratti da Memoriale della Lingua Italiana

Sarà che quando entra l’acqua nelle scarpe viene una voglia feroce di sfilarle e scagliarle lontano.
Sarà che ogni cammino (o più laicamente, percorso) è qualcosa di talmente personale e inimitabile da essere onestamente ingiudicabile.
Sarà che romanticamente provo simpatia per chi, destinato ai piani alti della Ditta, manda tutto a monte e ricomincia. Riscrive.

Trovate l’intero e book di Massimo Sannelli qui:

Fai clic per accedere a md.pdf

(pag. 11)

Non vuoi ancora perderti, ogni volta, di prova in prova:
osso per osso e mente per mente. E un cane-attore
lecca e morde un altro cane-attore,
perdente.

L’uomo, che è qui, non è comune,
è ricco, ma non è borghese, ed è in carcere.

Oggi è sul letto, solo; e guarda in alto
con calma. E prima o poi un colpo scende
o lo stupro, va bene? Questo è il primo
atto qui. All’attrice:
impara la sua voce e ricomincia
lo schifo delle M e delle R, mugola mamma e rovina
e meridione, vuoi capire?
Tu vuoi capire. Cosí ti lego all’uomo che non sei:
odialo molto, perché non sei tu.

*

(pag. 12)

Villalobos. Madness. A questo punto dovrai
voltarti piano: vuoi sentire? Nell’inizio avrai
l’arancia, la buona: la buona, l’arancia è l’unica
luce,

ma è meglio
se tieni gli occhi chiusi. Non devi capire.
Chi sa tenermi è buono: resiste alla piena,
dolcemente. Chi sa tenermi è forte:
può aprire la porta, può afferrare.
Madness è quando inizia l’anno, Gennaio,
dopo tutto: in questo punto il diario non è il boia
privato, non è il ladro.

*

(pag. 19)

Questo è un vaso, ma il vaso diventa una nave
vuota. Questa è la nave, ma la nave diventa una mela
buona, un frutto. Il vaso è dove appari, la nave
è dove cresci, la mela sei già tu e pensi di non essere
cosí? Lo show continua come una tempesta
e per venti anni voglio questa grazia.

*

(pag. 26)

Fuori dalle mura crescono rose grandi.

L’oltraggio è ripugnante e dichiarato.
Le mie controfigure, i prestanome, gli schermi
usuali non mi vedranno piú: o fauno o gaudio o
altre certezze belle – la mia favola è mia – e cosí
l’omaggio è fatto. Cosí ho ceduto un film – tutto –
per riprendermi ancora.

*

(pag. 39)

Il meglio è stato sempre questa pace

naturale delle macchine: motore e azione,
motore di amatore, scena e attore
davanti. Il villano è il lavoro: io. Il villano
è chi lavora: io – che non sento e non vedo.
L’invenzione ricomincia a Gennaio e

perché hai i sensi? E non deve mancare il cervello
che ama l’opulenza tra i rifiuti:
allora la mente risorge dal gelo.

*

(pag. 71)

Nessuno opprime. Nessuno forza. Nessuno
uccide. Nessuna cosa rompe l’andatura;
nessuno toglie. La mano non consuma
la grande carne, la rosa.
Re di nozze, re di notte, chi ti vuole è chi
ti legge; e i denti aguzzi sono entrati
bene; e la lingua è dopo, dopo i denti.