letture amArgine: Giuseppina Di Leo estratti da Navigo nelle Parole

Mi scrive Giuseppina di Leo a proposito del suo nuovo libro NAVIGO NELLE PAROLE:
… Si tratta di un libro pubblicato quasi per necessità, in esso, infatti, ho voluto inserire gran parte delle poesie – quelle per me più significative – che finora erano sparse qua e là nei vari blog, divenuti ormai terre di nessuno, o almeno a me così appaiono oggi rispetto a quando ritenevo fossero luoghi, magari di frontiera, ma pur sempre d’incontro. Non li frequento più già da tempo i blog, perché detesto con tutta me stessa i parolai e i parlottolieri della poesia, quelli che disprezzano e deridono chi scrive in modo differente dal loro e, ancor peggio, quelli che usano la poesia come sostituto di un potere vergognoso come quello di decidere chi escludere o tenere nel proprio ‘regno-blog’ (mi viene l’orticaria solo a pensarci), e so che parlando di questo mi comprendi.
Per questo ho scelto per te un gruppo di poesie in cui punto il dito contro i vari modi di concepire il potere, che talvolta si manifesta in maniera subdola (La Guerra; Agnizione; Con l’odio serrato nel petto, ecc.), altre in modo esplicito quando è imposto dall’alto (Durer;, ecc.), altre volte è vero e proprio frutto di incroci di violenze, come ad es. in Fogli e Falle, ma in tutte spero il pensiero appaia lucido, anche quando può sembrare mediato da situazioni contingenti come sarebbe uno stato d’animo. Ma, proprio perché lo stato d’animo c’è e imprime il fondo ‘scuro’ (Leggendo Zarathustra), non è che poi c’è da stare molto allegri. A quel punto preferisco coglionare ogni cosa (L’idea – la mia preferita), e allora si può anche sorridere.
Il libro poi è stato possibile perché selezionato a un concorso, ma questo non è importante perché in effetti me lo sono pagato con i miei soldi.
Un abbraccio,
Giuseppina

condivido con voi queste belle poesie

LA GUERRA

La luce del viaggio aveva una violenza innocente.
Guardavo, e sentivo il pudore dell’occhio cogliere il contrasto
sinuoso nell’ombra sui rami l’arancione delle foglie.
La terra innocente si lasciava prendere dalla luce per poi perderla.
Il cielo era un gioco di gravide nuvole; avrebbe obbedito
al semplice schiocco delle dita senza cadere
alla sua foce il flusso dell’aorta sospingeva a ruota libera.
Ma svolge ora il filo il «ghetto», trionfo dell’essere
del dove-sto-io, trasmesso tramestio del comando.
Il ghetto si allarga e nuovamente lo spazio restringe
al vecchio modo al volere del re. Siamo tutti coinvolti.
Qualcuno ne è convinto a tal punto
da voler convincere tutti quanti gli altri.

*
Come nella più antica delle rappresentazioni
il re e la regina siederanno in trono
accanto i ministri saccenti, gli osservanti
dell’ordine discreto
del minuto di silenzio
per le vittime delle stragi
per quelle della malavita
per i comandanti in armi.
Con tenacia
ci allontaneremo
restando noi gli altri.
La distanza da loro ci separerà.

LEGGENDO ZARATHUSTRA

Nell’ora in cui l’uomo cominciò a parlare
delle sue virtù, Eloisa sapeva quanto a lungo
avrebbe atteso ancora. Il giorno non fugge via
è appena rientrato dalle porte, dietro alle finestre
aspetta che le imposte siano spalancate.

Di tutto questo Eloisa era a conoscenza, ma
di sé nulla sapeva. Come avrebbe aperto il pensiero,
con quale chiave? Ma poi, serviva una chiave
per conoscere sé stessi e rivelare alla propria mente
il peso del sentire?

Ecco, sì, era il sentire che l’atterriva, meglio un pensiero
sconosciuto, di quelli che spingono sempre più oltre
e dei quali mai si vorrebbe conoscere il fondo.

Ma il fondo del sentiero visto da qui era un sipario nero
le cime degli alberi uomini in armi desiderosi
di provare la propria lama nel giovane corpo.

Eloisa vedeva la chiave e vedeva il sentiero.
Mise la chiave sotto una pietra accanto al mirto
ne raccolse un fiore da tenere in tasca e
voltò le spalle al sole.

Quattro più due, sei per quattro, sedici diviso quattro,
il meno era appena mancato.
Avanzava così, per gioco.

Per gioco si sommano e si moltiplicano
per poi dividersi e sottrarsi
le vicissitudini della vita.

Quattro. Come i punti cardinali, quattro come gli elementi.
Ai quattro venti, è un gioco beffardo.

IL VIALE DEI PLATANI

Gitana addormentata in fondo al tuo vestito
a rose antiche.

Ah, guardare la strada ad altezza di naso!
I sensi appaiati ai tubi di scappamento!

Accogli gas dal basso e una stretta di parole,
retrogusto acidulo da inspirare. E disprezza
il prossimo tuo altrettanto profondamente.

DÜRER

Guardo il dipinto Il peccato originale
e penso che qualcosa si è rotto già nell’Eden.
Dürer capovolge il fine della vita
un’armonia precaria ne restituisce il senso.
Nell’immagine di Adamo, l’equilibrio è in bilico
condizione privilegiata dell’abisso.
C’è qualcosa, al di là della posa,
qualcosa che non convince: presto
con la memoria apparirà la nostalgia
e, con essa, il rimpianto che il ricordo scalfisce.

A confronto del busto esili sembrano le braccia.
Un movimento imprime al corpo una staticità ambigua
come a separare pensiero e azione
quasi fosse giunto al fianco di Eva dopo una corsa
quasi avesse assunto perfetta coscienza del suo errore.

E nessuna parola e nessuna carezza.
Solo un passo malcerto tradisce il suo inganno.

I due progenitori sono circondati dagli animali:
una lince dorme, un topolino sbuca fuori
di qua un caprone passeggia mollemente dietro un albero
di là un bue resta sdraiato sul terreno.

Perfino un pappagallo in posa loda il suo creatore
sul ramoscello portato da Adamo.
Un camoscio lo si scorge sullo sfondo
in bilico sulla cima di un’altura
(riuscirà a reggere l’intero equilibrio?).
E naturalmente c’è il serpente,
dal quale Eva accetta l’offerta del pomo.

Da quel momento come voci straniere
scendiamo soli sulla strada del mondo
nudi, nell’aria fredda, fin qui.

Diventeremo così teneri con la morte
mentre in un’istanza metafisica
continueremo ancora a dipingerla viva
con ali bianche.

(La condizione umana trova ostacoli
all’equilibrio nell’attività.)*

* (Leggendo Simone Weil e guardando
il dipinto)

(06 dicembre 2014)

FOGLI E FALLE

Dei tanti fogli
sparigliati a casaccio sul nome
solo due di essi restano eguali
sebbene in tante vite
mai nessuno
ricompose la diade
parola e dolore
divario aperto da fine a inizio.
Resta da ricucire lo strappo
tra acqua e terra
tra vuoto e pieno
tra amicizia e amore
sé o sostanza o assenza.

Intere generazioni
scalze in panni di sacco
cercarono
il maestro privo di memoria
private continuarono nella ricerca
senza dir nulla.
E come potevamo?
nulla ereditando tornammo
Noi, canne palustri
a delimitare lo stagno. Agli intrecci
ci assoggettiamo volentieri
cambiando genere
forma colore natura
acquatici in origine resteremo
fratelli vegetali
vite fatte a pezzi
venduti barattati sfibrati
volentieri infine ci dondoliamo
anch’io ne godo
ad ogni colpo d’aria oscillo
natante rotonda
nastriforme adattata all’intreccio
culturale di dominazioni
normanni svevi angioini arabi:
relitti.
Papireti lacustri selvaggi anfibi:
denti aguzzi. Riposate.

Andando oltre, troviamo:
città arazzi strade metro
bimbi imbambolati vecchi.
Citiamo poeti per sentirci meno soli.
Arrestati in noi stessi barricati
sulle di noi piccole importanti verità:
la persiana e la luce
il filtro dell’olio da cambiare
la biancheria pronta per il giorno dopo
per ricominciare.

Poco importa se preferisco continuare
e sostenere tra Noi
che il dolore vero che si prova (oh, Pessoa!)
«non è vero».

AGNIZIONE

C’è stato un tempo in cui calanchi erano le parole
scurità apicali infilzavano occhi discendenti lame
bocche orribili. E di un dio non vidi mai la fine.
Mezza pagina era troppo. Né parlarti
spostava lo sgomento dei tre sì e dei tre no.
Su quale fragile armonia s’incammina la rabbia
stesa in alto pressa un tavolo di accordi poche facce
si riconoscono tra gli estranei nel momento del saluto.

*
Con l’odio serrato nel petto scrivi pure
la nenia per addomesticare le belve
ama il prossimo tuo evitandolo da sempre
erigi l’altare della benevolenza sotto il grido
uccelli auspici colpisci con la fionda;
la lingua di sangue bagnata nel ruscello
scherma il velo alla ragazza
mai amata né tradita, solo schernita.

L’IDEA

A me piace molto
trovare posto per altri libri.
Ne vado alla ricerca
incessantemente: sposto di qua
faccio un po’ d’ordine di là
intanto che sfilo tra pile
muschio, campanule e qualche
tordo addormentato. Li sistemo
anch’essi su di un’altura
dove il fagiano becchetta
qualche foglia di scarola.
Volendo immaginare
il senso di questo cercare mio
lo vedrei alla maniera del restare
di certi anacoreti.
E intanto accosto
l’intransigenza della parola stessa
al parallelo tra
volere
e potere.

Sì, viaggiare significa forse restare.
Un restare pigiati insieme
a tanti altri, di cui non importa:
se sapremo, mai ne ricorderemo i nomi.
E giù, più in basso andando,
ne verrebbe un altro controsenso
il dadaismo della contrizione
nella descrizione del dolore.
E mancare persino di speranza.

Restare, esser fogli da tenere in grembo.
Una voce, due voci, un quartetto
esser fogli, senz’altro chiedere.

Temere la mano che – ohi! – ruppe il mio naso
in cambio di un occaso (oibò!)
o la parlantina veloce di chi non ha tempo.

Con la leggerezza dei sassi
restare. Fogli appesi ad un ramo.
E andare lontano
dove restare fogli
per sempre. Vorrei. – Alé!

*
Traspare nel sogno una stanza di luce.
In confessione del nuovo giorno
mentirei se dicessi che preferisco sognare.

6 pensieri su “letture amArgine: Giuseppina Di Leo estratti da Navigo nelle Parole

Rispondi a Giuseppina Di Leo Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.