ascolti amArgine: Only Happy When It Rains (1995)

Il che in questi tempi incerti è prassi, basta far buon viso a cattivo gioco. Un buon indie rock quello dei Garbage prima maniera, di una sensualità sconvolgente la cantante, Miss Shirley Manson, da far venire una voglia impellente di alzarle quella formalità di vestitino che indossa. Il disco da cui è tratta è quello di esordio della band del Wisconsin.

Sono felice solo quando piove
sono semplicemente felice quando è complicato
e sebbene io sappia che tu non lo possa apprezzare
sono solamente felice quando piove
Tu sai che amo quando le notizie sono cattive
perchè fa stare così bene sentirsi così tristi
Sono soltanto felice quando piove

Riversa completamente la tua miseria
Riversa completamente la tua miseria su di me

Io semplicemente sorrido nel buio
Il mio solo conforto è quando la notte si fa oscura
Non ti ho per caso detto che
Sono solamente felice quando piove
Riceverai il messaggio nel tempo passato con me
Quando mi lamento di te e di me
Io sono soltanto felice quando piove

Riversa completamente la tua miseria… riversa completamente la tua miseria
Riversa completamente la tua miseria su di me… riversa completamente la tua miseria
Mi puoi fare compagnia
Fino a quando non te ne importa più

Io sono felice solo quando piove
Vuoi sentire della mia nuova ossessione
Sto volando sopra una profonda depressione
Io sono soltanto felice quando piove… riversa completamente qualche miseria su di me

Testo Originale:

I’m only happy when it rains
I’m only happy when it’s complicated
And though I know you can’t appreciate it
I’m only happy when it rains
You know I love it when the news is bad
Why it feels so good to feel so sad?
I’m only happy when it rains
Pour your misery down
Pour your misery down on me
Pour your misery down
Pour your misery down on me
I’m only happy when it rains
I feel good when things are goin’ wrong
I only listen to the sad, sad songs
I’m only happy when it rains
I only smile in the dark
My only comfort is the night gone black
I didn’t accidentally tell you that
I’m only happy when it rains
You’ll get the message by the time I’m through
When I complain about me and you
I’m only happy when it rains
Pour your misery down (Pour your misery down)
Pour your misery down on me
Pour your misery down (Pour your misery down)
Pour your misery down on me
Pour your misery down (Pour your misery down)
Pour your misery down on me
Pour your misery down
You can keep me company
As long as you don’t care
I’m only happy when it rains
You wanna hear about my new obsession?
I’m riding high upon a deep depression
I’m only happy when it rains
Pour some misery down on me
I’m only happy when it rains
Pour some misery down on me
I’m only happy when it rains
Pour some misery down on me
I’m only happy when it rains
Pour some misery down on me
I’m only happy when it rains
Pour some misery down on me
Pour some misery down on me
Pour some misery down on me
Pour some misery down on me
Pour some misery down on me
Pour some misery down on me
Compositori: Douglas Elwin Erickson / Shirley Ann Manson / Steve W. Marker / Bryan David Vig
Testo di Only Happy When It Rains © Kobalt Music Publishing Ltd., Universal Music Publishing Group

Originale e traduzione da

http://www.traduzionecanzone.it/testo-tradotto/canzone_only-happy-when-it-rains_garbage.asp?id=1345&testo%20canzone%20di=Garbage

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duecento passi almeno

mettere duecento passi almeno
da questa casa aggrappata non si sa bene
dove, quanto, come!
Dare non è, minima batte massima
dentro un continuo accusare doglie
senza esitare, sbagliare è perfetto
giusto così, per sapere se è bene
rivedere secoli di scazzottate perdute
e ritorno, più che altro contrappasso:
facciamo che non manchi nulla e ci sia
anche il disegnino sul cappuccino,
oh sembra più buono, quasi quasi
viene voglia di offrire, fare tenerezze,
oltre le continue illusioni
mostrare la lingua alla cassiera,
ricadere,da svegli è tutta nostalgia,
finisce che nemmeno si sa dove duole
il punto di sutura che tiene insieme
l’ombra coi piedi, il cuore coi figli
e non si smette, non si smette mai
di andare a capo da buoni partigiani,
il piombo caldo non è tenerezza,
è tua figlia che vendica tua madre,
è cena attesa tutto il giorno:
ha questo sapore un po’ metallico,
semi trasparente, molto inutile

innamorati senza rotazione

Un vecchio ponte porta al mercato
terrazzo per una sigaretta, nessuno vede
e chi non vede annuisce.
Sono strati e detriti ad alzare il passo
storie mai finite
innamorati senza rotazione.
Persiste sul vetro la rapsodia dell’ape,
questa estate non è granché
il rischio è rimanere asciutti,
tutti sanno e corrono dietro
al primo tintinnio di tasche.
Deluderò gli esteti e i coerenti,
avete mai sfondato una porta
per sapere cosa nasconde la dura madre?
Chiarirei così la situazione delle rughe
di pantaloni in ordine
sul grembo brinato, la sciarpa
fatta in casa, fuori aspettano.
La posa insiste, l’aria è invitante.
Oscilla il ponte del mercato
sopra merceria, limoni e uova,
la crisi è un mondo di macerie,
la felicità dipende dalla luce.
Qualcuno riesce a ridere di gioia
aprendo i palmi sotto la fontana.
in una piazza poco distante dal dolore

(brano scartato da “Procellaria”)

letture amArgine: tre poeti sloveni

La Slovenia è un piccolo grande paese. Terra di grandi sportivi, la loro nazionale di basket ha vinto l’ultimo campionato europeo, terra di grandi tradizioni e storia, terra bellissima. Anche gli sloveni sono belli, i loro giovani non hanno perso l’abitudine di conversare e non se ne stanno da ebeti a digitare sui loro iphone. La Slovenia è terra di grandi poeti. Il comune denominatore dei tre brani (di tre autori diversi) scelti è quello della commozione. Ho scelto tre brani di poeti a me prima sconosciuti, le loro parole mi hanno colpito, commosso. Niente altro.

Poesia per Barbara (Miklavž Komelj)

Dove lasciare una traccia per te? Chi davvero mi vede
con lo sguardo a cui completamente mi rivelo, non mi vede.
Io non sono nei pascoli bui d’erba oscura,
non sono nel sole bruciante e in nessun luogo.
Qui, tra i defunti, non sono vivo, non sono morto.
Vagavo, vagavo attraversando le stanze dei morti,
cercando di convincermi senza proferire parola.
Qui, tra i defunti, solo alcuni di essi dimorano,
quasi tutti sono invece come io sono.
Come io non sono. Come loro non sono. Non siamo.
Anche chi li vede, i morti, non vede noi.
Non sento consolazione per non essermi smarrito, nessuna
consolazione sento nemmeno per averlo fatto.
Ma a te non posso mentire dicendo che nulla
io possa sentire nulla quando, atterrita, taci o appena bisbigli.

*

Il cuscino (Cvetka Bevc)

Uno stormo d’oche, giunte dall’universo, stanotte è piombato su noi due.
Quando spaventata ho spostato il bacino
han lasciato la sfavillante lanugine sul mio cuscino.
Scappano, dietro di loro, i capelli, le mani, il volto e il ventre.
Assieme alle tue parole sfumate scivolano nel silenzio
con il quale, come un uccello tricipite, mi distendi sulla ruota piumata.

Velocemente, e raschiando debolmente, crepitano le tue ossa
come se, spavaldo, volessi togliermi la docilità per la visita
dei bagliori isolati dai tuoi inganni amorosi.
Non scrivere su di me con la penna d’oca. Non posso leggerti
se mi appoggerai sul cuscino solo alla fine del mondo.

Fai girare la ruota piumata più veloce di quanto sia possibile
e non darmi ascolto quando ti griderò la lingua delle oche.
Hai permesso, d’altronde, che assieme a te potessi cavalcarti
come una guardiana d’animali alati. Non pretendo d’usurparti,
succhio solamente la tua follia come dominio delle sensazioni.
Ai tuoi baci sottraggo il nido uterino,
perdo l’equilibrio nella fertilità della prima donna
perché tu possa allegramente aprirmi come l’ultimo uomo.

Ti canto per diventare autunno, quando gli uccelli se ne vanno.
E tu mi trasformi in primavera, quando ritorni in me.
Fermati, l’infinita melodia non ha salvazione.
Non possiamo a lungo bagnarci le labbra scottate.
Dammi il diritto di scomparire per la vita con le stelle.

Poi ci ameremo, come se fossimo soli al mondo.

Forse lontano, da qualche parte, un’oca stara seduta
su una ruota spezzata. Una ruota che non gira. Senza l’asse.
Da la mi lancerò. Perché e là che ho ricevuto il tuo bacio.

Ed ora strappa il cuscino, che mi ricopra la neve di piume.
E tieni fino in fondo il mio cadere infinitamente dolce nelle mani.

*

Ora… (Miha Obit)

Ora che leggo di tuo padre mi chiedo
quali eserciti abbia visto il mio
e soprattutto quali abbia combattuto:
l’ho visto solo perdere un dito in fonderia.

Eppure se ne e andato da soldato
nella sua trincea personale di forni
a microonde e camicie ben stirate.
Quando ci ha lasciati ho pensato

che l’aveva fatto già molto tempo prima.
Ho un fiume che scorre davanti a me
piu veloce di quanto pensassi – e con se
porta via tutto – anche queste prime aurore di maggio.

Chiara De Luca: Bisogna Essere (Anteprima del film LORELEI)

Bisogna essere è un frammento del film Lorelei. Favola per cani e per bambini. Lorelei è un viaggio alla ricerca dell’omonima ondina, ambientato a Ferraraland, la città sommersa nelle albe e nei tramonti.
La città che riaffiora lungo i bastioni deserti delle Mura di Ferrara nei giorni di pioggia. Che occhieggia dai giardini segreti e dai vicoli del centro nella nebbia d’inverno.
Il gruppo di ricerca è formato da Chiara, dai suoi due cani, il topino Titti e la setter irlandese Eva, e dal gatto Sunny, nume tutelare della casa.
Protagonisti di Lorelei sono tutti gli abitanti di Ferraraland che decidono di prendere parte alle ricerche, o vengono reclutati a loro insaputa dal casting del destino. Sono donne, uomini, cani e bambini che hanno ancora voglia di guardarsi negli occhi senza sapersi.
Lorelei è un film di musica e di sguardi, di corse a piedi e in bicicletta, d’incontri fortuiti, d’incroci e brevi saluti. È un film di code mulinanti e miagolii, di salti e di sorrisi. È un film di elementi e silenzi.
Chiara parte ogni giorno alla ricerca di Lorelei in compagnia di Titti, o di Eva, o di entrambe. Insieme cercano ovunque le tracce del passaggio della donna dei fiori e del buio luminoso. Insieme calcano le sue orme, visitano i suoi luoghi e ripercorrono i suoi sentieri.
Lorelei non lesina tracce del suo passaggio: fugaci bolle di sapone, biglietti pieni di poesia, indizi, o allusioni, alchechengi, girasoli.
Lorelei compare soltanto in flash back. Anche lei ha un topino, un gatto e un setter irlandese. Cosa significa questa coincidenza? Chi è Lorelei? È realtà o immaginazione? È sogno o ricordo? Dove vive davvero? Questo lo scopriremo a breve, perché il film completo sarà disponibile a luglio del 2018. (Chiara De Luca)

Musiche di Massimo Sannelli

letture amArgine: tre inediti di Luca Parenti in arte Yok

Diciamolo pure, senza un po’ di ferocia e parecchio sarcasmo che poesia sarebbe? Siamo troppo abituati a leggere le poesie che vogliamo da avere smarrito ogni senso critico, ogni senso del rimanere in strada per essere (almeno anche solo un po’) poco più a contatto con la realtà e saperle costruire un’alternativa. Il vecchio Yok, cugino bolognese, oltre alla copiosa produzione di livello ci offre una qualità della ferocia (e non me ne voglia) che ricorda il miglior Alessandro Assiri (non volermene Yok! L’appuntamento è sempre da Pikwick la prima/prossima volta che passo da Bologna.)

Luca Parenti (Yoklux, qui in una foto di V. Shostakovich): quarantenne bolognese, tecnico elettronico prestato alla poesia. I suoi improvvisati biografi dicono che nel 1997 vinse il VI concorso Navile di Bologna (le poesie del Navile 1997, edizioni Mobydick). Negli anni successivi vive, come dice lui, in “clandestinità letteraria sotto l’oscuro pseudonimo Yoklux”. Per il resto scrive,scrive, scrive, lavora, forse ha una vita, mi mette ogni giorno un “mi piace” e se ne impippa di curriculum e altre amenità letterarie inutili.
il suo blog:
https://yoklux.wordpress.com/

odio

una volta
tanto tanto tempo fa
in un pianeta più rotondo e azzurro
c’era l’ideologia
un’altra bugia d’accordo
meglio tuttavia del vuoto spinto
del capitale
ora rimane solo la follia
i campi non sono arati
l’educazione una finzione
la rabbia palpabile
nei fiotti di bile
dei figli degli operai
la violenza ci fa umani animali
vorrei soltanto vivere
faticare il giusto, poco
io non ci vedo nulla di romantico
non c’è nulla di cui andar fieri
senza guerre che tengano
occupate menti e corpi obesi
cominceremo a divorarci dentro
lentamente minuziosamente
come vermi solitari
come cavie deboli
come carne andata a male
col pensiero inutile
le idee rotte, le illusioni
tutte le promesse del mondo
sogni, bisogni, evasioni.
nessun impero lambisce l’eternità.
*

vita scritta

dietro ad una buona scrittura
c’è un costante sotterraneo lavorio
incessante tirar via
focalizzando e dimenticando
e c’è quel lavoro di merda
inscatolare cibo per cani
pulire i cessi degli impiegati
fare il socio di una finta coperativa
fare ore e ore di straordinario
pagato poco off course
è che non sei costretto
ma se non lo fai ogni sabato
quando il caporeparto te lo chiede
con le buone occhi duri imploranti
allora ciao ciao, torna al centro dell’impiego
dove non ti guardano neanche in faccia
perchè anche la loro è sparita
e no, il reddito di cittadinanza è una truffa
non vorrai mica che paghiamo
la gente che non ha voglia di fare un cazzo
dalla mattina alla sera davanti alla tv
o a smanettare le macchinette nelle tabaccherie
gratta e vinci e enalotto
e poi ci sono i morti cementati
carbonizzati, contusi, spappolati
e a qual punto pensi alla pensione
che non avrai mai
ai ciclopici debiti dell’inps
ereditati da uno stato
che non fa il mestiere suo
si dimentica dei figli e dei padri
ed è allora, in quel preciso momento
dopo forse dieci ore di lavoro
stanco affranto sudato incazzato
vorresti scriverle davvero
quelle parole che mancano.
*

foglia e ramo

la signora dell’appartamento vicino
ha mille o duemila anni
forse anche più
non ricordo d’averla mai vista nascere
non riesce a camminare da sola
sulla sedia a rotelle
si fuma marlboro rosse lunghe
tossisce ed inveisce
come una diciottenne in calore
che la sera prima ha fatto le ore piccole
lei non è uscita ultimamente
anzi è caduta rovinosamente
il ginocchio è un poco ballerino
ha estese ecchimosi sull’anca e sul braccio
paiono spenti continenti in un mare d’anni
i pompieri le hanno fatto visita
sfondato una finestra
le hanno portato i loro saluti rossi e la sirena
con la lunga scala
le divise ed i sorrisi dell’aiuto.
quando si diventa vecchi
e i figli non ci sono
perché pure loro s’ammalano di terribili mali
quando si diventa vecchi dicevo
non si dimentica quando
si poteva camminare senza acciacchi ed impedimenti
soltanto il ricordo mantiene vivi
quando si diventa vecchi
si diventa pesanti come metalli extraterrestri
ma il cervello è leggero
anche la vita è leggera
come la foglia che si stacca dal ramo

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