letture amArgine: tre inediti di Luca Parenti in arte Yok

Diciamolo pure, senza un po’ di ferocia e parecchio sarcasmo che poesia sarebbe? Siamo troppo abituati a leggere le poesie che vogliamo da avere smarrito ogni senso critico, ogni senso del rimanere in strada per essere (almeno anche solo un po’) poco più a contatto con la realtà e saperle costruire un’alternativa. Il vecchio Yok, cugino bolognese, oltre alla copiosa produzione di livello ci offre una qualità della ferocia (e non me ne voglia) che ricorda il miglior Alessandro Assiri (non volermene Yok! L’appuntamento è sempre da Pikwick la prima/prossima volta che passo da Bologna.)

Luca Parenti (Yoklux, qui in una foto di V. Shostakovich): quarantenne bolognese, tecnico elettronico prestato alla poesia. I suoi improvvisati biografi dicono che nel 1997 vinse il VI concorso Navile di Bologna (le poesie del Navile 1997, edizioni Mobydick). Negli anni successivi vive, come dice lui, in “clandestinità letteraria sotto l’oscuro pseudonimo Yoklux”. Per il resto scrive,scrive, scrive, lavora, forse ha una vita, mi mette ogni giorno un “mi piace” e se ne impippa di curriculum e altre amenità letterarie inutili.
il suo blog:
https://yoklux.wordpress.com/

odio

una volta
tanto tanto tempo fa
in un pianeta più rotondo e azzurro
c’era l’ideologia
un’altra bugia d’accordo
meglio tuttavia del vuoto spinto
del capitale
ora rimane solo la follia
i campi non sono arati
l’educazione una finzione
la rabbia palpabile
nei fiotti di bile
dei figli degli operai
la violenza ci fa umani animali
vorrei soltanto vivere
faticare il giusto, poco
io non ci vedo nulla di romantico
non c’è nulla di cui andar fieri
senza guerre che tengano
occupate menti e corpi obesi
cominceremo a divorarci dentro
lentamente minuziosamente
come vermi solitari
come cavie deboli
come carne andata a male
col pensiero inutile
le idee rotte, le illusioni
tutte le promesse del mondo
sogni, bisogni, evasioni.
nessun impero lambisce l’eternità.
*

vita scritta

dietro ad una buona scrittura
c’è un costante sotterraneo lavorio
incessante tirar via
focalizzando e dimenticando
e c’è quel lavoro di merda
inscatolare cibo per cani
pulire i cessi degli impiegati
fare il socio di una finta coperativa
fare ore e ore di straordinario
pagato poco off course
è che non sei costretto
ma se non lo fai ogni sabato
quando il caporeparto te lo chiede
con le buone occhi duri imploranti
allora ciao ciao, torna al centro dell’impiego
dove non ti guardano neanche in faccia
perchè anche la loro è sparita
e no, il reddito di cittadinanza è una truffa
non vorrai mica che paghiamo
la gente che non ha voglia di fare un cazzo
dalla mattina alla sera davanti alla tv
o a smanettare le macchinette nelle tabaccherie
gratta e vinci e enalotto
e poi ci sono i morti cementati
carbonizzati, contusi, spappolati
e a qual punto pensi alla pensione
che non avrai mai
ai ciclopici debiti dell’inps
ereditati da uno stato
che non fa il mestiere suo
si dimentica dei figli e dei padri
ed è allora, in quel preciso momento
dopo forse dieci ore di lavoro
stanco affranto sudato incazzato
vorresti scriverle davvero
quelle parole che mancano.
*

foglia e ramo

la signora dell’appartamento vicino
ha mille o duemila anni
forse anche più
non ricordo d’averla mai vista nascere
non riesce a camminare da sola
sulla sedia a rotelle
si fuma marlboro rosse lunghe
tossisce ed inveisce
come una diciottenne in calore
che la sera prima ha fatto le ore piccole
lei non è uscita ultimamente
anzi è caduta rovinosamente
il ginocchio è un poco ballerino
ha estese ecchimosi sull’anca e sul braccio
paiono spenti continenti in un mare d’anni
i pompieri le hanno fatto visita
sfondato una finestra
le hanno portato i loro saluti rossi e la sirena
con la lunga scala
le divise ed i sorrisi dell’aiuto.
quando si diventa vecchi
e i figli non ci sono
perché pure loro s’ammalano di terribili mali
quando si diventa vecchi dicevo
non si dimentica quando
si poteva camminare senza acciacchi ed impedimenti
soltanto il ricordo mantiene vivi
quando si diventa vecchi
si diventa pesanti come metalli extraterrestri
ma il cervello è leggero
anche la vita è leggera
come la foglia che si stacca dal ramo

***********

la solitudine del Bianco

letti i resti di Bowie
mentre Biancaneve si sposa:
la solitudine del Bianco
spinge oltre margine il Nero,
coi pezzi già mangiati
riposano tutti al Cimitero degli Eroi

morto anche il lascito
in tracce fresche e durature,
riconoscibili soltanto
poche precoci illusioni
da ego scomponibili, ben presto
faranno i conti
con la volubilità di sabbie
contrapposte a violente mareggiate

tutto sommato ama dire io c’ero
per un posto importante nel Walhalla,
quando tutti invece
non vedevano l’ora
di andare via

Il Lunedì di Pentecoste


Sempre sia benedetta la soglia dell’attenzione, l’unica da non scavalcare con una sposa in braccio, specie quando si abbassa. Sappiamo tutti bene che giorno era ieri, per opera dello Spirito Santo è stata Pentecoste: e qui si ricordano anche i giorni della Scampata Peste.
Fu allora che si cominciò a ringraziare e poi a ricordare, per grazia ricevuta, quel miracolo. Poi col tempo iniziò un breve mercato di bestie e strette di mano, poi di vino generoso o cattivo e alimenti bisunti.
Infine ogni alibi per mangiare, bere, fare casino, cessò: rimasero le processioni e la Chiesa aperta anche di sera.
Steve mi veniva a prendere da bambino, e mi portava alle giostre: e un bel giorno mi regalò anche un fucile.
Ricordi che mi indorano ancora il cuore, anche oggi, tempo di idiozie, danaro sempre in testa e mai in tasca, verità strisciate senza che la banca risponda.

letture amArgine: Loredana Semantica inediti

Mi scrive Loredana. Ecco un minisilloge di selezione di miei scritti anno corrente e 2017. Inframmezzate da brevi metapoesie. Ora scegli tu. La scelta sarebbe stata troppo imbarazzante, le ho messe tutte, buona lettura!

Scrivono bene qui le tue zampette
hanno un assaggio fatato
un tepore incollato alle occhiaie
le scapole alate della fatica
hanno un certo sguardo
fremente di colla
si complicano gradevolmente
la vita accettando la sfida
tra le pieghe dell’oggi
e l’impossibile oltraggio.
***
Gemere questo sì
intimamente
ha una connotazione asessuata
vedi mio possibile rimedio all’esistere
mio contraltare mio lutto
ci hanno tolto ogni cosa
anche le strofe da scendiletto
le canne fumarie dell’ascensore
un certo sguardo occhialuto
come una colpa
dove per un secondo emerge
l’indistinto anelito al cespite
il lago sepolto
non crederti immune mio cielo
siamo uno specchio
nemmeno una strega per mela
nemmeno una meta comune
ora il divario ci assale
la deriva è un castello
anche l’assedio è una pena
l’ennesima pena
da sostenere
***
In volo ben oltre le nuvole
tra quote e note celtiche
restavo in qualche modo ancora
sulla terra albero
restavo benedetta al suolo
nel mare sconfinato restavo
una linea spezzata
un’azzurra proiezione
traumatica di angosce
desideri sconfinati che univano
l’ulteriore allo sparire
l’incertezza all’invenzione
di un attimo perfetto dove
svanissero tutte le paure
e soave il galleggiare
trasportasse nell’etere la luce
un’infinita pace tanto
sconosciuta quanto ambita
senza picchi stacchi alture
senza null’altro che un vento
d’aliante stuporoso e tiepido
dolce la culla il curvo dondolio
l’incoscienza irraggiungibile
l’attimo eterno del dormire.
***
Voi scrivete e mentre scrivete siete
dentro ciò che scrivete
esattamente per come siete.
Io nondimeno.
***
E cosa dirai di te domani
riferirai di quotidiane riflessioni
del sapore dell’abbandono
quel misto fragile di guerra
e fascino di resa racconterai
l’accettazione dell’inutilità
raccolta fresca dai rami
croccante di portulaca e uova
nuova ogni giorno come
una nuova meta che
rigenera e distrugge
regala attimi di autentica
pazienza.
***
È l’amen
un qualsivoglia bene
un così sia celeste
un male altrettanto
che diviene
imprevedibile imprevisto
per la tanta pioggia
che viene dal cielo
imperturbabile e ostinata
ottusa come un canterano
come bomba che scoppia
tra gli aghi di pino
e nel silenzio un frastuono
di umido crollo
dalla radice alla cima
un inchino.
***
Ecco se potessi la confidenza
massima che chiedi
ti direi la stanchezza della battaglia
quella guerra persa in partenza
che una vita mai completa
l’insistenza a chiedere verità
estratta dal suo covo di melma
intera presa a mani nude
grondante sempre qualcosa
spesso l’essere autentico dolente
l’essere perciò spaventosa pietra
spalancata nel buio come bocca.
Ti direi la ricerca dei simili nel tempo
perché mi vengano in aiuto
a formare la fronda della resistenza
al fallimento inevitabile mi accorgo
invece che sprofondo maggiormente.
Ti direi che è questa la debolezza
lo scemare delle forze
e ancora insanabile
solitudine.
***
Volevo dire che non brillo
che non volo volevo
dire di quando la bocca
dicendo denigra.
***
Il progetto che non sai
è un riflesso di specchio
dove un cenno appena
sarebbe forse un concerto
una festa di campane
un cembalo una qualche musica
celestiale ma i cerchi curvano
con lentezza non per torsione
o affermazione di principi
ma per dialogo interiore
sguardo di strade mai viste
nella richiesta muta dei gesti
la visione delle cose dall’alto
senza superbia ma con distacco
una specie di volo in cui
noi siamo insieme perfettamente
sincroni e uguali.
***
Dire una parola meno
ancora meno di quella di prima
meno dell’altra di quella scorsa
di quella scritta o pensata.
Dire per sottrazione
lasciare al silenzio
potentissimo di sfondamento
lasciare al silenzio mai visto
morto il corpo e sepolto
la rivoluzione.
***
Se veramente tu rotolassi come niente
come corpo spoglia e dentro il nulla
nulla potrebbe toccarti e tutto sarebbe
l’inesistenza delle cose la loro materia
inerte e grigia ma c’è il rosso nel circolo
un’arteria che brilla la tua esatta umanità
quel desiderio cosmico che ha nel cielo
lo scenario perfetto azzurro di giorno
di notte nero è per questo che vibri
per questo soffri e preghi per questo
dentro piangi e poi gridi per questo
triboli e spingi pietre e tiri corde e pesi
per questo sei chimica sinapsi e ancora
sei un angelo cieco ridotto al suolo equino
cometa senza coda guerriero santo buffone
puledro asino monaco certosino
navigatore dell’emisfero destro
tra le meningi e sinistro per devianza
assiomatica dell’uliveto intero
e sei per tutto questo inquieto o sereno
finora vivo come me del resto
***
(Non confondete le idee
tra poeti e non poeti
voi scrivete cose così
tanto per affermare cosa siete
mostrare la pancia
di certezze e invece…)

Nulla è sicuro oltre la porta
solo il crivello che cerne la farina
mia madre me ne ha lasciato uno
è un po’ bucato ma serve ancora all’uso
al lievito fa gioco il suo potere
intanto scrivo ancora
ti perdono.

***


Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s)(27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“ è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola”, “Poesia delle feste”. Nel 2016 ha pubblicato con Deborah Mega e Maria Rita Orlando l’antologia poetico-fotografica “La prima rosa”, Feltrinelli. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/ e quello collettivo Limina mundi all’indirizzo https://liminamundi.wordpress.com/

ascolti amArgine: Sister di Mark Lanegan

Il brano, veramente carico di suggestione verbale e sonora è contenuto nell’album Gargoyle del 2017: pur nei suoi tanti limiti la traduzione è mia.

Sorella

Quegli spiriti nel bosco
Non posso contarli tutti
Strega bianca morta
Corri giù nella radica
Inseguimi con lo sguardo finché non cadrò

Lo specchio è mio di notte
Osa la mia anima dormire
Vuole la mia anima mantenersi

Sorella
Sorella mia
Imposta il cielo in fiamme
Il regno selvaggio è cieco

Quegli spiriti nel bosco
Non posso nominarli tutti
Mettimi dentro un cappuccio
Portami al muro
Tutte queste cose solitarie
Sono stato così vicino
Tu svolti lo stesso
Eppure non sono mai stato qui

La morfina drogò l’uomo che si è ritrasse
Il capitano guidò la nave verso la rovina
Il corvo rilasciò il palloncino cremisi

TESTO ORIGINALE SISTER

Those spirits in the wood
I can’t count them all
Run me down the briar
Chase me till I fall
The dead white witch’s gaze

Mirror’s mine at night
Dares my soul to sleep
Wants my soul to keep

Sister
Sister of mine
Set the sky on fire
The savage kingdom is blind

Those spirits in the wood
I can’t name them all
Place me in a hood
Walk me to the wall
All these lonely things
I have held so near
You glean just the same
Yet they’re never here

Sister
Sister of mine
Set the sky on fire
The savage kingdom is blind

The morphine drugged the man who marooned
The captain steered the ship to ruin
The crow released the Crimson balloon
The morphine drugged the man who marooned

Un luogo

sia niente, ovunque sia
senza obbligo di sognarlo,
senza obbligo di me stesso:
dove non sia fuori posto,
fuori quota l’Indicibile,
attraente e fuori rotta
non segnalato dalle carte

dove ogni città
inizi senza nome,
le storie siano rette mai segmenti,
decumani perfetti senza buche,
il pianto sia sorrisi
senza scambio di amarezze,
ma libertà di pensiero e di respiro

reclamo per le foglie d’autunno
il pieno arbitrio di cadere
verso l’Alto e verso Sud

in un giorno perturbato,
nessun luogo è perfetto,
la pioggia di Dio si confonda
pienamente con la mia

aforismi peripatetici

nei 5 anni di governi targati pd la questione del Mezzogiorno è stata sempre e soltanto l’ora del pranzo

*

Macron è un impiegatuccio di banca manovrato da una babbiona, che è salito troppo in alto per demeriti altrui, quindi soffre visibilmente di vertigini e di un notevole complesso di Edipo.

*

Jovanotti cita Terenzio? Rimane comunque un impedito, mi preoccuperei molto di più se qualcun altro citasse lui.

*

Conosco donne, visibilmente scadute, che si credono ancora in garanzia.

*

adoro il termine “mona” perché definisce due categorie di opposti che si attraggono

*

donne: Christine Keeler

Christine Keeler cedeva gratuitamente
amore in cambio di segreti.
Nessuna città qui vicino
si chiama Beirut. Soldi ne hai?

Ovunque si trovasse e qualsiasi fosse
il colore delle lenzuola di passaggio,
i segreti più importanti andavano al nemico.

Dopo le dimissioni di Don Juan
perdette ogni verginità,
e prese a vendere particolari piccanti
per distrarre il mondo
da mosche fastidiose sempre in agguato.

Non sopravvisse più a lungo
della sua sfioritura precoce.
Non fu mai un’icona rock.
Non fu mai un’icona.

donne: Soraya

Soraya, Principessa Occhi Tristi,
riempiva un tempo
pagine e pagine di rotocalchi.
Era bella, il suo sguardo
desterebbe ancora oggi invidia
a molti cani da elemosina
in tutte le stazioni conosciute.
Eppure, la delicatezza dei suoi occhi
non è più parte del nostro mondo.
Non c’è classe
nell’Incoscienza di Classe
messa ogni giorno sul mercato:
guardatela, sembra viva!
Qui invece vendono menzogne,
il resto è tutta quanta roba congelata.

donne: Frau Baal

Esiste, morde Frau Baal,
quando la sera scende violenta sulle spalle
ogni volta a troncare il respiro
di vissute tentazioni,
il motore d’aereo precipita, come previsto
sul letto nell’apice di un sogno
per zittirne il momento migliore

indocile equilibrata
per fortuna non attraversa il cuore
semplicemente divide,
lo consegna a una pausa di macerie
le risale per verificare assenza di battito
e dall’alto gode
tanta rigorosa bellezza

ogni volta inquieto inizio di vacanza:
dove tieni l’argenteria sentimentale?
Tra il non dire e i non ricordo.
Ho urgenza di rivederti.
Detto questo
non rivedranno nemmeno un attimo
di questi rapidi anni lenti
ancora in dote