cimiteri latini

Il marmista è ben informato
sulle profondità conficcabili.
Distingue il vero dal falso
nonostante malanni
in fase molto avanzata.
Resterà ancora un poco,
resisterà fino alla fine
del secondo tempo, quando
i protagonisti sogneranno
di accoppiarsi sulla tomba
della madre di lei.
La svolta successiva
nemmeno s’intravede.
Saranno bagni di fiori recisi,
cambi infiniti di identità,
analgesici molto potenti.
Frequentare cimiteri latini
ritirarsi dal mondo, mentre
le salite sono più minacciose.

Ada è un nome antico

Si baciano Cinquanta minuti.
di entrambi nessuno bacia se stesso,
tale e tanto è il ritardo.
Lo farebbero altri settecento anni
se il guasto di Venezia continuasse:
non hanno tempo da perdere, loro.

L’impossibilità di un solo respiro
è incoscienza poi pace;
non è più il caso di suonare una viola
meglio lasciarla morire.

Tengono saldamente il braccio destro
e il sinistro nell’immobilità impotente.
La postura e il tentativo di sgusciare
producono slogature ad ambo le spalle.
Ada è un nome antico, pensa.
Quando un terzo gli scarica una gragnuola
di montanti allo stomaco.

Quando sparisce non ha più frequenza.
ai riformatori della poesia senza poesia
rimane il nome Ada
a un tempo, senza tempo

28 Dec 1944, Detroit, Michigan, USA — Mary Rae Bingham kisses her boyfriend, Gordon Kiester, in the sunshine from a window at Michigan Central Station in Detroit, December 1944. Kiester is about to return to his duties as a sailor after a Christmas holiday break. — Image by © Bettmann/CORBIS

Perché ti dici poeta? Sei solo uno stronzo

se per fare il poeta devi essere belloccio, assomigliare vagamente a Cristo, fare i bisogni nella cassettina come i gatti ben educati, frequentare giri giusti, pagare per far libri che nessuno leggerà, frequentare giri e accademie altrettanto giuste, dar via il culo (spero solo in senso lato), scrivere robe inodori, insapori innocue e più brevi di un sms, pompare like e dare buone recensioni in cambio di buone recensioni, iscriverti a una confraternita, insultare il sano lettore che te lo sottolinea, beh, allora ringraziando la Divinità, io non sono un poeta: la Poesia non ha bisogno di me e di nessuno di noi, sa Lei cosa le serve

ancora tra noi

il verbo avventura scioglie
il ghiaccio in acqua, emette vapore
quando l’adultera sale sul treno
per tornare a quei figli legaccio
svegli ad aspettarla,
il sogno invece è fuorimano
chiuso tra legni e pavimento in gres
dalle cui finestre
non si vede il mare,
ma si ricorda la carezza circolare
ad ammorbidire la pelle
a osservarne il profilo,
quel miracolo rendeva tutto fresco
e liscio, una nascita,
ma si dimentica presto,
niente è solido a parte libri
e scogli, a un punto tale
da dire “ti sbagliavi”
è stata una maledizione.
Sì, lo è stata, tempo perso,
un malloppo rapinato dentro un bar,
dove ogni sera è buia
finché il giorno si alza
per indovinare aria e oroscopi
dai rintocchi della prima campana:
il piacere è dissolto, il fato
capriccioso come sempre,
unico dio dell’Olimpo
ancora tra noi

ascolti amArgine: Lili Marleen interpretata da Ute Lemper

Vor der Kaserne
Vor dem großen Tor
Steht eine Laterne
Und steht sie noch davor
so woll’n wir uns da wieder seh’n
Bei der Laterne wollen wir steh’n
Wie einst Lili Marleen,
Wie einst Lili Marleen.

Unsere beiden Schatten
Sah’n wie einer aus
Daß wir lieb uns hatten
Das sah man gleich daraus
Und alle Leute soll’n es seh’n
Wenn wir bei der Laterne steh’n
Wie einst Lili Marleen,
Wie einst Lili Marleen.

Deine Schritte kennt sie,
Deinen schönen Gang
Alle Abend brennt sie
Doch mich vergaß sie lang
Und sollte mir ein Leid gescheh’n
Wer wird bei der Laterne stehen
Mit dir Lili Marleen,
Mit dir Lili Marleen?

Aus dem stillen Raume,
Aus der Erde Grund
Hebt mich wie im Traume
Dein verliebter Mund
Wenn sich die späten Nebel dreh’n
Werd’ ich bei der Laterne steh’n
Mit dir Lili Marleen,
Mit dir Lili Marleen? (bis)

Wenn sich die späten Nebel dreh’n
Werd’ ich bei der Laterne steh’n
Mit dir Lili Marleen,
Mit dir Lili Marleen?

LILI MARLEEN
CANZONE DI UNA GIOVANE SENTINELLA

Davanti alla caserma
davanti al portone
si trovava un lampione
che è rimasto lì tutt’oggi
se ci volessimo rivedere
potremmo ritrovarci vicino al lampione
come una volta Lili Marleen
come una volta Lili Marleen

Le nostre ombre si fondevano
sembravano essere una sola
avevamo così tanto amore dentro di noi
che si vedeva subito anche da fuori
e tutti lo potevano vedere
quando stavamo vicino al lampione
come una volta Lili Marleen
come una volta Lili Marleen

Ma ecco che chiamò la guardia
“suonano la ritirata
questo ti può costare tre giorni”
“Camerata, vengo subito”
così ci dicemmo arrivederci
ma come avrei voluto invece venire con te!
come una volta Lili Marleen
come una volta Lili Marleen

Lei conosceva bene i tuoi passi
e la tua andatura delicata
tutte le sere si ardeva d’amore
ma nonostante ciò si stava dimenticando di me
procurandomi un gran dolore
chi ci sarà ora vicino al lampione
con te Lili Marleen? chi ci sarà?

Da luoghi silenziosi
dal profondo della terra
si alza come in un sogno la tua bocca
quando le tarde nebbie svaniranno
io sarò di nuovo vicino al lampione
come una volta Lili Marleen
come una volta Lili Marleen

(Traduzione di Monia Verardi)

Testo originale e traduzione sono tratti dal sito antiwarsongs.org

per saperne di più:

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=1600&lang=it

dopoguerra e altre parole

Crepano, urlano, giacciono
su relitti di ogni tempo
con forza, decisione, talento
senza troppe perifrasi
malgrado i passi dei carcerieri.

Passi mai sentiti per fortuna.
Nati dopo l’ultimo dopo bomba:
il dolore è personale
il dopoguerra collettivo.

Ancora oggi alcuni imbecilli
nemmeno pieni di alcool,
neppure di spirito,
fanno i poeti declinando
nuove variazioni sul tema
“la vagina” e non sempre
l’hanno vista, allora provano
con l’avanguardia

fortunatamente i tirocini
durano massimo sei mesi,
invece tu manchi da un anno

letture amArgine: quattro inediti di Gianpaolo G. Mastropasqua

Può la nuova poesia del Sud rianimare l’esangue poesia nazionale? Pare di sì. Una messe di poeti da Alfonso Guida ad Angela Greco sta dando sangue nuovo, tanto, e soprattutto sta pure imparando a disobbedire. Eccone un altro che in poesia ha qualcosa da dire e sa dirlo. Gianpaolo Mastropasqua ci offre quattro inediti densi, essenziali, diretti. Sa fare poesia come tutti coloro che sanno vivere i disagi altrui, e non si gira dall’altra parte. Continua così. Si crepa, si urla, si giace, si fa poesia sui relitti di ogni tempo, con forza, decisione, talento, senza troppe perifrasi.

La stremata

Quest’attesa stremata del conto
si mura ci finge si dorme
numeri tra le casse del cassiere.
Quest’attesa armata che pugnala
alle spalle, come notizia del giorno
tra gli altoparlanti mondiali del finale.
Quest’attesa destinata delle prefiche
si crepa ci urla si giace
nell’irripetibile vivere dei morti
che ci sfiorano in sotterranei amori
e ci baciano con lingue erbivore
di astri, con carezze cadenti di stella.
Quest’attesa ammaestrata al guinzaglio
del sole, raduna le ombre prediluvio
nell’inganno dei segnali scherzati
che sentinellano sulle ciglia truccate
delle strade, dove finiscono tutte le strade
(Scopate in corso! Polvere, polvere!)
Quest’attesa immolata, fradicia di quiete
lascia le scarpe sulla porta dei sogni
abitando le stive delle anime al largo
remando verso l’isola di luna adolescente
verso le tette delle nuvole da latte,
nutrimento dei naviganti, porto mistico
dei poeti, ultimo asilo dei giganti.
Quest’attesa seduta in un bar sudato
del sud, gioca a carte con l’assente, attende
la mano vincente, per non attendere
eternamente (Asso! Scopa!) più niente.

Vivida

Nella stanza del regime invisibile
sul tavolo del giorno rotto, la mannaia
ancora calda, si accasciò nel rossore;
chi si attraversa nell’ora di punta
annuncia le catene ai piedi
le corde vocali ai polsi
la mano vuota degli zingari,
dei bambini luminosi di sangue
accendono la capitale nucleare:
per via dei mille, per corso rosso
una caviglia, un laccio, un corpo.
Così distratti da parole truccate
da facce rifatte, da seni puntati,
seduti e sedati davanti alla morte
come lapidi o sintomi o tosse.
E che dunque nessuno sapesse
era scritto nel silenzio avvoltoio
nella gola di un nido introvabile
nel rumore di paglia di una spiga.
E la follia aveva le sue scarpe
e scalciava potenti punizioni
nella rete tra la lingua e il terreno
nell’oppio delle poltrone paganti.
Dalle pianure del grido all’altra valle
il tempo è un foro nella carne, madonna
che chiama, corpo estraneo che passa.

Dopoguerra dell’essere

Fusero il cielobianco e il cieloceano
di Cracovia, in cento chiese cento canti
dove dipinta vagava la doppia faccia
di piazza del mercato, precipitando
in pasto alla luna, nella messa ossuta
fino all’argento, nell’ora lieve e cinerea
della madonna nera in processione
di caccia, mentre l’organo del pianista
esistenziale e bicentenario, crollava
con Varsavia e il romanticismo, assurdo
e assoluto in un futuro stremato dell’aria
nel dopoguerra dell’essere, assassinavo
la fantasia e i suoi fantasmi, fallico
d’immaginazione, sbronzo d’entusiasmo,
scivolando in chiese minerali, in scale
concentriche di folle in file, salgemma
amica di mia sorella, amore primaverile
e pullulante di presagi, avevi candelabri
di capelli, statue di sorgenti, stanze di sale
e rotaie dove i minatori piangevano
i sogni, e la verità sotterranea
come una tomba abitata, e l’età.

(Cracovia, Miniere di sale)

Girone della dea banalità

E narrami in traduzioni eretiche
sibilla senza timori esistenzialisti
o ambasciate distruttive che soffri
perché non sei Lilith o Satana in pelle
o una imbelle che non sa creare nulla
e indossa la maschera della maledetta
risata in visibilio, scivolando sui palchi
tra arcaici maniaci e marci falli
attendendo la bava della gloria.
Oh Signora dei vermi che inviti a letto
letterati, pigmalioni o aedi accecati
per recensioni da testate al muro
o paghi o vaghi o vai per correzioni
dei tuoi versi citati nelle alcove,
converti dementi d’accademia
in burattini o bari con la tua intima
zampogna sudata in preghiera sonante,
la forza della contronatura alberga lì
nell’inganno erogeno che radi risvegliati
per intuito sapiente il marchio vedono
e passerai alla storia perché questa storia
mente, ma lascia morire i rari sublimi
in abbondanza di niente, i fedeli
liberati che non puoi sedurre, i liberi
legislatori del mondo mai ricordati
immortali come montagne eppur sepolti.


GIANPAOLO G. MASTROPASQUA (Novembre, 1979) Psichiatra e Maestro di Musica (clarinettista), è nato a Bari, ha vissuto a Santeramo in Colle, in Andalusia e nel Nord Italia, vive attualmente a Lecce, dove lavora in qualità di Dirigente Medico in Psichiatria presso la ASL – DSM. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (2005) Andante dei frammenti perduti (2008) Partita per silenzio e orchestra (2015) e Danzas de amor y duende (Valencia, 2016), Dansuri de dragoste si duende (Bucarest, 2017), in edizioni bilingue. Ha partecipato, tra gli altri, al Sardam Alternative Literary Readings Festival di Cipro, al Festival Internacional de Poesia Benidorm y Costa Blanca e scelto tra i poeti italiani per il Bombardeo de Poemas sobre Milan opera del collettivo cileno Casagrande. É tra i 7 poeti contemporanei scelti per il film documentario “Il futuro in una poesia” della regista Donatella Baglivo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. É membro e delegato del Liceo Poetico de Benidorm e dei “Poeti per la Cultura di Pace”.

pilati

Eletto! La conta fu plebiscitaria
la faccia giusta e altrettante promesse.
Baciò, ateo per ateo, occhio per occhio,
suora per suora, deriva per deriva,
una tantum tutti i suoi votanti.

La piazza gremita diventò anticamera
in sospesa letizia pronta a ricongiungere
la propria realtà con un mondo più giusto.
Costantinopoli non divenne mai Bisanzio.

Lui pensava dimenticassero presto
i risarcimenti dovuti a Romeo
crepato per lavoro nel porto di Livorno,
non più quello cantato in vinile da Piero.
Sperava così di non farsi riconoscere
confuso tra guardie e curiosi.

Gli alberi da sfondo agitavano fronde vuote
recitando spartiti capillari:
un vento sanguinante disegnava finestre
da agguantare per precipitarsi in mare
aggregati a muratori in alta uniforme.

La folla ondeggiava in preda al malumore,
lui spediva baci ovunque a chiunque
descrivendo il compito gravoso della risalita
come nulla fosse.

Quando pioverà, dissero i pilati,
sarà un altro governo ladro.

ascolti amArgine: Hotel Plaza Faust’O Rossi

Hotel Plaza gli sguardi fermi come fotografie
Hotel Plaza le mani fredde oblique nelle mie
Hotel Plaza fermare il tempo con abilità
Hotel Plaza un grido curvo senza atrocità
La notte è pelle trasparente, le voci basse nelle stanze
la mia presenza un incidente, così dolce per noi
dentro questi specchi

Hotel Plaza dimenticarsi di fuggire via
Hotel Plaza l’onore intenso come frenesia
i giorni spesi lentamente, i passi incerti nelle stanze
il cuore un dubbio intermittente, così dolce per noi
dentro questi specchi

La tua tranquillità, la forza che non hai
vorrei strapparti un grido e portarti via
La tua immobilità, la rabbia che non hai
schiacciata in questi specchi è una follia
Metalfilm

Hotel Plaza amo i tuoi fiori come nevrastenie
Hotel Plaza le mani fredde obblique nelle mie
la notte è un sogno permanente, il ritmo denso delle danze
ricordo Atlantico Dicembre, così dolce per noi
dentro questi specchi

Fausto Rossi è nato in provincia di Pordenone, ma con la famiglia si trasferirà presto a Milano. All’età di cinque anni incomincia a studiare pianoforte. Ben presto si avvicinerà alla musica inglese e poi a quella punk americana. Il brano è tratto dal LP J’accuse… amore mio del 1980.