letture amArgine: Alfonsina Caterino, due poesie e un commento a Ignoti


Alfonsina Caterino insegna a Roma.
Ha pubblicato nel 2006 la raccolta poetica COME UNA FARFALLA (ed. Il Filo, Roma).
Nel 2009 ha pubblicato il racconto “LA CASA DI ZUCCHERO” sul periodico Narrazioni e nel 2011 la silloge poetica, “NEL TEMPO DELLA GUARDIA” ed. Dante Alighieri Napoli.
Nel 2014, il suo racconto “LA LUCE SOVVERSIVA” è stato segnalato al concorso internazionale di Poesia e Prosa, indetto dalla Casa Editrice Puntoacapo e pubblicato dalla stessa.

E RESTO…

E resto
connessa ai giorni
al tempo perpetuo che dispone i corpi
sgravati massi
da trascinare in vetta Dove i miraggi confondono
l’erba amara al grano
inconsumabile passaggio divorato schizzando
stoppie sui sorrisi
esitanti in destino Restano scorie le stagioni
confuse solitudini incastonate
nel quadro infinito di cose
aria e ortiche
sovramondo ai margini
tra radici spigolose fiammeggiando significato
il nulla
prima di rinsecchire
avanzo degli anellidi

*

E’ MATTINO PRESTO….

E’ mattino presto
spalanco le finestre Cristalli d’acqua le parole
vibrano fotogrammi sensi
la casa Vuota che staglia
smagliature sottopelle, la luce
condensa negli occhi
che il sole intiepidisce filamenti
di platino, lo sguardo
al di la del giorno Mi arresto
e
con un dito
smuovo la rugiada Il fresco fumo sembra
imprimervi il tuo nome
volto del tempo
dell’anima che
non pietrifica…

***


SI FA EVENTO MININO, IL VOLTO DELL’UOMO, NELLA POESIA
di Flavio Almerighi

Affiora autonomo ed essenziale, già nel titolo della raccolta di Flavio Almerighi “IGNOTI”, un sentimento fluido e leggero che circumnaviga l’universalità umana, facendo registrare pensiero, una Pagina Poetica connessa alla perpetua transitorietà della forma, in cui l’uomo si distilla e sbiadisce, trasfigurando in infinite possibilità, un corpo che vi aderisce, come organo ectopico. Accezione evidente che colpisce e cattura, è la forza duale dell’autore dialogante, con sé stesso cosmico e contemporaneamente, facendo trasparire mancanza, il divenire liberatorio: il giorno in cui riceverò/la sospirata notizia/ hai smesso di respirare. E seguita il giorno, nel tempo-spazio, diradando colori, volti e amalgamandone le superfici, infinite che, il reale non contiene… – ”BENCHE’ PRECARI”, recita il testo, effettivamente la vita ci sovrasta tra regimi, revisioni, stagioni calde e ghiacciate … Ci presenta il conto, pretendendo la confidenza degli uomini e la ottiene, costi quel che costi! Costa caro il rendiconto posto al centro della via, come cartello sbiadito su cui è irriconoscibile ogni sillaba che indica il prosieguo. Non si defila il linguaggio dalla condizione umana, frammentaria e sconosciuta che la poesia di Almerighi, indaga. Egli lo necessita, schietto e socializzante che penetra ovunque, per controvertere in caos, la desolazione specchiata. Così avviene in TRAMEZZI SOTTILI nei quali gli attimi divengono assoluti ed epifanici. Improvvisatori di verità ignote, spinte oltre, fino a smemorane motivi e finalità…Cosa siamo? Risponde un silenzio di piombo, sui triti fatti della quotidianità, frettolosa e sterile. Ogni risposta è vana ed anche incommensurabile!…Siamo volti che si disciolgono e divengono ogni cosa: Reietti voluti da Dio e Angeli morti/diverremo parodie di barriere coralline – Non solo…Perché ogni parola scritta, Almerighi, l’ha attraversata da parte a parte, prima di riassumerla dispositivo che prevarica le evenienze e orienta, l’anima, laddove tutto si decolora e sbiadisce, lasciando negativo sulla foto, un’ immagine polverizzata – Si profila così, il discorso che il poeta intrattiene con la poesia, organo vitale, qualsiasi funzione esso svolga nel corpo! Vale a dire, Poesia che si determina dimensione abile ad attraversare il divenire e, corrispondere affinità con cose e situazioni assurde, dolorose, folli e paradossali, dell’esistere – Egli non manca di annotare, con scrupolo evangelico, gli apostoli che ne attraversano l’indefinibile galassia rimanendone rappresi, eternamente nei nomi indelebili incisi nel tempo, con TECNICHE DI PALUDAMENTO. Così sente Flavio, di stigmatizzarli! L’elenco è lungo. Chi si oppone alle sponde sa dei pianeti a cui tendono i ricercatori della Parola e come essa può, con ossessione, ambire a strategie, ragioni e resistenze, autoramificandosi nelle creature che si flagelleranno con le tecniche di paludamento…E’ successo! La storia della narrazione ne annovera i nomi. Sono di giovanissimi, giovani e maturi protagonisti della scrittura quali: Vladimir Majakovskij, Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Gorg Trakl e…tanti ancora…MA L’AMORE AMA I SILENZI! E Almerighi gioca, decretando la fine, solo prevaricazione ingloriosa di sé! Mentre Il presente dialoga col futuro/il rientro nelle cose è fuorviante/ama non essere disturbato.
Alfonsina Caterino

Grazie Alfonsina!

in un pressappoco d’amore

bellezza già vissuta

di tanta voluttà pigra e centellinata
resta un sogno tra muri color mollica,
passi frettolosi e senza nome
camminano la strada prima del caldo,
la nebbia non esiste

solo qualche carezza
lascia passare l’idea di un nuovo giorno
cui darsi assenti.
Violaine non porta altro desiderio
oltre il suo amorino di peltro,
baci spiovuti e occhi chiusi.

Dio è ancora militare,
occhi guardano occhi,
riso tra i capelli separati da una riga.

Manchi, suona l’operetta di passaggio,
gambe allacciate
in un pressappoco d’amore,
manchi tu.

Bugie Colorate

«Ho mangiato io
le prugne
che erano
in frigorifero

e che tu
probabilmente
avevi tenuto da parte
per colazione

Scusami
ma erano deliziose
così dolci
e così fredde» (William Carlos Williams)

Cabina telefonica 227

Vieni
da me
stasera
ho il televisore
che non funziona,
possiamo vederci
qualcosa di carino
prima che lo riparino (Pedro Pietri)

Piove con ghiaccia semplicità
con truci gocce dal bel luccichìo
e piove, piove, piove, siamo annaffiatoi (Pasquale Panella)

Le cose che non esplodono:
vengon meno, sbiadiscono,

come il sole sbiadisce dalla carne,
come la schiuma esala nella sabbia,

anche il fulmineo lampo dell’amore
non ha un epilogo tonante,

muore invece con un suono di fiori
che sbiadiscono come fa la carne

sotto la pietra pomice sudante,
tutto concorre a dare questa forma

finché restiamo soli col silenzio
che circonda la testa di Beethoven. (Derek Walcott)

XII.
(Il cervo – ) Else, hai le mosche nel reggiseno!
Else! Ti appendo per le tonsille!
Else, aiutami,
mi sembra di diventare reale.

Dietro la macchina fotografica
ci sono le stelle.
Stanotte il lago voleva fare il mare

(Desenzano, 29 novembre 2012) Paola Silvia Dolci

dov’è mare

la loro casa
la loro storia
il loro fallimento
qualche lacrima
ogni tanto bagna

si direbbe pioggia
ma un fallimento
non biondeggia
prima del raccolto

quando un mare
vi si chiuderà sopra
tutte queste parole
sporcheranno l’acqua

il livello sarà
pari all’orizzonte,
sotto vi sarà
soltanto sabbia,
pesce e corallo

grazie a Dio
niente di umano
dov’è mare

letture amArgine: inediti di Luca Crastolla

Scrive Luca Crastolla: Nasco in Puglia, a Fasano, nel 1974, registrato con il nome di Luca Crastolla.
Seguo, dopo un anno, la migrazione al nord dei miei genitori. Vi rimango dieci anni prima di tornare. Dieci anni nel varesotto, e dieci anni sono sufficienti a fare di me un mezzo sangue che non si ritrova né di qua né di là. E questo diventa cifra. Anche in poesia o in quella cosa che tento andando a capo.
Lettore appena sufficiente fino ai 30 anni, smetto quasi del tutto dopo quella soglia.
Attualmente inizio due, massimo tre, libri all’anno che ovviamente ho l’accortezza di non finire.
Però mi ostino a scrivere, sento il bisogno di onorare i grandi, ma il bisogno non è mai abbastanza, così resto sulla superficie delle cose e della dote che avrei, ma per la quale non ho mai scelto d’impegnarmi davvero.
Insomma, a 44 anni, continuo ad onorare quanto mi si è stato ripetuto come nome di battesimo dalla prima elementare: è dotato, ma non s’impegna.
Io preferisco dirla con De Andrè: “quando ero piccolo m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani”. In seguito poco è cambiato.
Voglio dire: ho sviluppato un approccio molto cazzaro alla poesia, punk fa più figo, ma questa è la sostanza. La mia poesia è punk, non lo mostra negli esiti, lo è come conquista. Del resto, è così che mi avvicino alle cose: non so mai come davvero funzionano.
Oltre a scrivere, amo costruire qualsiasi cosa recuperando. Qualsiasi cosa significa caminetti, mobili, piccole installazioni, minute inutilità.
Oltre al recupero, amo camminare, lunghe camminate. Due anni fa la più lunga e mi ha portato trecento chilometri lontano da casa. Senza cibo, senza soldi, ho camminato 10 giorni barattando poesie per cibo e sono, incredibilmente, sopravvissuto. Ho dormito nei boschi, mi sono svegliato con i cinghiali, ho praticato la polvere, ho raggiunto l’Irpinia da Alberobello seguendo il tracciato dell’acquedotto pugliese, attraversando la steppa murgiana.
La meta: le sorgenti del Sele, fiume che per primo ha dissetato la sitibonda apula terra centosedici anni fa.
Con questa terra ho un rapporto complicato, forse perché le somiglio nell’eterna sete, forse perché non ho esperienza di relazioni che non lo siano.
Allora scrivo, mi canto una ninna nanna e mi consolo. Salvo entrare in un loop di dannazione per cui la penna che si alza dal foglio mi ferisce a sua volta.
Ho una moglie e due figli che sopportano quello che sono…e quello che mai diventerò.

p.s. Curo ogni giorno un filo d’erba e con lui parlo la lingua dei cervi.

Questo pugliese mi piace, ha sangue, ha le idee talmente confuse da sembrare sano di mente. Scrive poesie che mi fanno incazzare, ma anche emozionare, va bene così dai, leggiamolo insieme. Nel suo scrivere forte e impetuoso ci sono sintomi di grandezza che non vanno trascurati.

**
giochiamo
giochiamo al deficit dell’attenzione.
Non dimenticarti il correlato sull’iperattività.
Facciamolo in scala 1:1.
Dove scavi la lacuna
me la riempi di richieste
poi, pretendi una pila di ricevute di ritorno.
A ritmo, mi firmo con l’identico sangue
ma nel ronzìo perpetuo
nelle cantilene di braccia e di gambe
vorrei solo togliere la polvere
al pamphlet pedagogico dei ceci crudi
o a un catechismo di calici a rendere.

Infine, attraverso la porta
sperando si alzi un vento da lapidare

**
il tempo uccise l’ora
La tua febbre mi addentava insano
il tempo uccise l’ora e armò la mia mano.
L’amore stretto nei pantaloni, tra le cosce un lago.
Il sesso, rotta l’asola
Il sesso, issata la vena.
Il sesso uccise l’ora:
nella bocca, il rogo e le streghe
tra i denti, i resti di parole.
Il tempo uccise l’ora e ne occultò le ossa
il sesso uccise l’ora
uccise, assassinò l’ora
ai nostri occhi sequestrati. E Cristo quanti cani!
cani da Guerra Santa!
da Guerra Santa sull’osso!

(carne non eravamo più)

**
la cicatrice del Guadalmedina, oltre
il caos dirotta nel mercato delle cartoline.
Una scenografia d’ordine.
Eppure, la tiritera delle dominazioni
la contesa della grazia
nelle pietre della cattedrale monca
Eppure, la sanguinaria fortuna del meticcio
le radici del pittore
Eppure, urtare il giorno di qualcuno
e chiedergli scusa
di queste esistenze in parti
nonostante il menù turistico
e la calca

**

Amore mio stordito
riprendo a scriverti senza aver mai smesso
queste mie cartoline dall’aldilà.
Non ti allarmi il piglio:
qui è sempre la solita
vecchia storia di insofferenza
per i nomi comuni delle cose.
So bene che la senti:
mi sei complice nella carne anche quando
trovi le valigie fuori la porta
della casa che abbiamo costruito insieme.
Che sventura di amante ingrato
hai scelto di mettere tra le tue righe
ha la fame di una cagna sdentata.

Ma non ti ingrassare: nemmeno tu sei santa:
non dimentico le volte
che mi hai preteso stregone muto
tutte le volte che hai spezzato l’amplesso
serrando le gambe e lasciandomi
alla debolezza livida dei polsi.
E ancora credi che il mondo
debba accorgersi di questa fatica
di nominare quello che siede
sopra e sotto l’orizzonte.
Il mondo ha le sue preoccupazioni
e in fondo la nostra
è una questione privata.

vola via

Al tempo dei giochi vestiva
una tunica di cielo vinta a dadi,
chiese senza parole
di poter restare in seconda classe
dove non appaiono miracoli.

Il senso di un viaggio scordato,
quando il sonno si farà assorto
decidendo, una volta per tutte,
se davvero quella settimana
sono stati santi anche i minuti.

Preferisco siano altri a scegliere
la prossima spina, l’originalità
nella postura dei chiodi,
verso quali curve svolteranno
oltre la fine di sinistra e destra.

Simulacri atei come dei, ricoperti
di appunti pronti a dimenticarsi
al primo fiato di vento, quando
ogni amarezza da venerdì santo,
diventata leggenda

vola via

le cose migliori della vita

La solitudine conforta,
basta ascoltare un messo peggio
durante un dopopranzo qualsiasi,
pensando a quali siano
o chi siano state
le cose migliori della vita.
I farisei, nemmeno per un attimo
hanno concepito di ferirsi
le mani a pugni o al dovere
di essere qualcuno oltre
le poche impronte sotto i piedi,
amano marcare l’altrui lerciume.
E questa adorabile sporca vita
cresce, non si concede pause,
stupisce
ogni risveglio è senza paracadute.
Fa nausea la sera quando cade
in un pantano di stelle
per contare morti e feriti
un gran ricalcolo di anni,
ma dormirci su è un piacere.
Passano minuti, mesi, tutto
qualche coriandolo
viene giù per caso.
Cosa tenga i monti in piedi
per i giorni vuoti a venire
è da sempre mistero.
Spesso un solo monosillabo
ferisce, riferisce
e non ha altro da aggiungere.

Enea, piccoli passi

Un amante sogna per amore e tace.
Si disse fosse un gentiluomo,
un troiano scappato da dove verso cosa.
Amò in sonno senza tornare
sui propri passi.

Il giorno dopo, un sole imprecisato
batteva ovunque: tanta luce acceca.
Enea, piccoli passi e Anchise in spalla.
Enea ti conosco
ma non vedrò i tuoi figli.

Acqua di sale irruppe
sopra un deserto libico
masticato dal vento
la giornata promette sete, pensò.

I banditi dai monti sparavano
raramente con amore, tenevano alla libertà.
Speravano nella casa
all’abbassarsi del vento.

Abbiamo tutti il sogno
di abbracciare, svegli, le nostre figlie
ancora sconosciute ora che è buio.
Un giorno, finita la rappresaglia.

Poesia e Comunitarismo

Dario Zumkeller non è un fenomeno da baraccone, ha idee molto, molto chiare

i cannibali della parola

Dario Zumkellerdi Dario Zumkeller – Il comunitarismo è il principio per il quale le comunità umane devono essere al centro della vita sociale. La sociologia classica definisce la comunità come l’insieme delle relazioni sociali che coinvolgono l’individuo come parte integrante e unitaria all’interno di un gruppo sociale. Questo termine può evocare le comunità di villaggio, le comunità contadine, le antiche corporazioni di arti e mestieri o qualsiasi tipo di unità sociale. Nella società globale, la comunità si colloca in opposizione all’ideologia liberale che identifica l’individuo come non-essere atomizzato e disgregato da tutti gli aspetti della vita sociale e avulso dalle forme di coesione umana. La comunità presuppone i principi di partecipazione e relazionalità come fondamenti naturali del vivere associato in contrapposizione alla lotta dell’uomo contro l’uomo. Un esempio antropologico lo fornirono Karl Marx e Friedrich Engels nel primo stadio dell’evoluzione materialistica della storia: il comunismo primitivo delle società tribali dove veniva…

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