letture amArgine: Idea Vilarino, una poesia

poteva essere, invece non è andata così: molta vita è fatta anche di nomi dimenticati. La vita sarebbe stata diversa senza quei nomi. I figli avrebbero avuto altri nomi, altri caratteri, anche in viso. Non sarebbe stata la stessa cosa (Flavio Almerighi)


YA NO
(da Poemas de amor / Poesie d’amore, 1957-1965)

Ya no será
ya no
no viviremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme.
Nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.
No llegaré a saber
por qué ni cómo nunca
ni si era verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos
esperarnos
estar.
Ya no soy más que yo
para siempre y tú ya
no serás para mí
más que tú. Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.
No volveré a tocarte.
No te veré morir.
*
NON PIÙ

Non sarà più
non più
non vivremo insieme
non crescerò tuo figlio
non cucirò i tuoi panni
non ti avrò la notte
non ti saluterò col bacio.
Mai saprai chi sono stata
perché altri mi amarono.
Non riuscirò a sapere
perché né come mai
né se era vero
quel che hai detto che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere insieme
amarci
aspettarci
stare.
Ormai non sono altro che io
per sempre e tu ormai
non sarai per me
altro che te. Non sei più
in un giorno futuro
non saprò dove abiti
né con chi
né se ricordi.
Non mi abbraccerai più
come quella notte
mai.
Non ti toccherò più.
Non ti vedrò morire.

notizia:
https://es.wikipedia.org/wiki/Idea_Vilari%C3%B1o

Annunci

Centro città (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

vidi un cavallo bianco
fuggire dal centro città
la nebbia, colpita
da fervida illuminazione,
virava tra viola e blu

vuote le strade
pieni di feste tutti i saloni:
le donne bianche erano belle,
con quell’aria ossigenata
da monumenti ai caduti
tornavano tutte le sere

gli specchi in frantumi
volarono via tagliando l’aria
assieme alle voci
allo spavento di Clara,
le grida mostrarono i denti
non una radio dette la notizia.

Centro città non c’è più:
si è salvato
solo quel cavallo bianco
*
CITY CENTER

you see a white horse
run from the center of the city
the fog, wounded
by bright illumination,
changed from violet to blu

empty the streets
the bars full of parties:
white women were lovely,
with their oxigenated air
of monuments to the fallen
returning each evening

mirrors flying in pieces
cutting the air besides the voice,
frightening Clara,
the screams showed their teeth
no radio giving the news.

the city center lives no more:
only that white horse
was spared

© 2018 Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Centro città, by Flavio Almertighi.
All Rights Reserved.

scoprì di essere buffo

scoprì di essere buffo
durante una fucilata
mentre mordeva chi lo baciava
dentro un armadio
dove non c’era più luce

ti debbo una fuga – disse
ma l’amore va bene
per quei pomeriggi nati e vissuti
in una sacca da marinaio
perduta tra mille ciottoli
senza fortuna

labbra sporche di rosso
contro altre piene di fumo

intanto molti pesci
osservavano le reti
per decidere il da farsi:
chi si lasciò andare morì
appena rivide la luce,
inutilmente

è un altro soldato
che non torna, e Clara
attese l’anno dopo
s’innamorò di un altro
già armato per partire

Maggio passa una volta sola

Ay sognatore balla!
Balla che la tua puttana non ha parole
ma ti si stringe forte al cuore,
ti bacia sudata sotto il vestitino nero
anzitutto una formalità.

Bacia fremente d’amore e riguardo,
non è puttana la tua donna,
partorita sotto nevi in agosto
e vino inebriante in settembre,
pronta a far dimenticare ogni dolore.

Baciala ribelle, mordila, è tua.
Maggio passa una volta sola
a profumarle la rosa tra i capelli.
Spingiti in lei non la lasciare.
E dalle figli

tutti quelli che hai dentro,
nel tempo orfanile non sarete soli
altri potranno ancora sbagliare
dopo di voi

letture amArgine: Enrico Marià cinque inediti

Questi brani sono tagliati col coltello, coi calci e con gli sputi. Nulla a che vedere con le scuole e le ontologie vecchie e nuove, ma tutto debbono alla vita che passa attraverso il poeta, e lo scava, lo costringe. E’ bello scoprire un autore che tenta oltre le profondità di ego e situazioni molto complesse e scabre, e non si fa remore di essere crudo quando il canto lo pretende. Questo è Enrico Marià, mi ci sono ritrovato come in un me stesso più giovane e a volte più provato. Ne propongo e ne consiglio vivamente la lettura. (Flavio Almerighi)

A dieci anni siamo già uomini
a contarci i peli sul cuore
che ha gli occhi d’animale
che gli piace il mio cazzo bambino-
è la saliva dei rotti respiri,
la feroce gentilezza
di imparare a dimenticare.

*
Crollare morto incolume
qualunque cosa mi succeda
tu il solo angolo di mondo
che esista per davvero.

*
La dura preghiera
in ginocchio succhiartelo-
le macerie lacrime
il digiuno amore.

*
Eroina provvista di carezze
la casa tagliata fuori
la forma della voce;
di ogni tuo respiro
la pronuncia
dimmi di me l’errore-vita,
io che a niente
ti sono mai servito.

*
Fammi profonda
cruda confessione
la sacra saliva
del bacio più violento.

****

Enrico Marià nasce nel 1977 a Novi Ligure (AL) dove risiede.
Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004), Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006), Precipita con me (Editrice Zona 2007), Fino a qui (puntoacapo Editrice 2010 con prefazione di Luca Ariano) e Cosa resta (puntoacapo Editrice 2015 con prefazione di Mauro Ferrari).
È presente in diverse antologie, su alcuni blog letterari e suoi testi compaiono su riviste e web alla stregua delle recensioni delle sue opere.
Nel 2013 è stato inserito nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni compilato da pordenonelegge.
Nel 2016 è stato selezionato per Il Fiore della Poesia Italiana, opera in due tomi che scansiona la poesia italiana dalle origini a oggi.
É tradotto in lingua inglese.

Caro Roberto,

per estensione, il dodici febbraio
qualche decennio fa, cominciò
uno dei tanti amori seri
pronti a naufragare poco dopo.
Felicità è vertice raro
come una sottana non va oltre
qualche giro d’orologio.

E’ noto, ai goliardi
sempre pronti allo sberleffo,
seguono tossici, nocivi, dannosi.
Gaudenti rimasti senza tetto
parodie di tutto quanto
non sia più lecito scrivere.
Caro Roberto, oggi pioverà
anche sui tetti della stazione,
l’ultima di ogni via crucis.

Roberto Roversi, anche lui,
si è fermato al solito posto,
nessun altro lo musicherà.
Ho imparato come tanti a odiare
le ossa grasse di Bologna
il resto è niente più da raccontare
a pochi amici di chance.

Dodici Febbraio dicevo, si
e anzitutto, realizzando,
mi è sfuggito un volgarissimo strillo:
(…) sono passati già quattro anni.

e di necessità virtù

Mostra tutto anche la verità
ti penso con fatica, domani non so.
Domani crolla il mondo
e non ci si rassegna all’idea,
non c’è perché si vada ancora
casa per casa cercando altre vite.

Quando il tempo aveva voce
si potevano scoprire carte buone,
adesso gli alberi impallidiscono
al pensiero di essere tirati giù
come dei, come colonnelli
nel tempo della resa dei conti.

Finiranno mai le veneziane
di fare il verso della mantide
quand’è tagliata in due?
La verità tarda a venire
nonostante continue convocazioni,
sciocche perdite di tempo.

E di necessità virtù, le donne
si nascondono dietro occhiali scuri,
nulla trapela da quei misteri
di minestre riscaldate
lasciate raffreddare. Perdonate
viene notte, avrà unghie e denti
di grandi felini.

*