dialoghi amArgine: Davide Inchierchia In Trasparenza con una poesia di Claudio Borghi

Questo articolo nasce da una serie di colloqui e riflessioni tra l’autore e il fisico, poeta “ladro di fuoco” Claudio Borghi. Il risultato è a parer mio spunto interessante.

SCIENZA, METAFISICA E PENSIERO DELLA TRASCENDENZA

La nuova scienza e il fondamento qualitativo

Stando alle più recenti acquisizioni in ambito scientifico, dalle indagini nelle profondità sub-atomiche della materia alle esplorazioni nello spazio-tempo delle galassie più remote, dalla fisica quantistica post-einsteiniana alla biologia trans-genetica, passando per le inedite frontiere cognitive delle neuroscienze, la nuova conoscenza della natura – e della natura umana – in poco più di un secolo ha senz’altro oltrepassato il paradigma moderno classico, galileiano-cartesiano. Quest’ultimo non è stato semplicemente cancellato con un colpo di spugna, ma si è trattato piuttosto di ri-comprenderlo entro una prospettiva epistemologica più ampia e complessa: non esiste una realtà propriamente ‘esterna’, dotata di leggi obiettive e determinabili in modo assertorio; la realtà che si offre alla esperienza e agli strumenti della scienza è invece già ‘interna’ all’atto conoscitivo dell’osservatore, che del mondo reale definisce dunque fisionomia e contorni, essendo del mondo l’inoltrepassabile condizione di possibilità (si consideri il noto “principio di in-determinazione” di Heisenberg).
Tutto questo ha una conseguenza di decisiva importanza dal punto di vista del sapere in generale, a prescindere dalle specifiche implicazioni teoriche e tecnico-sperimentali: alla categoria della “quantità”, un tempo il criterio assoluto di verificabilità della scienza, oggi è subentrata la categoria della “qualità”. Nella nuova impostazione contemporanea il fenomeno naturale, tanto più è dotato di ‘senso’, quanto più esso diverrà ‘sensibile’ alle sollecitazioni della procedura empirica che è in grado di rappresentarlo: ciò che del fenomeno è quantitativamente esprimibile (in relazioni e funzioni matematiche) si fonda allora sulla variabilità qualitativa (probabilistica) del campo esperienziale e concettuale – soggettivo – in cui l’oggettività fenomenica prende forma e significato.

Una secolare diatriba

Nonostante tale consapevolezza scientifica oggi pienamente certificata sulla costitutiva prospetticità di ogni conoscenza, che rende non più praticabile la via del naturalismo immediato – non esiste ‘dato’ naturale che non sia già ‘mediato’ dal rapporto simbolico soggetto/oggetto – una secolare diatriba più o meno palese, protrattasi fino ai nostri giorni, vede la scienza contrapposta agli altri saperi (in primis alla filosofia) nella ricerca di ciò che le cose ‘sono’ in se stesse: è il problema della “essenza” ultima della realtà.
Tale contrapposizione ha prodotto e tuttora produce una sequela di fraintendimenti ed equivocità, riassumibili in due estremi esemplari solo apparentemente contraddittori. Da una parte si trova il razionalismo di chi ritiene del tutto obsoleta nell’era moderna la questione dell’essenza: essa altro non sarebbe che il retaggio di una visione mitica del mondo, il frutto di un’ancestrale – e pre-scientifica – illusione umana, che oggi troverebbe spiegazione nelle ‘energie’ invisibili ma strutturali dell’universo materiale (si pensi al nebuloso dibattito seguito alla scoperta del bosone di Higgs, ribattezzato dai media “particella di Dio”). Dall’altra parte si assiste al dilagare nella stessa modernità di un diffuso esoterismo: l’essenza delle cose non riguarderebbe in alcun modo la scienza, laddove soltanto un sapere di tipo iniziatico consentirebbe l’accesso a luoghi ‘occulti’ dell’esistenza (è il caso della persistente credenza nel “paranormale”, che associa generiche istanze mistico-religiose a presunte facoltà extra-sensoriali o, in versioni postmoderne più aggiornate, a fantomatiche attività extra-terrestri).
Ora, la domanda sull’essenza ultima – sia essa quella della ragione ‘illuministica’ o di un’intuizione ‘illuminata’ – è davvero riducibile a ciò che resterebbe ‘nascosto’ all’esperienza delle cose, in una misteriosa ‘alterità’ estranea alla nostra percezione e alla nostra vita di esseri pensanti?

Verso l’ “in sé” delle cose: riscoperta di un pensiero ‘trascendente’

Se l’infaticabile lavoro della scienza autentica consente di fugare fantasmi vecchi e nuovi, la filosofia dal canto suo può contribuire con pari rigore a fare chiarezza su un senso del nostro “esserci” troppo spesso mal compreso o stultificato da una certa ideologia scientista (falsamente scientifica) ancora dilagante. In effetti, ben prima che fosse annunciata in ambito epistemologico l’esigenza critica dei ‘limiti’ della conoscenza (Kant), la grande tradizione metafisica dell’Occidente (greco e cristiano) già mostrò di intendere il rapporto scienza/coscienza con una radicalità di visione che è forse necessario riscoprire.
Siamo perlopiù abituati a pensare in un contesto fortemente improntato alla cultura ‘nichilista’ che, dal tardo romanticismo di Nietzsche e passando per l’esistenzialismo dominante di Heidegger, ha segnato tanta parte del Novecento filosofico. Eppure, nonostante le diagnosi ‘faustiane’ del nichilismo – inconsapevole controfigura storica dello scientismo anzidetto, che ravvisa nella metafisica una paradossale scienza dell’ ’inverificabile’ destinata al tramonto (Russell) – la responsabilità ermeneutica impone in filosofia una maggiore onestà intellettuale nei confronti del passato.
L’antica domanda sull’essere o, nei termini sopra accennati, sull’essenza delle cose mai è stata confusa nelle antiche riflessioni speculative con una (pseudo) ricerca di ‘entità’ che risiederebbero al di fuori di ciò che possiamo scientificamente descrivere. Nessuna imperscrutabile ‘ulteriorità’ segretamente celata alla contingenza empirica della ragione: l’autentica metafisica si volge invece alla ‘interiorità’ dell’essere che trascende lo stesso soggetto e che, di conseguenza, trascende ogni possibile empiria.
Ma in che modo intendere tale ‘trascendenza’ ontologica, senza cadere in fuorvianti irrazionalismi o in una qualche nuova forma di oscurantismo? Ritornando all’idea “chiara e distinta” dell’intrinseca razionalità, essa stessa già metafisica, del soggetto conoscente.
Se infatti la conoscenza nasce, come si diceva, nella tensione prospettica verso le cose, il “concetto” che ne deriva – e che sta a fondamento del progredire indefinito delle scienze – non può sussistere semplicemente ‘là fuori’ tra le cose, non è un fenomeno tra gli altri innumerevoli fenomeni: esso è piuttosto ‘evento’ originario, la ‘soglia’ attraverso cui l’esistenza tutta ‘entra’ nella dimensione qualitativa della verità. Per ipotesi assurda, quand’anche non conoscessimo nulla della materia inorganica ed organica, quand’anche non conoscessimo nulla delle forze che compongono l’universo, ogni soggetto in quanto pensante ‘sa’ se stesso, poiché già da sempre è ‘manifesto’ a se stesso (Pascal). Scorgiamo così una suggestiva dinamica di senso, in cui la scienza – anziché funzione ‘tecno-logica’ soltanto – appare prima ancora espressione ‘ana-logica’ della natura universale, dell’unico essere nella sua essenziale ‘riflessività’: ogni Io, pensando, si costituisce quale essente che ha ‘centro’ in se stesso a sé e domanda per questo, a sua volta, quale sia il ‘centro’ proprio di ciascun altro essente.

In trasparenza

L’esistenza nel mondo fisico consiste – può dirsi ‘una’ – in ragione della gravitazione solare; la luce del Sole, ad un livello fisicamente maggiore, è coinvolta nella più intensa ‘unità’ gravitazionale del Cosmo; con un’intensità incomparabilmente superiore l’intera realtà, attraverso la ‘luce’ della Coscienza aperta “in unitatem” a sé, trae se stessa verso la gravitazione meta-fisica dell’ultimo «In sé». Fondamento o Causa prima che pare pertanto del tutto irragionevole immaginare – come fa dire Heidegger, ma travisandone le intenzioni, alla storia del pensiero metafisico – quale “sostanza” posta in un abissale ‘al di là’ degli oggetti conosciuti o conoscibili, costituendosi nel versante opposto quale “principio” fontale che risiede ‘al di qua’ della stessa mente capace di conoscenza: ciò che in sé ‘com-prende’ ogni logica, il Logos – il Medesimo o “Non-Altro” (come platonicamente traduce il Cusano) – che è dunque non Abisso senza fondo ma Vertice d’infinita solarità (Agostino), Singolarità originaria nella cui ‘identità’ unificatrice ogni singola intelligenza, ogni singola interiorità ontologica (non certo psicologica!) può riconoscere – sia pur in misura infinitesima – il proprio irriducibile “sé” quale ‘immagine’ dell’Identico.
Scienza e metafisica, insomma, come due saperi ben distinti ma nient’affatto avversi nel medesimo “itinerarium mentis” (Bonaventura) che conduce al ‘sapersi’ dell’essere. Dalla Natura come manifestarsi prospettico all’Io dell’uni-totalità degli enti, all’uni-versale attualità dell’Io manifesto a se stesso nella trasparenza – ‘speculativa’ – infinitamente in-attuale dell’Uno-Unico: l’eterno vivente “È”, «non circumscritto che tutto circumscrive», dell’alta Luce che «da sé è vera» (Dante).

Davide Inchierchia

*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.

Claudio Borghi

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12 pensieri su “dialoghi amArgine: Davide Inchierchia In Trasparenza con una poesia di Claudio Borghi

  1. Tempo fa ho letto, su una nota rivista letteraria internazionale che io, Flavio e Davide ben conosciamo, che secondo Hawking (in “The Grand Design”), “non c’è bisogno di un Dio, Creatore dell’Universo: basta un sussulto della forza di gravità a generare tutto ciò che osserviamo”. La cosa mi ha molto turbato: vista la stima che nutro per Hawking non so se il virgolettato, che ho riportato tale quale, sia una disinvolta lettura fra le righe o sia davvero attribuibile allo stesso Hawking, il quale comunque non è nuovo circa la presunzione ingenua di trovare la legge che possa spiegare come sia potuta scaturire la scintilla da cui si è innescata la complessità del cosmo. Il fatto è che la probabilità che una fluttuazione del vuoto generi l’armonia del cosmo è praticamente nulla.
    Stesso discorso vale per la vita: esperimenti fatti negli anni cinquanta su modelli, ricostruiti in laboratorio, del brodo primordiale hanno generato amminoacidi e proteine, dando l’illusione di poter riprodurre artificialmente strutture viventi. Il problema è che il cosmo come la vita sono legati a strutture complesse di autoorganizzazione (vedi Davies, Smolin, ecc.) e la probabilità che queste siano spiegabili solo come fluttuazioni del vuoto o siano dovute “al caso” è statisticamente trascurabile, per non dire nulla.
    Questo significa che occorre abbandonarsi all’irrazionalità della fede per ristorare il cuore e sedare l’angoscia della mente? Chiaramente no, ma è scientifico anche riconoscere che la scienza, con buona pace di Hawking, non è in grado di cogliere la legge ultima o, ammesso sia possibile cogliere l’ ”ambiente quantistico” da cui è scaturita la scintilla, non si riesce a spiegare come si siano prodotte le strutture organizzate, in definitiva perché l’entropia in prossimità del big bang fosse così bassa, per quanto Rovelli e altri abbiano tentato di recente di fornire suggestive quanto fantasiose ipotesi esplicative.
    Una scarica elettrica non mette in vita un organismo morto, come voleva Mary Shelley, così come una fluttuazione del vuoto non genera un cosmo, circa il quale sappiamo poco o nulla.
    E ancora meno, come ci insegnano le neuroscienze, sappiamo della complessità del nostro cervello.

    • il nostro cervello, se non sbaglio, ha un’attività elettrica rilevante, resta il fatto che probabilmente nei prossimi anni la ricerca scientifica aggiungerà ulteriori conoscenze e scoperte a quelle attuali, resta la domandina: che ci sto a fare qui? che l’uomo si pone da sempre… domanda che probabilmente non troverà risposta

      • Sono più le domande aperte delle risposte trovate a seguito del cosiddetto progresso scientifico, che è a ben vedere soprattutto un avanzamento tecnologico, quindi del dominio sulla natura, più che della conoscenza. Quanto all’osservazione di Flavio, citando a memoria Wittgenstein, “quand’anche i problemi scientifici venissero tutti risolti, i nostri problemi esistenziali non sarebbero nemmeno sfiorati”.

  2. Grazie a Davide per l’analisi acuta e quanto mai pertinente, che tesse una sapiente trama di dialogo tra poesia e filosofia, come io ho tentato di fare con i miei articoli scientifici e i miei versi e prose.

    E grazie a Flavio, che ancora una volta dimostra attenzione autentica alla necessità di aprire il discorso poetico in direzioni diverse, condizione ineludibile affinché la poesia e la letteratura escano dalla palude di autoreferenzialità in cui non di rado rischiano di affondare, a maggior ragione quando pretendono di trarre elementi di novità rivoluzionaria da ambiti speculativi e di ricerca che a malapena conoscono.

  3. Alfonsina Caterino (da FB) Fotografa “l’Anima dell’Uomo” questo testo di CLAUDIO BORGHI – E, la foto che ci consegna, è fatta di parole punti, come spilli! – L’immagine creata, sfugge agli occhi, si smembra continuamente…Ed è clamore spirituale, la goccia, la sola raggrumata in calce, solitaria sulla pagina che tenta di rapprenderci la mano, in segno umano…

  4. LIBERTA’ NELL’INTELLIGENZA

    Ringrazio Flavio ancora una volta per l’accogliente ospitalità.
    E ringrazio Claudio per i sempre preziosi suggerimenti e per questa giusta osservazione su Stephen Hawking, che stigmatizza una delle tipiche contraddizioni dello scientismo contemporaneo.

    Rispondendo anche alla cruciale domanda di Flavio, mi preme ribadire in effetti che la ricerca conoscitiva – filosofica e scientifica, insieme – ci pone costantemente di fronte ad una scelta di responsabilità intellettuale. Non dobbiamo cioè lasciarci fuorviare dalla grave tentazione – oggi più che mai attraente e ‘prometeica’ – di ridurre l’intelligenza a mera “funzione” tecnologica.
    Intelligenza non significa soltanto capacità di decifrare, attraverso descrizioni e misurazioni rigorose, i fenomeni naturali nei loro molteplici rapporti di forza. Intelligenza non significa soltanto porre in relazione di causa/effetto gli enti in quanto termini della nostra volontà di potenza. La possibilità a noi data di ‘rappresentare’ il mondo a nostra immagine consente certo grandi imprese e garantisce il progresso della civiltà (non senza conseguenze): tutto questo tuttavia non esaurisce le potenzialità del nostro sapere.

    Come ho cercato di mostrare, le antiche tradizioni della metafisica, della teologia e della sapienza suggeriscono una via diversa all’intelligenza, che non contraddice per nulla la via del conoscere rappresentativo, ma che senz’altro ne descrive una importante (e forse indispensabile) integrazione ‘qualitativa’.
    Il versante che da noi soggetti discende all’illimitata oggettività del mondo verrà sempre più, e sempre meglio, sondato e configurato dalle scienze nel futuro. Ma esiste un altro versante – che ci ‘individua’ non come soggetti di conoscenza, bensì in quanto singolarità pensanti – che risale da noi all’interiorità stessa dell’Essere: è l’orizzonte della “manifestazione” di ciò che chiamiamo realtà, di ciò che potremmo indicare quale “natura nella natura” (l’antica «Physis» cara a Platone, qui sopra meravigliosamente ‘intuita’ nell’albero dipinto da Magritte), e di cui la tradizione poetica non meno di quella filosofica da sempre reca traccia e risonanza.

    Gli antichi testi sulla Creazione riferiscono che all’origine vi è il «Fiat Lux», la Luce (si noti la peculiarità del verbo: non la luce “fu fatta” bensì, intransitivamente, la luce “sia”). Non ci si confonda con l’ipotesi astrofisica dell’iniziale Big Bang che diede avvio a questo universo: la luce della Creazione non appartiene allo spazio-tempo della materia, perché si costituisce ‘al di sopra’ dello spazio e del tempo, nell’eterno “presente” dello spirito.
    Sembra pertanto del tutto irragionevole pretendere di determinare una volta per tutte il senso dell’Essere entro i linguaggi di questo o quel sapere, di questa o quella teoria fisica-biologica-cosmologica; altrettanto irragionevole, ed estremamente ingenua, appare la pretesa di chi definisce la memoria spirituale dell’Essere entro i limiti di una qualche teoria psicologica dell’inconscio (sia esso psichico o mitico-archetipico).
    Perché l’Essere è originariamente “luce”? Perché l’Essere è l’ ‘aprirsi’ della verità in sé stessa a sé: l’infinito attuarsi ‘centrale’ di ciò che «È» pura e perfetta “trasparenza”, pura e perfetta “presenza” di sé con sé, e che in noi si annuncia – in misura infinitesima, essendo noi quasi prossimi al nulla – proprio nell’irriducibilità del “sapersi” quali singoli «Io» manifesti a noi stessi, ossia nello straordinario evento di libertà (così misterioso, eppure così evidente) tutto racchiuso nell’atto ‘puntuale’ della nostra identità, il nostro stesso “esserci”.

    Dice Dante, in spirito di alta ‘sophia’:

    «Non per aver a sé di bene acquisto,
    ch’esser non può, ma perché suo splendore
    potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
    in sua etternità di tempo fore,
    fuor d’ogne altro comprender, come ‘i piacque,
    s’aperse in nuovi amor l’etterno Amore»
    (Paradiso, XXIX, 13-18)

    Nessuna astronave, potesse anche esplorare i confini ultimi dell’universo; nessun microscopio, potesse anche raggiungere la struttura ultima della materia, avrebbe per questo “scienza” alcuna DELL’ Essere: al contrario, ogni conoscenza avviene già da sempre NELL’ Essere, ovvero nell’ Aperto (Heidegger) di quella imperitura “co-scienza” ideale da cui la nostra intelligenza riceve forma e vita.

  5. Flavio, tu dici: ‘personale’.
    Certo, ogni nostra interpretazione si radica in un contesto sempre storicamente e culturalmente determinato: ogni concetto, ogni teoria, ogni sapere nasce da un punto di vista sempre soggettivo, esistenziale, temporale.

    Tuttavia la nostra esistenza non si trova necessariamente ‘gettata’ nel mondo, quasi fosse schiacciata sulla esteriorità delle cose, prigioniera nel vuoto abissale della “apparenza”.
    La nostra esistenza può liberamente riconoscersi anche ‘aperta’ allo stesso “apparire” delle cose: è questa la coscienza come evento di libertà, intesa non moralisticamente ma ‘essenzialmente’, ossia come «pensiero rammemorante» (Heidegger) che si volge – in trasparenza – al Principio quale atto di infinita interiorità.

    Oltrepassate le banali ovvietà dello scientismo e i vuoti stereotipi del nichilismo, si tratta io credo di riscoprire il fascino e la «tremenda meraviglia» (Aristotele) racchiusi nella domanda originaria posta dalla metafisica: questa nostra coscienza – condizione di possibilità di tutto ciò che appare nel mondo – perché, a sua volta, nel mondo NON appare?
    Dove la filosofia non sa dire, arriva la poesia.

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