letture amArgine: inediti di Alfredo Rienzi (con trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

Non mi va di tediare e frappormi troppo con un pistolotto eccessivamente ponderoso che tolga interesse alla lettura e faccia vedere quanto son bravo, ma le poesie di Alfredo Rienzi dimostrano, e ce n’è bisogno, che c’è ancora vita sulla Terra.

Quattro osservazioni del bosco.

è impossibile venire al dentro se prima non si
viene al di fuori
(Dante, Convivio, II, 1)

Verde cupo, l’ombra imperforabile

sulla collina, massa vegetale
orizzonte taciturno e amorfo:
questo, sentenzia Lennard, è il bosco

ma Abele sa: sono roveri e faggi:
la stagione dei narcisi verrà
persa nei propri passi e i nomi
conoscono i nostri occhi, li hanno visti
formarsi nel ventre, opache perle.

Oltre, dentro, solo un altro tempo vede
non questo che misura in ore
e Morgane non sa se restare sveglia
o sognare le attese dell’assiolo
tradurre gli aliti e gli alburni inquieti,
lei che conosce dei rami i cifrari,
e delle ali sa gli angoli del decollo.

Ma quali sensi fanno blu il canto
il volo delle spine, la loro pioggia?
Chi sa cantare alla gioia della morte?
Ha tutti i nomi:
bosco, corteccia, foglia, linfa, fuoco
sotterraneo e sublime, bianco, e rosso ché cresca e si offra.
Passa non visto, non udito.
Cos’è questo niente che divora?
Restino, a dubitare, le mani.

*

IO SONO LAZZARO, VENGO DAL REGNO DEI MORTI

«Io sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
torno per dirvi tutto, vi dirò tutto»1

al termine del notiziario vi avrei
davvero svelato tutto. O, almeno,
molto, davvero molto
più di quanto vorrete mai sapere
ma vi siete dileguati, sedotti
dalla vostra quotidiana fine del mondo
come formiche ai comandamenti
dell’odore e del granello dolce

vi avrei confessato, come inizio,
che non fui mai veramente morto
che i vermi e le garze
e i pianti delle sorelle e il sepolcro
furono l’inganno per i Guardiani.

Come molti prima di me, come molti dopo.

Torno per dirvi il tempo che verrà
e sommerà sete a sete, caduta
a caduta, le sottilissime lingue
uraniche e le gialle e ferme nebbie

ma sono indifferenti ai vostri sensi
le grida intraducibili, la verità, il silenzio
uguali il presagio e il profondo sonno.

1 T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

*

Una visione

Sfilano in basso boschi densi di cerri e faggi:
sono fruscio o remigante?
palpebre spesse (anche das innere auge
l’occhio interiore
è diventato opaco)

ma ci sarà tempo, ci sarà tempo
davvero, J. Alfred?
non per cento, ma per una visione
ci sarà ancora tempo?
(speranze e azzardi sono differenti
a vent’anni, l’avrai compreso questo,
questo l’avrai sentito – e presto, credo –
tra i denti e le dita, senza aspettare
che si disperdessero vini a sera)

e tornerei e torno sulle mie orme:
minute creature una ad una le stanno cancellando
oh sì, Tiger il Navajo le saprebbe seguire,
nel suo alfabeto di fumo salvare
il racconto per l’attimo senza vento

le nubi piangono fuliggini e mirra
e sfilano, sfilano in basso boschi

in quale stanza d’acqua dimoro?
in quale cavità della stagione
morente, io e te aspetteremo?

*

Su logore metafore di clepsamie

Tutto il mio tempo è un singolo granello
di sabbia, la certa caduta, l’attesa
di nuova mano che riazzeri il mondo

ma Alex ha tredici mesi e compie i primi passi e cade
senza dolore. Si rialza veloce
lo sguardo all’infinito il muscolo ciliare
da fortificare. Per quale caso
l’esatta simmetria della clessidra
riflette i suoi fotoni, accoglie nello spettro
strettissimo tra il rosso e il viola l’orma
del presagio, la grigia profezia?

Vedete che non bastano
le quattro dimensioni
dello spazio
e che l’intruso non è il tempo ma la mano
che senza un motivo lo capovolge?

E cosa mi dite di Luc, del suo modo
di guardare? Luce negli occhi. Marmo,
petali, la punta della matita
colorata, l’immobile clessidra
deposta sopra un piano orizzontale.
Un uomo che riposa a tempo fermo.

Vedete che non basta riportare
come prima lo strumento perché
ritorni indietro la stagione, e che
anzi riprenda, immune al paradosso,
a scorrere e a cadere.

E così che Maurice, cha ha qualche anno in più
passando le notti a testa in giù
come l’Appeso sull’abisso
vorrebbe ritornare nel ventre di sua madre
nella carezza della sola mano
nel prato azzurro prima d’ogni scelta

ma si risveglierà ancora un altro giorno
avanti.

*

(Ma che vuol dire ho perso anni)

Ma che vuol dire ho perso anni
in questa o quella vicenda della vita?
Forse un amore, un amore finito
è un tempo che non vive, o che non ha vissuto?
E il gioco, l’indolenza, il vizio più abrasivo,
raccogliere le olive e il mais, cercare
di salvare l’ala a un pipistrello?
E seminare zolle che non daranno frutto
e scrivere versi che non troveranno
voce? E costruire muri che crolleranno
quando giungerà il tempo della resa:
è tempo che si è sprecato,
sperdendosi come acqua di rivi?
(che pure tornerà in pioggia e mare…)
E fossero anche anni nel sonno
più profondo, quello privo di sogni
nel coma che nulla sente e sogna:
potrei mai dire: è tempo perso?
pensare mai: è vita dissipata?
se ancora io – in quest’età che si denuda
neppure so dare, della vita, una definizione…

****

FIVE INEDITED POEMS OF ALFREDO RIENZI

Four Observations About the Woods

It is impossible to enter if first
you don’t come from the outside (Dante, Convivio, II, 1)
Deep green, impenetrable shadow
on the hill, a vegetable mas
mute and amorphous horizon:
this affirms Lennard, is the forest

but Abel knows: these are oaks and beech trees:
the season of the narcissus will come
lost in its steps and names
they know our own eyes, having seen them
take shape in the stomach, dark pearls.

Beyond, inside, just another opeque sees
not this one measured by hours
and Morgana doesn’t know if she will stay awake
or dream he assaults of the scoop owl
translating the breaths and the unquiet sapwood
she who reads the ciphers of branches,
and knows the angles of departure.

But which senses make blue the song,
the flight of thorns, their raindrops?
She has all the names:
forest, tree bark, leaf, lymph underground
and sublime fire,
white and red growing and offering itself.

It moves on, unseen, unheard.
What is this devouring nothing?
These hands, let them stay to doubt..

I AM LAZARUS, RETURNING FROM THE REIGN OF THE DEAD

“I am Lazarus, come from the,
come back to tell you all, I shall tell you all” (1)

at the end of the news I truly would have
revealed everything. Or, at least,
a lot, a lot indeed
more than you would ever know
but you were dispered, seduced
by your daily ending of the world
like ants comanded
by the smell of a tiny sweet grain

To you I would have confessed, as a start,
that I never was really dead
the worms and the wrappings
and my sisters’ laments and the sepulchre
were a trap for the Guardians.

Like many years before me, as for many years after.

I come back to tell you of the time that will come
adding up thirsting to thirsting, fall
after fall, the thinnest of uranus-like tongues
as well as the yellow, still fogs

but they are indifferent to your senses
and the untranslatable screams, the same truth,
the silence presage and deepest sleep.

(1) T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

One Vision

Dense woods of turkey oaks and beech trees
unfold at the bottom: am I whisper
or flight feather?
thick pupils (anche das innerer auge
the inner eye
has become opaque)
but there shall be time
don’t you think, J. Alfred?
not one hundred per cent, but for one vision
will there still be time?
(hopes and hazards are different
at twenty years, this you have understood
you will have heard – and early, I believe –
between teeth and fingers, without waiting
that wines and evenings would be dispersed)

and you will return, I will go back on my tracks:
minute creatures one by one erasing them
oh yes, Tiger the Navajo could follow them,
in its smoke alphabet would save
the tale before the instant without wind

the clouds cry ashes and mhyrr
and unfold, unfold the woods below

in what water room do I live?
in what hole of the dying
season will you and I await?

Of Wornout Kleptosamic Metaphors

All my time is a single small grain
of sand, the sure fall, the awaiting
for a new hand that will zero out the world

but Alex is just thirteen months old, takes his first steps and falls
without pain. He stands up quickly
his look to the infinite, the ciliary muscle
must be strenghtened. For what purpose
the exact symmetry of the clepsydra
reflecting his photons, absorbs in the narrowest
of spectrum between red and violet the imprint
of premonition of a gray prophecy?

See that the four dimentions
of space
are not enough
and that the intruder is not time but the hand
running it over without reason?

And what do you tell me of Luc, of his mode
of looking? Light in the eyes. Marble,
petals, the tip of a coloured
pencil, the still clessidra
placed on one horizontal plane.
A man resting during motionless time.
See that at first it’s not enough f
a registring instrument so that
the season returns, and indeed it would
it would start up again, immune to the paradox,
to stream and fall down.

It is thus that Maurice, some years older
passing the nights head upside-down
like the Hanged above the abyss
would like to return to his mother’s womb
to the caress of the one hand
in the cerulean field before any other choice
but will wake up ahead again
for another day.

(But What Does It Mean That I Lost Years)

But what does it mean that I lost years
in this or that instance of life?
Maybe one love, a finished love
It is a time that doesn’t live or hasn’t lived?
And the game, the lazyness, the most abrasive vice,
gather olives and corn grains, try
to save the wing of a bat?
And planting land clods that give no fruit
and write verses that won’t find
a voice? And building walls that will fall down
when the time of defeat will arrive:
it is wasted time,
disappearing like waters of rivulets
(it still will return as rain to the sea…)
Were these also years of deepest
sleeping, the one without dreams
in the coma that feels and dreams nothing:
can I ever say it is time lost?
never think: is it life wasted?
And even if I – in this dissipating life–
I am unable to define what is this life …

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of Five Poems by Alfredo Renzi, published by Flavio Almerighi su amArgine. All Rights Reserved.


Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Nel 1993 ha pubblicato Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, 1993, pref. M. L. Spaziani); i successivi volumi sono Oltrelinee (Dell’Orso, 1994) e Simmetrie, (Joker, 2000) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, pubblicata da Puntoacapo Ed., Novi L., 2011, in quanto opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia (con pref. di G. Linguaglossa e postfazione di M. Marchisio). L’ultimo volume in versi è Notizie dal 72° parallelo (Joker Ed., 2015) Premio Civitella-Pelagatti, con traduzione in alfabeto Braille, e Premio Metropoli di Torino.

Ha all’attivo collaborazioni e/o contributi creativi e critici con numerose riviste e siti di poesia e letteratura nazionali ed è inserito in varie Antologie critiche sulla poesia contemporanea (tra cui: G. Linguaglossa, La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, 2002, e La nuova poesia modernista italiana, EdiLet, Roma, 2010; S. Montalto, Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, 2008; L. Benassi, Rivi strozzati – Poeti italiani negli Anni Duemila, 2010; G. Lucini, Poeti e poetiche-I, 2012).
Ha partecipato alla traduzione di OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004, a cura di A. Emina. Come saggista ha pubblicato Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Dell’Orso, 2011, Finalista a Premio Soldati-Pannunzio 2016 e Premio per la saggistica Metropoli di Torino 2016.

Attualmente collabora con i comitati di redazione delle collane di poesia di Joker Editore. È tra i collaboratori e sostenitori di Amado mio, foglio letterario torinese fondato nel 2014 da Marcello Croce e Luca Borrione.

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16 pensieri su “letture amArgine: inediti di Alfredo Rienzi (con trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

  1. Ho incontrato la poesia di Alfredo Rienzi con ” Quattro osservazioni del bosco” , mi toccò molto:
    ” Ho seguito il tuo bosco ed il suo quattro, come casa porta soglia e povertà..
    La lettera che in ebraico rappresenta questo numero è Dalet
    la porta aperta, un mondo che si espande in quattro direzioni, come una poesia..
    Curiosamente poi la gambina del ghimel(la G, il benefattore) che la precede si appoggia quasi al fianco della porta, dicendo come stia cercando il bisognoso, e quella di dalet, con lo stesso tratto, affinchè, anche il bisognoso, si renda disponibile.
    Mi hai portato passegginado a ricordare che nel Tempio antico c’era una stanza speciale, detta la camera del silenzio, in cui poteva entrare chiunque, povero o ricco, ma solo una persona alla volta. Chi poteva, lasciava un dono. Chi aveva bisogno ne prendeva in forma discreta , nessuno sapeva dell’altro..Settanta livelli di lettura ci offrono le cose, e le poesie
    I Nostri Padri li raccolgono in quattro livelli chiamati Pardes,
    il giardino, dove possiamo mangiare frutti ed acquisire forza, massa vegetale, semplice come la prima lettera di Pardes, la P
    La seconda, la R di remez è quella di Abele che sa dei roveri e faggi, di chi li ha visti formarsi nel ventre come Il Battista Gesù,
    la terza lettera, D, darsh, è “ scrutare, gli aliti come gli alburni inquieti, darsh è anche “esigere” oltre, un’istanza interiore, un ulteriore messaggio la quarta lettera S è la parola sod, è il segreto, è il bambino che cresce dopo essere stato grande nel bosco, nella corteccia, in una foglia, nella linfa .
    è fuoco e come amo dire se nel verde del sinoplo vive il rosso, Noi finisce nel fango per brillare.
    Stupefatta dalla bellezza, un chiaro nel bosco e oltre”
    e non l’ho più abbandonata.
    Grazie Flavio

  2. Fabrizio Bregoli (a FB)

    21 febbraio alle ore 14:44

    La tua poesia, caro Alfredo, è sempre sorpresa e scoperta. Per me è sempre un privilegio poterti leggere, attingere da questa tua vena così sincera e fertile. Bravo, bravo e ancora bravo!

    21 febbraio alle ore 15:53

    Bravo Flavio a sua volta per l’ottimo scouting

  3. Gabriela Fantato (da FB) Bei testi, Alfredo Rienzi..eliotiani…dive lirica e poesia si intrecciano!!testi concreti e insieme visionari.Bravo …e un grazie all’amico Flavio Almerighi per averli scelti

  4. Beppe Mariano (da FB) Caro Alfredo, una poesia, la tua, dell’interrogazione (anche quando non interroga apertamente) che sottende, mi pare, un pensiero metafisico attraverso un immaginario non consueto.

  5. Mariangela Ruggiu (da FB) poesie di cui riesco a leggere ogni parola, come se fossero scritte con altri sensi oltre quelli comuni… e così raccontano il mistero che abbiamo negli occhi… bellissime poesie

  6. Ringrazio Flavio, ancora una volta.
    E ringrazio chi ha letto e, ancor più chi ha espresso commenti e osservazioni. Purtroppo, non posso ringraziare per quel dono molto particolare, spesso difficile da formulare (per me, anche, ovvio) quasi sempre frainteso o malaccetto, che è l’obiezione, la critica negativa, il suggerimento al miglioramento. A volte potrebbe servire, certamente, a volte è servita. Provvedo allora io ad una breve sottolineatura di qualche aspetto che non sono sicuro che funzioni e che, anche attraverso la maggiore esposizione che web e social consentono, sto provando a testare.
    -la difformità/varianza formale-stilistica: in questo momento per me è imprescindibile, né vera scelta, né smottamento passivo. E’ un dato di fatto, ma se dovessi esprimere una larva di teoria programmatica, mi piacerebbe poter continuare ad esercitarla, senza dover inibire (nell’unico momento veramente essenziale, che è quello dello scrivere: il riordino, il raggruppamento in raccolte, le pubblicazioni sono un accessorio successivo) il piacere di scrivere in terzine in rima o testi di diverso registro, anche nel singolo componimento.
    – la riconoscibilità, aspetto conseguente: non mi interessa, né verso me stesso, né verso scuole, gruppi, maestri ecc (chiaro che ho amori, folgorazioni, preferenze, rapimenti, e neanche nascosti).
    – la tensione interna: questa mi interessa, anche in testi criptici o troppo autoreferenziali, mi piacerebbe non sterilizzare emotivamente la scrittura, minimizzarla, polverizzarla in materiali asettici: magari lo risulteranno, però avrei altre intenzioni. Mi fa piacere che qualcosa sia stato commentato in tal senso.
    – le solite “domande radicali” (il tempo, il senso delle cose e della vita, la condizione umana…): ospiti scomodi, ingombranti, ripetitivi, retorici ecc. Mi impegno a non sovraesporre il testo: non so se mi riesce bene; certo è che non voglio partecipare alla cacciata delle “domande radicali” a favore di un frammentismo di superficie. Ci sono splendidi modi di fare poesia meno verticale, a me non viene particolarmente bene, però lo stesso confrontarmi mi tiene nel dubbio di esagerare in direzione opposta.
    Mah, ho accennato a qualche aspetto sul quale rifletto e dubito spesso. Poche idee e confuse.
    Ma grazie a voi e ad altri, a volte giungono preziose afferenze.

    • conosco autori (me compreso) che dopo la fatica di riordinare un libro, e per un po’ di tempo, smettono di scrivere o pensano di scrivere male, conosco tutte le questioni legate a scuole, gruppi, sottogruppi eccetera, conosco le domande radicali, imprescindibili per l’essere umano, anche quello che scrivi: le tue poesie (almeno queste) a mio avviso sono venute fuori da momenti di grande e libera tensione creativa, e tanto basta, il resto è scorie

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