letture amArgine: Mariangela Ruggiu (trad. Adeodato Piazza Nicolai)


Gentilissimo Flavio, rifletto in questi giorni sul mio modo di vivere la poesia e la scrittura, io sono un po’ orso, un po’ lupo solitario, ho un’idea personale della poesia per cui penso che il poeta sia solo un tramite che ha recettori per scrivere poesia, e credo che la poesia esista di per sé e che un bravo poeta sia quello che la lascia fluire senza ingabbiarla tra le maglie dell’io.
Certo il suo contributo è determinante per rendere intellegibile la poesia, ma una volta scritta è alla poesia che va l’attenzione, la lettura: per questo non amo comparire… nel libro non c’è foto né note biografiche, solo il nome perché non siano poesie orfane. Quando mi si chiede di comparire con foto o con notizie di me provo sempre un certo imbarazzo, lo confesso, per questo vorrei chiederti se posso lasciarti solo le poesie, per il tuo blog… e non so se questo possa essere un inconveniente perché forse segui una linea nelle tue pubblicazioni e io non vorrei essere un bastian contrario. Ho scelto di limitare le mie attività al mio profilo fb, e non so bene i criteri di gestione di altri siti, per cui potrei risultare magari anche indisponente con questa mia richiesta… spero che traspaia che è solo un senso di rispetto verso un mondo a cui mi sembra di appartenere così poco. Ti ringrazio tanto della tua attenzione e ti lascio in allegato le poesie che ho scelto, ma tu sentiti libero sempre di non accogliere questi miei desideri. Ancora grazie

siamo cibo uno per l’altro
questo mescolarsi di carni
non è peccato nel gesto dell’offrirsi
se fossi roccia mi frantumerei al sole
mi scioglierei nell’acqua e diventerei te

scorrerei nelle tue vene
abiterei il tuo cuore
accudirei i tuoi pensieri
se fossi terra mi farei umida
mi scalderei al sole
mi farei utero per ogni seme

potrei coltivare figli di specie diverse
e lascerei nel sangue tentativi d’amore,
o una mappa da seguire

in questo viaggio per ricomporci

da Il viaggio Terra d’ulivi editore 2016

*

inediti

io danzerò come la polvere
quando incontra un raggio di luce

danzerò con me sul filo del tempo
e porterò sorridendo
questo corpo stanco tra le mani

danzerò
dentro gli occhi come la pioggia
scorrerò danzando come le lacrime

tu puoi dirmi che ho gli occhi ciechi
che non vedo il brutto del mondo, il suo male

danzerò anche sul fuoco della guerra
sul filo delle lame
sullo scintillio del sangue

danzerò sul tuo pianto

nella cenere che resta, danzerò
sopra il fumo, con piedi di paura danzerò

e invocherò, Madre del dolore,
apri le tue mani, lascia libere le parole
dimmi che mi ami

ed io danzerò per te
sulle tue parole d’amore

danzerò con te

*

quando il mondo era diviso in luoghi distanti
e le montagne custodivano una bellezza straniera

quando avevo scelto un’isola per coltivare i fiori
e proteggerli dal calpestio delle folle, e il silenzio
si stendeva tra voci di madri col grembo vuoto

io aspettavo che calasse il sipario

dopo l’inutile esercizio della compassione
tutta l’erba secca nel tempo dell’autunno
crepe anche nel cuore

Ho incontrato la saggezza dei costruttori di ponti
li ho visti misurare le distanze, percorrere le scarpate
far scorrere la terra fra le mani, cercare le rocce solide

li ho visti
unire con lo sguardo i bordi dei precipizi
calcolare il peso dell’uomo e dei suoi peccati
stendere compassione e pazienza

ho incontrato la saggezza dei coltivatori di grano
li ho visti ridere della fatica con l’oro dentro gli occhi
e le mani piene del sorriso dei bambini sazi

e poi ho visto
la saggezza delle mani di mia madre
che sa del pane e di ogni fame,
lei, il primo ponte che ho attraversato

*

aspetto che diventi una poesia
questo senso gravido del silenzio

non mi aspetto che sia una cosa buona,
neanche che illumini, che salvi qualcuno
che curi una ferita e, ancor meno, che faccia
di me un poeta

sarà scandaloso anche il nome di poesia
ma non so come chiamarla, questa voce che viene da lontano
e mi attraversa come il sangue
scortica ogni mia parola, e la mia pelle

ed ogni volta è solo un tentativo

non so con quali parole raccontare, non so se ce ne sono
per questo brivido
quando tocco l’Essere delle cose semplici
e suona, come scorre l’acqua nei ruscelli

*******************

MARIANGELA RUGGIU, POEMS TRANSLATED INTO ENGLISH

Dear Flavio, these days I am reflecting about my mode of living poetry and writing: I am a bit bear a bit a lonely wolf. I have a personalized idea of poetry so that I think the poet is only a bridge whose structures facilitate the flow without trapping it in the webs of the ego.Of course his/her contribution is determinant to render the poem comprehensible, but once it is written all attention must be directed to thepoem, to the reading ofi: for that reason I do not like to appear in person. In the book there are no photos nor biographical notes about me, only my name so as not to show the poems as orphans. When it is asked that Iappear with photos and biographical notes I always experience a certain embarassment; for that motive I ask that you only print the poems, and I hope this does not cause problems because maybe you folloow a partricular format of presenting your pubblications in your blog. And I don’t want to be one who creates difficulties. I chose to limit my activities on the Facebook profile and I do not properly know what are the rules to follow for other web sites. Maybe I might seem one not very flexible with a request like this. I pray it might be obvious that the only reason for such request is due to my a sense of respect twoard a world to which I seem to belong so little. I thank you for your attention and send you, as an attachmen. the poems I selected; however feel free not to follow my wishes. Thanks again.

We are food for one another
such mixing of flesh
this mode of offering isn’t a sin
were I not rock I woud break up in the sun
would melt in water and become you

would flow in your veins
inhabit your heart
take care of your thoughts
if I were soil I would be wet
would warm up in the sun
would become woumb for every seed

could cultivate sons of different species
and would leave in the blood attempts to love,
or a map to be followed

in this trip to recompose each other

(from The Trip, Land of Olives Editor, 2016)

***

Inedited

I will dance like dust
when it meets a ray of light

I will dance with myself on the filament of time
and willo laughingly carry
this tired body between hands

I Will dance
inside the eyes like rain
I will flow dancing like tears

you can tell me my eyes are blind
I don’t see the bad in the world, its evil

I will also dance on the fire of war
on the thread of blades
on the blood shining

I will dance on your tears

in the cinders that remain, will dance
on the smoke, with frightened feet I will dance

and invoke you, Mother of sorrow,
open your hands, let the words free
tell me you love me

and I will dance for you
on your words of love

I will dance with you

*

When the world was split into faraway places
and mountains protected foreign beauty
when I had chosen an island to grow flowers
and protect them from the steps of the crowds, and the silence
spread out among voices of mothers with empty womb

I was waiting for the curtain to drop

after the useless attempt at compassion
all the dry grasses in autumn’s time
even cracks in the heart

I met the wisdom of the constructors of bridges
I saw them measure deistances, walk upon hillsides
make the land flow between their hands, find solid rocks

I saw them
with their eyes joining the edges of a precipice
measure the weight of man and his sins
distribute compassion and patience

I met the wisdom of the weat sowers
saw them laugh about tiredness with gold in their eyes
and hands filled with smiles of well-fed children

and then I saw
the wisdom of my mother’s hands
that smell of bread and of every hunger,
she, the first bridge I crossed

*
I am waiting for it to become poetry
this pregnant sense of silence

I expect it will be a good thing,
giving no shine, that I save somebody
who cures a wound and, even less, it might
make a poet of me

even poetry’s name could cause a scandal
but I don’t know what to call it, this voice coming from far away
and flowing across me like blood
striping bare each of my words, and my skin

and every time it is just a trial

I don’t know with what words I should tell,
I don’t know if there exists such a chill
when touching the Beingness of simple things
and it gurgles like water in streams

© 2017 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of Poems and an introdction by Mariangela Ruggiu, posted on the blog Letture amArgine of Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

all’orto botanico

mi piace guardare
morire, spuntare,
e tempo dopo, rinata
adoro imparare da te
che ogni spina ha un nome
e un posto dove stare,
mentre la tua risata,
divagazione di un attimo,
attraversa l’aria d’eucalipti
fino alla punta dei capelli
della palma di Goethe,
intatta come l’autunno.
Adoro il disappunto breve
sui lucchetti chiusi in serra,
e andare via senza neanche
sfiorare l’orchidea.
La passiflora invece cresce
e non ricorda quanto,
solo passione che sfugge
ai vetri e li infrange lenta,
violenta, pensandosi già a casa,
dal piano superiore al tetto,
e nelle aiuole sfilate e antiche
dove aspetto da un momento
all’altro di rivedere Linneo,
senza per altro
incontrarlo mai.
*
(da qui è Lontano, Tempo al Libro Faenza, 2010)
*

ascolti amArgine: John Barleycorn, Traffic (1971)

Ballata le cui parole risalgono al XVII secolo, riprese dai Traffic nel loro album del 1971 John Barleycorn Must Die

There were three men came out of the West, their fortunes for to try
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn must die
They’ve plowed, they’ve sown, they’ve harrowed him in
Threw clods upon his head
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn was dead
They’ve let him lie for a very long time, ‘til the rains from heaven did fall
And little Sir John sprung up his head and so amazed them all
They’ve let him stand ‘til Midsummer’s Day ‘til he looked both pale and wan
And little Sir John’s grown a long long beard and so become a man
They’ve hired men with their scythes so sharp to cut him off at the knee
They’ve rolled him and tied him by the way, serving him most barbarously
They’ve hired men with their sharp pitchforks who’ve gripped him to the heart
And the loader he has served him worse than that
For he’s bound him to the cart
They’ve wheeled him around and around a field ‘til they came onto a barn
And there they made a solemn oath on poor John Barleycorn
They’ve hired men with their crabtree sticks to cut him skin from bone
And the miller he has served him worse than that
For he’s ground him between two stones
And little Sir John and the nut brown bowl and his brandy in the glass
And little Sir John and the nut brown bowl proved the strongest man at last
The huntsman he can’t hunt the fox nor so loudly to blow his horn
And the tinker he can’t mend kettle or pots without a little barleycorn

C’erano tre uomini che venivano da occidente, per tentare la fortuna
e questi tre uomini fecero un solenne voto
John Barleycorn (1) deve morire
loro avevano arato, avevano seminato, loro avevano dissodato
e avevano gettato zolle di terra sulla sua testa
e questi tre uomini fecero un solenne voto
John Barleycorn era morto
lo lasciarono giacere per un tempo molto lungo, fino a che scese la pioggia dal cielo
e il piccolo sir John tirò fuori la sua testa e lasciò tutti di stucco
loro l’avevano lasciato steso fino al giorno di mezza estate (2) e fino ad allora lui era sembrato pallido e smorto
e al piccolo Sir John crebbe una lunga lunga barba e così divenne un uomo
loro avevano assoldato uomini con falci veramente affilate per tagliargli via le gambe
l’avevano avvolto e legato tutto attorno, trattandolo nel modo più brutale
avevano assoldato uomini con i loro forconi affilati che avevano conficcato nel (suo) cuore
e il carrettiere lo trattò peggio di così
perché lo legò al carro
e andarono con il carro tutto intorno al campo finché arrivarono al granaio
e fecero un solenne giuramento sul povero John Barleycorn
assoldarono uomini con bastoni uncinati per strappargli via la pelle dalle ossa
e il mugnaio lo trattò peggio di così
perché lo pressò tra due pietre
e il piccolo Sir John con la sua botte di noce (3) e la sua acquavite nel bicchiere
e il piccolo sir John con la sua botte di noce dimostrò che era l’uomo più forte dopo tutto
il cacciatore non può suonare il suo corno così forte per cacciare la volpe
e lo stagnaio non può riparare un bricco o una pentola senza un piccolo (sorso) di grano d’orzo.
*

Note

Il testo originale è tratto dalla raccolta di H. Gorson (1600).
(1) Letteralmente John Grano d’Orzo, personificazione del whisky e della birra.
(2) Il giorno del solstizio d’estate, il giorno delle fate e degli incantesimi (vedi la commedia di Shakespeare “Sogno di una notte di mezza estate”, “A midsummer’s night dream”).
(3) La botte di legno di noce o di rovere usata tutt’oggi per invecchiare il whisky.

sempre caro mi fui

è moda sostenere
soffre tanto, è poeta

ma quali siano argini,
barriere tra amore fisico
e cotte letterarie,
rimane da chiarire

sempre caro mi fui
e tutto quanto il resto

molto meglio riavere
un bel cesto di uova
ancora calde, le più belle
e boschi che non ci sono più

suonano, debbo aprire

******

il magnetismo del dittatore

Tutto il nuovo decrepito
è abbandonato in strada
non ha storia, complice vittima
dell’ultima guerra a venire.

Varsavia qualunque, Ebrei qualsiasi:
pietre d’amore fredde.
Quarant’anni dopo invecchiano
la polizia a cavallo in strada,
il magnetismo del dittatore.

Tutta robaccia da disfare,
incapace a produrre
a non essere triste, così
come siamo nati.

Sillabando bellezza il cui fascino
non sta nel significante amore
da mietere su fianchi di donne
o colline, ma vertebre scosse
controvento e sotto sole.
*

letture amArgine: Quaderni di RebStein (LXIX) Rosario Bocchino

Il debutto di Rosario “sarino” Bocchino con la sua prima raccolta di poesie. Sono certo sia un arricchimento per tutti. Un sentito ringraziamento a Francesco Marotta e alla sua “Dimora”

La dimora del tempo sospeso

Quaderni di RebStein
LXIX. Dicembre 2017

Rosario Bocchino

Il dentro che bussa (2015-2017)

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sabato ritorno (Trad. Adeodato Piazza Nicolai)

Il caso ci ha voluti,
io sopra poi una capriola
adesso ci sei tu,
anche una scortesia
può essere dolcezza.
Il bestiame come sta?

Raccontami l’ultima fatica,
la rabbia più recente,
parlami ancora
del tuo raffreddore.

So ascoltare con amore.
Le tue spalle mi interessano
da sempre e anche
il bacio più distratto
è un atto di passione.

Svelto, affamato passerotto
alla cui impertinenza
cedere il pane,
per osservare di nascosto.

Va via
non lo vedi più,
sabato ritorno.
(a K.)
*
SATURDAY I WILL RETURN

fate wanted us,
I on top then a summersault
now there is you,
even a rudeness
can be a sweetness.

How are the animals?
Tell me of your last work,
the most recent rage,
talk to me again
about your cold.

I know how to listen with love.
Your shouders have always
interested me and also
the most distracted kiss
is a passionate touch.

Quickly, hungered sparrow,
to whose impertinence
bread must be given
so as to spy it not seen.

Flown away
I can see it no more,
Saturday I will return.
(to K.)
© 2017 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem SABATO RITORNO by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

ignoti (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

Monselice, autunno inoltrato
non ricordo l’anno,
un uomo è fermo sotto l’ombrello.
Quelli sposati sono più pericolosi.

Acqua e solitudine formano isole.
Cook non le ha mai scoperte.

Poco più in là un’ignota stagista
ha occhi d’aquila ai lati.
Non vede parole senza smalto
farsi largo tra denti bianchissimi.

Entrambi colano a picco
guardando verso ogni direzione.

Senza scorgersi aspettano,
argomentando con la pioggia
da essa distratti.
Traditi dall’orario delle ferrovie.

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UNKNOWN

Monselice late Autumn
I don’t remember the year:
a motionless man under the umbrella.
Married persons are the most dangerous.

Water and solitude creeate islands.
Cook never discovered them.

A litle further an unknown performer
has eagle eyes un the side.
She can’t see words without nail polish
making space between the whitest of teeth.

Both crash to the bottom
looking in all directions.

They wait, unaware
arguing with the rain
distracting them.
Betrayed by the railway time-table.

© 2017 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem IGNOTI by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

dialettiche amArgine: Come si diventa ciò che si è di Davide Inchierchia

COME SI DIVENTA CIÓ CHE SI È
La metafisica della «potentia» in Zourabichvili
– di Davide Inchierchia –

Premessa
Nel panorama della filosofia contemporanea, la figura di François Zourabichvili (1965-2006), nonostante la breve durata della sua parabola esistenziale ed intellettuale – prematuramente interrotta per il suicidio dell’autore – da alcuni anni comincia ad essere riconosciuta, anche al di là dei confini francesi, come un unicum, paragonabile per eccezionalità alla figura del nostro Carlo Michelstaedter (con cui peraltro Zourabichvili, indirettamente, condivide non pochi aspetti teoretici, oltre alla tragica morte).
Irriducibile ad entrambe le correnti dominanti nel dibattito filosofico odierno, e cioè lontano tanto dal contesto ‘epistemologico’ dell’analitica neo-empirista, quanto dall’orizzonte ‘narratologico’ del costruttivismo ermeneutico, l’opera di Zourabichvili si inserisce nel fiume carsico del cosiddetto «pensiero della differenza» che – dopo la grande ouverture tardo ottocentesca di Nietzsche – ha trovato in Michel Foucault e, a seguire, in Gilles Deleuze la massima espressione novecentesca.

Morte del soggetto?
Il carattere eccentrico della filosofia di Zourabichvili trova anzitutto corrispondenza nella esemplarità del suo Autore d’elezione, Baruch Spinoza, a cui egli nel 2002 ha dedicato il suo libro più innovativo – Spinoza. Una fisica del pensiero – coevo del saggio, Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza, che qui presentiamo.
Per le fondamentali implicazioni etiche e politiche di questa lettura dello spinozismo, che combina in modo originale le analisi deleuziane della corporeità con le riflessioni foucaultiane sulla microfisica governamentale – in particolare per la genealogia delle “chimere” che ineriscono al mito moderno dello Stato “sovrano” – rimandiamo all’ottima Introduzione della traduttrice e curatrice Cristina Zaltieri, nonché ai capitoli finali del testo (nella fattispecie il cap. VII “Il sogno trasformista della monarchia assoluta” e il cap. VIII “Cos’è una moltitudine libera? Guerra e civilizzazione”, pp. 229-277).
Qui ci limitiamo a sondare, per brevi tratti, la profondità speculativa tutta racchiusa in quel «conservatorismo paradossale» che compare in qualità di sottotitolo: una profondità metafisica che, se nasce certamente dal serrato confronto con la filosofia spinoziana, si rivela nondimeno costitutiva del pensare stesso di Zourabichvili.
Che cosa è, o meglio, che cosa “può” l’individuo?
È questa la domanda intorno cui gravitano le intense pagine, non facili, del filosofo francese, fin dalle iniziali considerazioni del Primo Studio, “Inviluppare un’altra natura. Inviluppare la natura” (pp. 59-110). Una domanda che a prima vista potrebbe suonare anacronistica, proprio nella nostra epoca, in cui sembra ormai assodata e quasi banale l’assunzione della morte del soggetto, la ‘liquidazione’ della individualità in tutte le sue manifestazioni. Fine della soggettività che sarebbe l’effetto ultimativo, necessario ed irrevocabile, della de-umanizzazione operata dalla razionalità scientifica lungo l’intero corso del Moderno, il cui intrinseco artificialismo tecnologico oggi troverebbe fatale compimento nelle sembianze umbratili e fantasmatiche della realtà virtuale.
A tale rassegnata constatazione, che subisce l’obiettivismo della scienza inneggiando (in maniera non del tutto coerente) al relativismo dei valori, e che si reitera riproducendosi nelle infinite decostruzioni di tanta ermeneutica ‘debole’ e di tanto (sedicente) realismo ‘post-metafisico’, nulla concede la meditazione ontologica di Zourabichvili sull’individuo, la cui ratio è per lui ben lungi dal doversi esaurire nell’interpretazione ‘nichilistica’ che la tarda modernità ha dato, e continua a dare, di sé.


Il soggetto e l’Altro

La paradossalità della posizione ‘conservatrice’ di Zourabichvili rispetto al mainstream filosofico contemporaneo non si traduce, tuttavia, in un’adesione acritica al soggettivismo classico, cartesiano. E qui si riconferma la presenza cruciale di Spinoza: uno Spinoza molto ‘nietzscheano’ laddove, beninteso, anche Nietzsche sia stato sottratto all’ombra lunga ‘postmodernista’ di cui si è appena accennato (cfr. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino 2017).
Spinoza agisce in Zourabichvili in un duplice senso.
Dapprima, teoreticamente, il concetto spinoziano di modo scongiura il rischio di scambiare il soggetto per una sostanza solipsistica auto-riferita e in sé conchiusa: il soggetto, ogni soggetto (quello singolo come quello collettivo) è espressione di una Sostanza che, pur incarnandosi nella rete immanente delle relazioni intramondane, tutte le trascende in quanto da nessuna relazione può mai venire definitivamente ‘com-presa’.
Al contempo, antropologicamente, la nozione spinoziana di conatus consente l’affrancarsi del soggetto dall’ipoteca intellettualistica che la modernità (o almeno, la sua versione ortodossa) gli ha spesso assegnato. L’individuo, con la sua caratteristica intellettualità, non rappresenta una negazione della naturalità da cui proviene. La natura non “si annulla” nel soggetto pensante: l’individuo, al contrario, tanto più sarà tale – ossia, tanto più potrà ‘individuarsi’ (sese conservandi) – quanto più saprà pensare la natura che, in lui e fuori di lui, “si muove”.
Rendere “ragione” dell’Altro: è questa per Spinoza la ratio che fa del soggetto propriamente se stesso, perché soltanto l’intelligenza dell’alterità – di ciò che sempre ‘muta’ – assicura la “formazione” dell’individuo come identità, ossia come il Medesimo, ciò che sempre ‘sta’ (con tutte le risonanze hegeliane del tema, che Zourabichvili non manca di esplicitare).

Metafisica e potenza
Una siffatta interpretazione ‘energetica’ della ragione moderna – con la conseguente problematizzazione della matrice ‘politica’ che la innerva (l’inesausta dialettica tra politeia e polemos, tra ‘costituzione’ e ‘conflitto’) – rende la prestazione filosofica di Zourabichvili davvero sui generis, ma non deve trarre in inganno: non stiamo assistendo ad una versione aggiornata di “occasionalismo” irrazionalistico ed anti-moderno (che semmai del moderno razionalismo rappresenterebbe, qui come altrove, non altro che la cattiva coscienza). La sfida lanciata da Zourabichvili si realizza sul piano ideale, anziché essere meramente ideologica. Si tratta di un’esperienza di pensiero rigorosa che ha dunque una veste, non arcaica, bensì archeica: è l’esperienza stessa della metafisica, la metafisica autentica (non certo quella degenerata in dogmatica), il cui fondamento – l’Arché – Zourabichvili intende riattualizzare.
Ciò che, ancora una volta, è reso plausibile dal ricorso al referente spinoziano, qualora si riporti all’attenzione una figura di notevole importanza per l’autore dell’Ethica: la metafora dell’infans. In virtù del principio cosmologico del «Deus sive Substantia sive Natura», con cui Spinoza legge in chiave ‘moderna’ l’antico Logos platonico ed ancor prima eracliteo, Zourabichvili ripensa alla medesima “volontà di potenza” che, trecento anni dopo, apparterrà all’Oltre-uomo di Nietzsche: l’allegoria metafisica del “fanciullo” che sa corrispondere – attraverso la ‘potenza’ della risata – all’eternità di ogni essente, al suo “eterno ritorno”, che è ‘potente’ in quanto manifesta presenza dell’assoluto possibile (cfr. Rocco Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2017).
Ecco perché il «conservatorismo paradossale» di Infanzia e regno non ha nulla di moralistico, pur facendosi portatore di un’istanza paidetica ed ‘umanista’ decisiva e radicale: l’auspicio che ciascun individuo (e di conseguenza ciascuna collettività) sappia riconoscere la propria essenziale Physis, la “natura” irripetibile della propria originaria Singolarità, immagine di quella immemorabile potentia ‘creativa’ dell’Origine che nessuna Ragione è in grado di de-terminare ‘scientificamente’, ma che fonda la possibilità ontologica della nostra stessa esistenza.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

Antigone è finita (trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

Antigone è finita, l’eyeliner stupendo
unito a una jihad senza perché
fa sentire i vermi addosso.

I suoi occhi, carboni maturi per sempre,
prendono paura all’idea del perdono
di un esodo dalla loro timidezza.

Una donna così poteva arrivare soltanto
dalla depressione caspico nebbiosa
di una Pianura col complesso d’Elettra

dove le cose indisturbate accadono
e, stupidi, pretendiamo altro amore
da quel cielo stravagante e coperto.

***********************
Antigone is done

Antigone is done, the eyeliner is beautiful
next to a jihad without why
that makes one feeling as if wearing worms.

Her eyes, ripe charcoals forever,
assume fear at the idea of forgiveness
of an exodus from their timidity.

A woman like this could only come
from a cloudy caucasic depression
of a Plain with the Electra Complex

where undisturbed things happen
and, stupid, we pretend other love
from that extravagant and covered sky.

© 2017 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Antigone è finita by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.