dialettiche amArgine: Come si diventa ciò che si è di Davide Inchierchia

COME SI DIVENTA CIÓ CHE SI È
La metafisica della «potentia» in Zourabichvili
– di Davide Inchierchia –

Premessa
Nel panorama della filosofia contemporanea, la figura di François Zourabichvili (1965-2006), nonostante la breve durata della sua parabola esistenziale ed intellettuale – prematuramente interrotta per il suicidio dell’autore – da alcuni anni comincia ad essere riconosciuta, anche al di là dei confini francesi, come un unicum, paragonabile per eccezionalità alla figura del nostro Carlo Michelstaedter (con cui peraltro Zourabichvili, indirettamente, condivide non pochi aspetti teoretici, oltre alla tragica morte).
Irriducibile ad entrambe le correnti dominanti nel dibattito filosofico odierno, e cioè lontano tanto dal contesto ‘epistemologico’ dell’analitica neo-empirista, quanto dall’orizzonte ‘narratologico’ del costruttivismo ermeneutico, l’opera di Zourabichvili si inserisce nel fiume carsico del cosiddetto «pensiero della differenza» che – dopo la grande ouverture tardo ottocentesca di Nietzsche – ha trovato in Michel Foucault e, a seguire, in Gilles Deleuze la massima espressione novecentesca.

Morte del soggetto?
Il carattere eccentrico della filosofia di Zourabichvili trova anzitutto corrispondenza nella esemplarità del suo Autore d’elezione, Baruch Spinoza, a cui egli nel 2002 ha dedicato il suo libro più innovativo – Spinoza. Una fisica del pensiero – coevo del saggio, Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza, che qui presentiamo.
Per le fondamentali implicazioni etiche e politiche di questa lettura dello spinozismo, che combina in modo originale le analisi deleuziane della corporeità con le riflessioni foucaultiane sulla microfisica governamentale – in particolare per la genealogia delle “chimere” che ineriscono al mito moderno dello Stato “sovrano” – rimandiamo all’ottima Introduzione della traduttrice e curatrice Cristina Zaltieri, nonché ai capitoli finali del testo (nella fattispecie il cap. VII “Il sogno trasformista della monarchia assoluta” e il cap. VIII “Cos’è una moltitudine libera? Guerra e civilizzazione”, pp. 229-277).
Qui ci limitiamo a sondare, per brevi tratti, la profondità speculativa tutta racchiusa in quel «conservatorismo paradossale» che compare in qualità di sottotitolo: una profondità metafisica che, se nasce certamente dal serrato confronto con la filosofia spinoziana, si rivela nondimeno costitutiva del pensare stesso di Zourabichvili.
Che cosa è, o meglio, che cosa “può” l’individuo?
È questa la domanda intorno cui gravitano le intense pagine, non facili, del filosofo francese, fin dalle iniziali considerazioni del Primo Studio, “Inviluppare un’altra natura. Inviluppare la natura” (pp. 59-110). Una domanda che a prima vista potrebbe suonare anacronistica, proprio nella nostra epoca, in cui sembra ormai assodata e quasi banale l’assunzione della morte del soggetto, la ‘liquidazione’ della individualità in tutte le sue manifestazioni. Fine della soggettività che sarebbe l’effetto ultimativo, necessario ed irrevocabile, della de-umanizzazione operata dalla razionalità scientifica lungo l’intero corso del Moderno, il cui intrinseco artificialismo tecnologico oggi troverebbe fatale compimento nelle sembianze umbratili e fantasmatiche della realtà virtuale.
A tale rassegnata constatazione, che subisce l’obiettivismo della scienza inneggiando (in maniera non del tutto coerente) al relativismo dei valori, e che si reitera riproducendosi nelle infinite decostruzioni di tanta ermeneutica ‘debole’ e di tanto (sedicente) realismo ‘post-metafisico’, nulla concede la meditazione ontologica di Zourabichvili sull’individuo, la cui ratio è per lui ben lungi dal doversi esaurire nell’interpretazione ‘nichilistica’ che la tarda modernità ha dato, e continua a dare, di sé.


Il soggetto e l’Altro

La paradossalità della posizione ‘conservatrice’ di Zourabichvili rispetto al mainstream filosofico contemporaneo non si traduce, tuttavia, in un’adesione acritica al soggettivismo classico, cartesiano. E qui si riconferma la presenza cruciale di Spinoza: uno Spinoza molto ‘nietzscheano’ laddove, beninteso, anche Nietzsche sia stato sottratto all’ombra lunga ‘postmodernista’ di cui si è appena accennato (cfr. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino 2017).
Spinoza agisce in Zourabichvili in un duplice senso.
Dapprima, teoreticamente, il concetto spinoziano di modo scongiura il rischio di scambiare il soggetto per una sostanza solipsistica auto-riferita e in sé conchiusa: il soggetto, ogni soggetto (quello singolo come quello collettivo) è espressione di una Sostanza che, pur incarnandosi nella rete immanente delle relazioni intramondane, tutte le trascende in quanto da nessuna relazione può mai venire definitivamente ‘com-presa’.
Al contempo, antropologicamente, la nozione spinoziana di conatus consente l’affrancarsi del soggetto dall’ipoteca intellettualistica che la modernità (o almeno, la sua versione ortodossa) gli ha spesso assegnato. L’individuo, con la sua caratteristica intellettualità, non rappresenta una negazione della naturalità da cui proviene. La natura non “si annulla” nel soggetto pensante: l’individuo, al contrario, tanto più sarà tale – ossia, tanto più potrà ‘individuarsi’ (sese conservandi) – quanto più saprà pensare la natura che, in lui e fuori di lui, “si muove”.
Rendere “ragione” dell’Altro: è questa per Spinoza la ratio che fa del soggetto propriamente se stesso, perché soltanto l’intelligenza dell’alterità – di ciò che sempre ‘muta’ – assicura la “formazione” dell’individuo come identità, ossia come il Medesimo, ciò che sempre ‘sta’ (con tutte le risonanze hegeliane del tema, che Zourabichvili non manca di esplicitare).

Metafisica e potenza
Una siffatta interpretazione ‘energetica’ della ragione moderna – con la conseguente problematizzazione della matrice ‘politica’ che la innerva (l’inesausta dialettica tra politeia e polemos, tra ‘costituzione’ e ‘conflitto’) – rende la prestazione filosofica di Zourabichvili davvero sui generis, ma non deve trarre in inganno: non stiamo assistendo ad una versione aggiornata di “occasionalismo” irrazionalistico ed anti-moderno (che semmai del moderno razionalismo rappresenterebbe, qui come altrove, non altro che la cattiva coscienza). La sfida lanciata da Zourabichvili si realizza sul piano ideale, anziché essere meramente ideologica. Si tratta di un’esperienza di pensiero rigorosa che ha dunque una veste, non arcaica, bensì archeica: è l’esperienza stessa della metafisica, la metafisica autentica (non certo quella degenerata in dogmatica), il cui fondamento – l’Arché – Zourabichvili intende riattualizzare.
Ciò che, ancora una volta, è reso plausibile dal ricorso al referente spinoziano, qualora si riporti all’attenzione una figura di notevole importanza per l’autore dell’Ethica: la metafora dell’infans. In virtù del principio cosmologico del «Deus sive Substantia sive Natura», con cui Spinoza legge in chiave ‘moderna’ l’antico Logos platonico ed ancor prima eracliteo, Zourabichvili ripensa alla medesima “volontà di potenza” che, trecento anni dopo, apparterrà all’Oltre-uomo di Nietzsche: l’allegoria metafisica del “fanciullo” che sa corrispondere – attraverso la ‘potenza’ della risata – all’eternità di ogni essente, al suo “eterno ritorno”, che è ‘potente’ in quanto manifesta presenza dell’assoluto possibile (cfr. Rocco Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2017).
Ecco perché il «conservatorismo paradossale» di Infanzia e regno non ha nulla di moralistico, pur facendosi portatore di un’istanza paidetica ed ‘umanista’ decisiva e radicale: l’auspicio che ciascun individuo (e di conseguenza ciascuna collettività) sappia riconoscere la propria essenziale Physis, la “natura” irripetibile della propria originaria Singolarità, immagine di quella immemorabile potentia ‘creativa’ dell’Origine che nessuna Ragione è in grado di de-terminare ‘scientificamente’, ma che fonda la possibilità ontologica della nostra stessa esistenza.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

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8 pensieri su “dialettiche amArgine: Come si diventa ciò che si è di Davide Inchierchia

  1. Davide una domanda, che poi rivolgo anche agli altri lettori. Ogni tanto si fanno le esequie al Soggetto, all’Io. Salvo poi vederlo tornare più forte che mai. E’ proprio così necessario questo decesso, quando invece ci troviamo di fronte a un mondo individualista ma lontano anni luce da una vera e propria identità?

  2. La filosofia di Spinoza è un miracolo di equilibrio tra statica, geometrica Sostanza e pullulante, dinamica molteplicità. Può essere letta e filtrata da punti di vista dissonanti se non antitetici, lascia aperta la sintesi dell’Uno ma allo stesso tempo ne sente profonda incessante lacerante l’attività interna: l’armonia è un farsi che si riassume nel cristallo, solo apparentemente congelato, della Visione definitiva.

    Il problema della vita, scrive Wittgenstein, si dissolve insieme alla domanda (“La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso”, Tractatus, 6.521), perché la risposta è la vita stessa, nella sua armonica dissonanza. Il fraintendimento circa la morte del soggetto è legato al fraintendimento circa il senso del nulla: l’essere è nulla nel senso che non esiste io se non nel farsi di una sostanza che mai si quieta nella singolarità, in cui convivono ragione e passione, logica e sentimento, eppure ogni singolarità, nella sua unicità e profondità irripetibile, riassume il senso irrisolto del tutto, di cui pare essere dettaglio accessorio e insignificante.

    Io nel Tutto, quindi, non atomo scisso dalla Sostanza. Il messaggio di Spinoza, che Zourabischvili coglie benissimo, è l’eterno rinnovarsi del dilemma della quiete e del moto, del divenire e dell’essere, dell’indifferenza del Tutto e della necessità del Singolo, la cui sintesi può esser solo, come insegnano i Veda, nella pace insondabile della loro coincidenza.

  3. Grazie Flavio.
    La tua giusta domanda andrebbe rivolta a tutti coloro che negli ambienti intellettuali (ma anche fuori dalle accademie: per esempio in ambito mediatico) non perdono occasione per decretare a gran voce la fantomatica «morte del Soggetto», versione laicistica più recente e politicamente corretta della precedente, altrettanto fantomatica, «morte di Dio».
    Tuttavia bisognerebbe chiedersi: di quale “soggetto” (e di quale “Dio”) stiamo annunciando la scomparsa? Troppo spesso in effetti si confonde la soggettività – che è idea o principio vitale aperto al nutrimento del sapere – con il soggettivismo psicologistico, patologia di un Io ipertrofico incapace di rinunciare alla propria narcisistica egoità.
    La questione filosofica del soggetto andrebbe pertanto riformulata, in realtà, nei termini di una sempre possibile “soggettivazione”: la costitutiva e necessaria finitezza della nostra esistenza non ci impedisce di partecipare liberamente alla infinita “interiorità” dell’Essere, di quella irriducibile Natura che dunque non ‘appartiene’ affatto a noi (come troppo facilmente si illude una certa cultura scientistica e post-metafisica oggi alla moda), ma in cui ciascuna identità, ciascuna Psyché – al contrario – può riconoscersi quale irripetibile e ‘simbolica’ espressione vivente.

    • Insomma, è acclarato che l’uomo soffre di due sindromi: un innato complesso di Edipo per cui necessita di una fede qualsiasi che lo giustifichi, l’altro ben più pericoloso, un delirio di onnipotenza che lo sta portando a esaurire e alterare profondamente il proprio pianeta, con il rischio sempre meno remoto di provocare una catastrofe all’intero genere umano. Da ignorante e principiante del pensiero speculativo ti chiedo, quali risposte danno questi filosofi? Il suicidio stesso di Zourabichvili non è forse indice del fallimento del suo pensiero?

  4. Il delirio di onnipotenza nasce con la morte di Dio sostituito dalla tecnica l’uomo che non ha più paura di Dio (preferisco dire del divino),è solo non ha rivali,ha sconfitto quasi la morte,la filosofia non offre rimedi ma come dice Eraclito in uno dei suoi frammenti :”L’anima è un ragionare che alimenta se stesso”

    • Il punto, Flavio, è che la filosofia non dispone di antidoti per le sofferenze umane, e neppure fornisce formule magiche contro i mali dell’esistenza.
      La filosofia è un sapere “sapienziale”: non va scambiata per una qualche scienza di tipo psicologico, o addirittura para-psicologico ed esoterico: essa invece proviene, anche storicamente, dalla medesima “origine” da cui sorgono sapienza mitico-poetica e sapienza spirituale (che va distinta, beninteso, da ogni dogmatismo religioso).

      Come sottolinea anche Claudio, l’oggetto della domanda filosofica – della domanda appunto detta ‘speculativa’ – coincide con il soggetto che la pone: il nostro “essere-al-mondo” non può dunque venire astrattamente separato da quell’Essere fondativo e fontale di cui domandiamo il senso e in cui ci “riflettiamo” (Heidegger).
      Ecco perché le varie forme di ateismo e, nel mondo odierno, di nichilismo (che, come ho mostrato nella nota, affatto erroneamente si richiamano a Nietzsche), sono tutte contraddittorie: e infatti da sempre lasciano il tempo che trovano.

      In questa prospettiva, pertanto, il suicidio di Zourabichvili non dimostra né confuta nulla. Anzi, paradossalmente e di certo tragicamente, esso potrebbe rappresentare persino il gesto estremo di una mente che alla fine non è stata capace di accettare il proprio ontologico “limite”, e che è sprofondata nel proprio abisso.
      Il nostro pensiero illumina: ma la Luce non gli appartiene.

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