letture amArgine: Luigina Bigon, 9 ottobre 1963 Vajont, ti ricordo

La tua fonte mi scuote poesia dove emerge il senso e il paradosso. Scricchiola l’armadio a muro, piove sui muretti di cinta e sul davanzale (paradossale), si liquefanno le nebbie nella fantasia guitar di Peter White in Just My Imagination. Anch’io immagino scene perverse laghi oscuri, termini, altrovi ritrovati/persi per nulla assenti, pantani mobili, gorghi entropici. L’inferno è sotto casa a due passi dalla primavera. E tu giungi con il fardello sulla groppa e i tuoi anni ruvidi, porti brentane e tronchi superstiti, forse tu stesso Vajont di altre ore e mi consumi un poco con quella tua barba ispida come il tuo dolore, fantasia guitar, e tutto diventa leggenda anche l’orrore con il poeta che lo canta e lo resuscita perché narra la volgarità di una tragedia con il consenso dei grandi interpreti-mongolfieri: ovunque sorgono, ovunque sono sorti e rinati, ricettacoli corrotti, e più ti guardo più mi annebbio ritrovandoti pianto vivo nei tuoi sopravvissuti. Rovine ti colsero e corpi e anime a spalancare le porte di Dio, anche Lui disperato da tanta ingordigia, e furono canute le stagioni che seguirono, larvate di lamenti. Ancora sento quel lamento lungo dei morti seminarsi dentro i corpi di chi rimase in vita, rivedo Angelina frantumarsi nel brivido che le spezzò le ossa e la carne, con gli occhi sbarrati e i capelli delle figlie morte tra le dita. E ancora Giuseppina travagliata nel sangue, spenta ai vivi, cercare disperatamente una foto che ricordasse le sue creature, tante, tutte: non le rimase nulla. E Lucia frugare nella melma stravolta cercando un frammento che fosse padre madre fratello. Rovistavano disperati i rimasti ed io accarezzavo le loro anime pietose incoronandoli. Le campane di Igne, il volto di Don Costante mi seguono ancora nelle notti insonni e quel piccolo paese con il suo campanile ancora echeggia nella mia memoria quale monito ai mondi, tutti i mondi che ci perseguitano, ai dormienti nelle loro fortezze, ai dii superbi in cattedra, ai vili che si nascondono nelle loro Kashbad, ai credenti dal collo torto e le fiaccole spente, a me, umanità ancora persa nei meandri della vita, perché scelga sempre di essere voce che grida nel deserto, senza timore. Sia questa la memoria che voglio celebrare oggi e che sia questo, giorno di risveglio.
Rivedo le foto scolorite ritrovate nelle casere della Muda, insieme alle corone dei rosari, ai santini della Madonna di Castelmonte, alle medagliette di alluminio insieme ai calzini di lana grezza, ai vecchi pastrani. Ora Longarone è una fortezza, la sua gente vola lontano, sono icone fisse che guardano dai loro cimiteri colmi di fiori ceri e morti. E in quell’autunno dalle tante acque, se ne andarono, insieme ai duemila innocenti, anche mia madre, Papa Giovanni II° e John F. Kennedy, tutti stretti dentro il budello 1963. Sembrava non finisse mai l’elenco delle potature e quel pianto continuo mi inzuppava le ossa. Guardavo i miei figli appena nati, i loro occhi smarriti quando mi vedevano piangere, cominciai a sorridere ai fiori innocenti e vidi in loro la mia salvezza. Agostino Damian, Giacomo e tanta altra gente, che vissero la notte del rombo pauroso, al confine dell’ultimo ponte che da Pirago porta alla Muda Maè, ora se ne sono andati con le loro memorie angosciose, riposano finalmente nelle loro tombe. Si sono portati i rumori dei paioli che bollivano nel focolare, lo scricchiolio delle porte e dei pavimenti, le voci roche dei boscaioli, le cante delle donne al fieno, i volti paonazzi dei bambini con i loro giochi chiassosi, lo sciacquio delle lavandaie nelle fontane. Tutto è sepolto, anche la geometria della chiesa di Longarone così esatta nella memoria di Agostino, con tutto l’intreccio delle sue strutture. Anche l’Ostia Santa di quel paese se n’è andata insieme allo Spirito. Ora viavai di volti nuovi, riassorbiti dalla roccia della nuova Longarone fittizia ambigua storta anche se voglio pensarla figlia diletta di madre morta nel partorire…

© Luigina Bigon
Hammond -Indiana (Usa 19 febbraio 2002)

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11 pensieri su “letture amArgine: Luigina Bigon, 9 ottobre 1963 Vajont, ti ricordo

  1. Commuovono questa prosa, la mano che l’ha scritta e il cuore che la tramanda…
    Del senno di poi si sa, purtroppo…di imparare, invece, dobbiamo ancora sapere.
    Grazie alla signora Luigina per la sua voce e grazie a Flavio, “muto custode d’attimi e mattini” (cit.)

    • Ringrazio Angela per la sua sensibile nota pregna di pietà che la fa uno con il.mio ‘ricordo’ vissuto. Ringrazio pure Almerighi per averlo accolto nel suo blog con silenziosa religiosità.

      • abitiamo due periferie opposte di questa nostra cara Italia, gentile Luigina, ed oggi la distanza si azzera nel ricordo, nel lutto, nella speranza che drammi simili – danni da genere umano – non si ripetano più, consapevoli del rispetto che dobbiamo a Madre Terra da cui tutti deriviamo…

      • Cara Angela, dal tuo delicato pensiero splende una profonda pietas nel Sacrario della Memoria dove ci troviamo raccolte insieme in umile meditazione. Grazie!

  2. La scrittura di Luigina Bigon ha sempre una straordinaria capacità creativa ed evocativa.
    La forza drammatica nasce da un’esatta scelta lessicale ricca di pathos

    • Grazie Raffaella per il tuo pensiero che apprezzo molto perché nelle tue parole esalti, attraverso le mie, la Potenza distruttrice dell’evento che costò la vita a duemila creature innocenti.

    • Paolini, il grande Paolini che ci fa vivere il dramma con la stessa forza drammatica dell’onda apocalittica. Grazie, Marco Paolini, per la tua celebrazione pregna di sacralità.

  3. Ricevo privatamente da Adeodato Piazza Nicolai, e pubblico dietro sua autorizzazione:

    VAJONT TI RICORDO di Luigina Bigon è un’ode alla tragedia sofferta dagli abitanti di Longarone sopratutto dedicata ai supestiti. La Bigon ha vissuto tantissimi anni in vacanza nel longaronese (in un luogo chiamato “La Muda”). Là sono cresciuti i suoi figli e nipoti; là hanno conosciuto tanti degli abitanti di Longarone. Là hanno sofferto, legati con l’affetto ai paesani sopravissuti, l’immane tragedia del tracimare dell’onda sopra la diga, causata dal crollo del Monte Toc dentro l’invaso. Il ricordo, pubblicato da Flavio Almerighi sul suo blog, è un indimenticabile dono-memoria. Le parole di Luigina, toccanti, sofferenti e profondamente commoventi, sono diventate un memoriale permanente. Era negli Stati Uniti quando ha scritto queste parole di prosa-poesia. Sono rimasto senza parole, con le lacrime agli occhi e un dolore indescrivibile nel cuore quando lei l’ha letto per la prima volta.
    Partecipo ancora oggi alle commemorazioni, pregando per le anime travolte dall’onda e per tutti i superstiti ancora travagliati dai ricordi di quella tragedia.

    adeodato piazza nicolai
    Vigo di Cadore, 9 ottobre 2017

  4. Grazie ad Almerighi per aver dato voce ad Adeodato in questo contesto, voce davvero delicata che mi ha fatto rivivere il momento in cui scrissi questo memorial per il Vajont. – Era la fine di febbraio di un giorno freddo e piovoso, stavo rannicchiata sul divano con l’influenza che mi batteva le tempie. In un silenzio tutto buio e soltanto mio, sola, nella stanza sbiadita nel sottofondo appena sussurrato da Peter White in Just My Imagination, cominciai a percepire un susseguirsi di suoni e rumori che si aprivano nel mio sguardo interiore producendo immagini che si accavallavano una sull’altra… compresi! Raccattai il primo foglio bianco e una penna, mi lascia scorrere sulla pagina sciogliendo le immagini che giungevano prorompenti come l’acqua traboccata dalla diga, una foga inarrestabile finché non raggiunsi ‘il tutto è compiuto’. Adeodato, nell’altra stanza, stava completando i bagagli con tutte le sue cose, una brentana di ricordi racchiusi nei bauli. Li avrebbe portati con sé per il suo rientro definitivo in Italia. Anche per lui si azzerava un mondo tutto americano per ricostruirsi il suo paese interiore distrutto dalla lontananza. – Lo avvicinai. Lo guardai negli occhi e dissi soltanto ‘ho scritto una cosetta sul Vajont’. Lessi tutto d’un fiato, presa io stessa dalla commozione lo vidi soffocare le lacrime come un bambino. Così ha visto la luce “VAJONT, ti ricordo”. Era il 19 febbraio 2002, a Hammond, nell’Indiana.

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