notte fatta di nei

notte fatta di nei,
chiarificazione mimetica di un buco nero
che ipotizzano caldo, nessuno è tornato
tra le righe nessuna soluzione,
solo altra notte
omicida, piena di zanzare,
difficile da assimilare
asettica nell’ipotesi migliore,
bagnano la schiena a una genuflessa
sì, nel sonno genuflessa e girata
refrattaria a ogni carezza inutile,
in modo che la schiena bagnata di luna
mostri i nei
difetti e nuove malattie in agguato
ad accorciare ogni possibile futuro
e la meraviglia di un risveglio improvviso,
di un temporale di calore,
forse di nessuno
per continuare a dubitare d’esistere
per scongiurare che l’amor mio
non muoia.

L’abito buono

L’abito buono non coincide con la festa.
Le feste sono in genere una noia mortale.
La morte accampata in cimitero è serena.
Quel suo silenzio è un abbraccio materno.
Mia madre non mi parla già da molti anni.
Non serve altro tempo, di più per liberarla.
La persona è ingente come vasi di gerani?
Nessun cuore esce vivo da una pianta.
Ritratti d’amore come alberi in gestazione.
Fuori piove, tu fai una doccia, sei vuota.
La dance hall deserta è pensiero d’amore.
L’amore è più importante di un geranio.
Il vostro amore mi ha tolto tutto il tempo.
Moriremo tranquilli su quei gerani secchi?
Sceglierò l’abito buono, il migliore.
Il più bello per te, così sarai nuova.

Beirut Snack

Tessute le une sopra le altre
illudono forme nuove,
sono pronte a tutto
le tette in corteo.

Ha torto chi non c’è,
chi c’è ripassa
strabilianti, uniche
vere volute di fumo.

Di tanto velenoso sentire
non c’è più soggetto
da molto tempo, salvo il salto
dell’ultimo istante.

Dietro il sorriso
la strada più stretta
salirà in discesa
in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta,

il futuro abbozza
il sole è già domenica
nel salone degli specchi
silenzio, sassi e fionda.

letture amArgine: due pezzi di Lucilla Conforta Gori

Perché la Poesia è saperla fare e saper fare regge al tempo (Flavio Almerighi)

L’una dentro l’altra.

Eppure, abbiamo avuto un occasione, incontrarci a metà, tra una stazione di treni e uno sghembo di vita, come e quando ti gira dietro l’illusione, di poter vedere attraverso una bottiglia di vino, qualcuno che si è appena dato fuoco.

Per amore. Noi. Abitanti nostalgiche di fiumi mai versati nel domani.
Ruvide, allattate

da sensi mosci, svuotate da un libro, come una formica inesplosa di parole.

Tutte le mani che abbiamo contaminato

nel rum(ore). Tirate di respiro su strisce pedonali.

Cosa si nasconde dentro un occhio! Forse la nobiltà di esserci
penetrate e uccise.

Se avessimo amato quanto abbiamo scritto, evitato le fotografie,
spento la musica, ci fossimo messe a giocare ineffabili, sognatrici
bastarde. Se! Potessimo controllare tutto.

Ci ospitiamo ancora. L’una dentro l’altra.

E poi! Poi, mi piace ancora pensare che ho lasciato tutto in sospeso.
Di ogni giorno lontana ne ho fatto un minuto. Di questo momento così
lungo, un altare.

Voi leccate nuvole. Io vi porto fiori.

L’amore è fatto.

Appesi i capelli al cielo quando mi accorsi
che non avrei più visto le tue carezze,
compiuto in senso antiorario ogni forma di girotondo.

Certezze incomplete queste giornate.

Con il bianco pensiero e il nero sogno

ci vado ancora cauta.

Metto la trapunta nel posto sbagliato per capire

se sono ancora libera o mi sono finalmente liberata di te.

Ci vado piano quando ti penso. Tanti anni fa si sollevarono le nubi, per scoprire che avevo fatto la cosa giusta.

Mi fermo con la macchina perché oggi tremo. All’idea che mi vedi mamma.

Che mi vedi e mi vorresti con te.


Allora sbatto i piedi,

mi ricordo dell’amore distesa sul letto.

Ho il fiore organico che hai lasciato sul lenzuolo, che mi ha avvolta
sopra e sotto.

Nella nuca ho i morsi visibili delle nostre notti. Sulla felicità metto un
prezzo abbordabile per tutti, me e te compresi.

Ma voi continuate a tirarmi, come sassate. Non mi avrete. L’amore è
fatto di lana.

Delicatissimo.

Cerentari: Almerighi’s Greatest Hits e una manciata di inediti.

I poeti non sono musicisti, sono vecchie carogne spesso e volentieri anche i giovani. Affastellati tutti a un’aspirazione al divismo che cozza con la loro sfiga congenita, e parlo anche di me.
Molti vivono con la forza di ricatti che si fanno e che subiscono se non quotidianamente, quasi.

Per quelli come me, quasi sulla sessantina, arriva anche l’antologia: qui sotto ve la potete comodamente scaricare aggratis

flavio-almerighi-cerentari-1998-2017

NON L’IMMAGINE PRURIGINOSA SOTTO, MA IL LINK AZZURRINO SOPRA E DAI DUNQUE!!

cronaca vera

quando ho voglia rido,
in prossimità di un lutto rido
innamorato della vera musica
anche perché
mai frequentai un liceo classico,
ho avuto/ho senso del brivido e braccia forti
che non si sa mai il perché,
forse per le mamme che sanno crescere
e non più inghiottire,
come si faccia
per convincere gonne
senz’occhi a mandorla
a lasciarsi sollevare
là dove il tramonto non da tristezza,
ma possibilità
ampie e scampanate. Non so
forse per questo so far ridere
incutere fiducia,
soltanto quando serve,
una pausa cruciverba
aiuta le persone serie
a rendersi speciali
a essere due fatti
tutti e due importanti,
ma nella cronaca vera
c’è sempre una terza persona,
singolare, estranea
a fare di due un bivio

Saluti da Venezia!

In collaborazione con il MiBACT – Polo Museale del Veneto e con la SMAV Scuola di Musica Antica Venezia, Alessandro Canzian (Samuele Editore) e Federico Rossignoli propongono presso il museo di PALAZZO GRIMANI:

7 luglio “Le Metamorfosi” – con Flavio Almerighi, Gabriella Musetti, Francesco Sassetto.

La formula degli incontri prevede un’introduzione musicale a cura della Scuola di Musica Antica, una lettura dei poeti e una discussione sul tema con particolare attenzione al mito e alla sua contemporaneità. A seguire, come d’uso per la Samuele Editore, sarà aperto un open mic dove i presenti potranno proporre un proprio testo.
Per i soli eventi di Callisto l’entrata al Museo sarà ridotta al 50% (2,50 €).
Tutti gli incontri si svolgeranno alle 16.30.
Si consiglia la prenotazione al 0412411507.

Incontri di Poesia a Palazzo Grimani – 7 luglio: le metamorfosi

Se si pensa che la metamorfosi anticamente aveva a che fare con temi fondativi di civiltà, dava ordine al caos originario, un ordine mitico capace di essere compreso dalle popolazioni, assunto come luogo di sacralità che forma le istituzioni civili e il senso della cultura, in questa nostra società iper connessa e neoliberista che ha trasformato ogni rapporto tra persone in rapporto tra oggetti, in cui lo spazio dell’io è metamorfizzato e straniato, messo in crisi, non pacificato da nessuna regola, come sopravvive o cambia o si sovverte il concetto archetipico di metamorfosi?
Gabriella Musetti

Metamorfosi? Riforme? Evitiamo distrazioni. Avvengono generalmente in silenzio, quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Stiamo un passo avanti e non due indietro.
Flavio Almerighi

Sono d’accordo. Il tema metamorfico del mondo antico e medievale può essete un utile spunto un riferimento per il poeta contemporaneo che può trarne immagini simboliche, elementi concettuali da reinventarsi da caricare di significati allusivi e metaforici finalizzati a intervenire sul mondo devastato in cui viviamo. Due passi avanti, appunto. Uno indietro casomai solo per fare meglio i due in avanti. Come hanno fatto, tanto per stare sui giganti, Pavese Montale Pasolini Pagliarani ecc…
Francesco Sassetto

Intervista senza Domande a Lucia Gaddo Zanovello


Consapevolvenze di Lucia Gaddo Zanovello

Io non cerco le complicazioni nelle persone, cerco la verità. C’è molta Poesia, detta e anche non detta, in questo bel libro di Lucia Gaddo Zanovello. Consapevolvenze è una parola di due, consapevolezze e dissolvenze forse, consapevoli dissolvenze forse. Chi ha detto che i Poeti non possono più inventare parole nuove? Un libro, Consapevolvenze, che è di verità e di molto volo sulle ali di una libertà acquisita dalla vita e dall’esperienza.
La raccolta si divide in tre sezioni. La prima “E gurgite”, un gorgo di vita affrontato per non farsi travolgere. La seconda (Così sia) non rinnega il sacro, anzi lo sottolinea, un sacro che è spirituale e non offre particolari connotazioni confessionali. La terza “Consapevolvenze” vicina al movimento e alla forza di affrontare il mondo, la vita e le sue vicissitudini senza preclusione alcuna, apertamente. Poesie in cui l’autrice non si nega, dietro ognuna di esse ci sono la persona e la storia di Lucia.
Si notano fortemente umanità accoglienza, verità della persona. Il Poeta non è un drone. I droni non hanno anima e nascondono il corpo. Vanno dove li mandano, cercano, e distruggendo annotano. In Consapevolvenze tutto è iniziato, qualcosa è finito, altro no e continua. E la scrittura, le mani, possono trattenerli nel ricordo che diventa condivisione. Un cinema multisala dove proiettano tanti film di un unico sceneggiatore. “E’ che chi vede da fuori non capisce” (Flavio Almerighi)

L’imbarazzo di essere felici

Come replicare a tanto aperte braccia
se non fiondandosi come di corsa
nel centro della disponibilità.
È che chi vede da fuori non capisce,
fatto certo è che pare come la gelosia
sensazione in sé di torto subíto.
La gioia a volte dà piú briga del pianto
perché mette a debito
in questo mondo fatto per patire.
La festa ingombra piú dell’amarezza
se traboccando urta
il vaso vuoto dell’altro.
Rimettere in pari il livello d’ansia
tarato sulla medietà della sopravvivenza
è impresa che richiede ingegno piú che doglia,
non per nulla si dice
che il sollievo del riso sia etico dovere.
È la ferita
materia di scambio all’apparire umano
arteria e raccordo
nodo e sbocco
nella stretta di essere al mondo.

Lucia Gaddo Zanovello intervista senza domande.

Consapevolvenze

1) Volontà che pace non ha (pg. 16)
È il primo verso di un distico (il secondo è questo: se non in crine a felicità) che funge da seconda strofa in Àpici. Tento una spiegazione: neghittosità e lentezza non sono ammesse dalla corsa nel tempo limitato, assegnato per adempiere ad ogni cosa, c’è bisogno di fare ordine nella tendenza all’entropia di tutto ciò che ci circonda e c’è necessità, per ognuno, di avere delle risposte. Con parole scontate potremmo riassumere tanta tensione di lavoro nella ‘ricerca della felicità’ perseguita da ciascuno venuto al mondo; beh, tutto questo affannare produce in ognuno di noi solo rari àpici appaganti e spensierati, afferrabili per poco, così brevemente che allora sùbito il desiderio di rigustare questo appagamento ineffabile ci rigetta nel bisogno di averne ancora. E siamo come surfisti a rincorrere la cresta dell’onda, per percorrerla e farci percorrere di piacere, il più a lungo possibile. Anche l’autenticità è, a modo suo, essa stessa felicità, e pure questa la si vive raramente e quasi sempre con qualche tratto artificioso. Frattanto, non si parla che d’altro, dell’inautentico, di quisquilie, dell’approssimativo, di un fiacco surrogato di cose veramente buone o, Dio non voglia, di qualcosa di assolutamente falso,‘ammazzando’ il tempo prezioso. Ma della storia di ciascuno è fatta la Storia e nessuna goccia è persa di questo oceano di morti e di viventi. La volontà non ha pace perché non ha pace la ricerca, il bisogno di collocare il reale e la voglia di volo leggero sopra le proprie inettitudini, sopra l’inferno che è la Terra. È il nome che portiamo a condurci, l’elezione nostra di quell’attimo fatidico, adamatino, in cui volentieri ci siamo lasciati investire di una precisa responsabilità, facendo una promessa che ci ama e che perdutamente riamiamo; essa ci mantiene in carica e ‘sulla corda’, per tutta la vita.

2) Era là che la vita indugiava prima di fiorire (pg. 18)
Degli anni del mio affidamento in campagna, nei primi della mia vita (io vissi quell’età come abbandono, anche se ormai, da qualche decennio, so che quell’allontanamento fu solo una sorta di ‘parcheggio’, dovuto a contingenti, sventurate convenienze di famiglia), del tempo ‘senza mamma’ insomma (chi ponesse fine la sera alla luce bene non so vale a dire: chi spegnesse la luce di sera nella mia stanza), mi è rimasta la sensazione (anche se so bene che questo non può essere vero) di non essere cresciuta, di essere rimasta statua di sale per tutto il periodo, più poeticamente, gemma in attesa, come per un interminabile inverno doloroso.

3) Si ha l’usufrutto della parola vita (pg. 24)
La frase costituisce il primo verso della poesia Spire. Rimarca un assunto per me basilare: esiste lascito dal valore più incalcolabile e più potente dell’uso della parola? Non credo. La parola ‘ci usa’ per far parlare la bellezza, il divino, per interagire col mondo. Anche qui tuttavia c’è un’intermittenza di luce e di vita. Come accade di ritenere che le luci notturne della città, delle stanze accese nei palazzi narrino di esistenze serene, che vengono a patti col mondo in pace, poi bisogna capire al contrario quanto, aldilà dello spettacolo nel suo complesso vivido e lieto, questo benessere apparente sia vero, quante incognite, invece, difficoltà, asprezze, nel comunicare, nello stare insieme o in solitudine, si annidano fra le spire delle trombe delle scale dei nostri condomìni, quanta ansia in realtà ci renda esuli da noi stessi e dal mondo.

4) Ci si lascia vivere vera mente come vuole il cuore (pg. 33)
Qui, sotto il titolo del testo che contiene questo verso, Vera mente, si nasconde la mia idea fondante di ‘scelta’cruciale, decisiva, primaria e fatidica, voglio dire che, in qualche modo, sono convinta ci sia stata per tutti noi la voglia inconsulta, l’azzardo, di un sì un pochino vanitoso, di venire al mondo, anche se probabilmente dopo i primi anni di vita lo abbiamo dimenticato. Un sì un tantino borioso, perché dal limbo, lassù o laggiù che sia, tutto di quaggiù sembra facile e indolore… E invece poi, sulla pelle viva, tutto brucia così tanto, dalla maglia di lana che pizzica, alla solitudine infradicita, fino all’abitudine di sentirsi non potenti quanto basta, inadeguati, a vivere. Siamo come vagoni sganciati dalla loro locomotiva, ognuno per sé. C’è, per ciascuno, da iniziare la ricerca di una strada, meglio ancora se si trova davvero la propria. E a qualche fortunello succede…Allora che fare? Si può provare a vivere come recita il verso citato, portando i piedi dove essi stessi vogliono andare. C’è un serbatoio quasi inestinguibile cui attingere, la linfa lasciata in custodia per noi da chi ci ha preceduto e il suo percorso lo ha già ultimato, loro sono i nostri cari morti (e si badi che non alludo solo ai parenti, anzi!), che hanno fecondato la terra coi loro pensieri, i loro scritti, le loro pagine. La penna nostra sarà pure ‘maldestra’, ma non ci deve abbandonare la fiducia che, se quanto esprimiamo viene da una pulsione autentica, verrà la consolazione di meravigliosi incontri, veramente e reciprocamente maieutici.

5) Voglio stare dentro un’idea di mamma (pg. 38)
Eh, qui (il testo si intitola La via), mi sento proprio pizzicata, da chi mi interroga, con le dita nella marmellata! Per la ragione che ho spiegata al punto 2… Qui si tratta, papale papale, della fantasia di un ritorno, fittizio quanto vuoi, ma l’immaginazione non ha limiti, all’alveo materno, nell’anestesia beata, ancorché transitoria, di qualunque necessità o dolore. Qui c’è il ricordo dell’attesa di tornare da chi tutto prepara alle tue necessità, proprio come può fare per te una mamma, c’è la certezza che ‘lo scheletro di Dio contiene il mio’, c’è, ancora di più, il convincimento che tanta bellezza di tutte le creature viventi, nessuna e di nessuna specie esclusa, non potrà essere dispersa per sempre, che è di certo per una buona ragione che ciascun essere nasce, che ‘la via’ che cerco, ragione di questa mia vita, è ricerca di tutti, e ci deve mantenere saldi la persuasione che infine questa via si troverà.

6) E’ che chi vede da fuori non capisce (pg. 48)
“Come stai?”, “Come va?” Ci si chiede negli incontri e la schiusa al dialogo spesso avviene sulla base di ciò che accade in negativo; facendo crescere i parlanti in una osmosi benefica, avviene uno scambio di linfa che nutre. La richiesta d’aiuto fa fiorire. Immedesimarsi nell’altro quanto più è possibile è un esercizio salutare, permette di vivere più vite insieme, sarebbe la ginnastica affettiva che meglio costruisce il cuore. Càpita perfino, a volte, di sentirsi in imbarazzo a dire di sentirsi felici (L’imbarazzo di essere felici infatti è il titolo del testo che contiene il verso citato), è più difficile da dire che si sta proprio bene, sembra di compiacersi, e a volte ‘chi vede da fuori non capisce’. La disponibilità d’ascolto dichiarata dall’altro poi, è reale? Si crede davvero che l’altro possa rendersi conto di te e non essere invidioso, geloso della tua contentezza? E se giunge la risposta ‘tutto bene’, è sempre sincera? Infine, in un certo senso, la replica ‘tutto bene’ chiude la bocca all’altro, si sa, e talora la frase viene detta apposta, per tagliar corto. Incomunicabilità generica fra esseri. È quasi la norma.

7) Così si prega d’autunno (pg. 55)
Svegliami titola il testo che contiene questo verso. E il tema è della senilità che avanza, con tutti i limiti fisici che porta con sé, ma, paradossalmente, questa età conduce pure a tanta consapevolezza, a una pienezza gratificante per ciò che di faticoso, ma buono, si è fatto, una dolcezza struggente per ciò che ancora più bello di prima appare, e il desiderio di ricongiungersi all’altro da sé, in attesa, coincide con la ‘missione compiuta’, con il taglio netto del sangue che gorgoglia, la recisione di ogni dolore ‘di parto’, ideale o concreto che sia.

8) eros saprebbe farci incontrare (pg. 58)
Identità è il titolo del testo che contiene la frase in cui protagonista è la forza che vuole unire la diversità innamorata. In uno scambio osmotico di linfe spirituali, ma anche di estensione e di genere di sostanza corporea, fra esseri disuguali ma complementari, quasi i due fossero i replicanti perfetti dell’intero perduto e magicamente ritrovato. Come nelle più eque partite ci si scambia il terreno di gioco, o come nel passo a due di danza, si conduce e ci si lascia condurre, per provare davvero ciò che prova l’altro, calcando le sue stesse orme. Piacere può essere lasciar vincere l’altro, perfezione atletica del ritmo dei gesti amorosi, perfino di quelli dell’abitudine. Perdersi nella pienezza senza tempo dettata da Eros, affinché l’estasi si compia nella completezza, che restituisce ogni amata diversità all’ultraterreno intero.

9) sorprende sempre l’ineludibilità del volo (pg. 60)
È il penultimo verso del testo intitolato Balzo, e, in qualche modo, il tema si lega a quello precedente, dato che questo è un altro desiderio amoroso, quello di poter sostare in silenzio nel vivere quotidiano dell’amato, ancorché scontato, consapevoli dell’assottigliarsi del tempo, attorniati dalle cose che raccontano la vita insieme. Il nome che ci porta, conduce agli abissi insondati del piccolo avvenire che resta, desideri come semi che germoglieranno un giorno sorprendente, come è la sorpresa di ritrovare infine le ali dimenticate, saggiare che improvvisamente reggono il volo, quando siamo còlti, all’affaccio al balcone dell’anima, dal balzo ineludibile, librando finalmente nell’azzurro le ali di cui noi tutti siamo dotati.

10) Chi cerchi con tutte le forze non c’è (pg. 61)
Si tratta del quarto verso della poesia Registro, un testo dai toni davvero grigi. I primi tre versi, lunghissmi, rilevano ‘bilanci in perdita’, ‘esiti di morte’, ‘incontri falliti’ e si registra la mancanza perfino di chi rappresenta la sorgente stessa della nostra vita. Tanto che si teme il peggio: non passerà di qui sorella consolazione. Il fatto è che qualcosa non è stato detto, una domanda non è stata rivolta; dopo l’ineluttabile rimane sempre aperta la porta al rimpianto. Gli incontri falliti sono buio senza uscita. Ogni sforzo di ritrovare risulta vano, la sete svuota il secchio senza dissetare. Incomunicabilità. Ma la mansuetudine immobile della vittima amata, il suo sangue freddo a terra scandalizzano e rendono perfino al boia insopportabile il suo gesto.

11) il tutto d’oro che ci ha dati in prestito (pg. 68)
È il primo verso dell’ultimo distico in A missione compiuta. Il verso successivo continua così: attende/ d’ognuna vita/ la risalita. Si parla qui dell’Eden che ci ha prestati al mondo per un arco di tempo circoscritto e che attende il nostro ritorno, appunto, a missione compiuta. Frattanto è il sonno a ricondurre in questo paradiso il ristoro di ogni notte, insieme al sogno; dormire, annegando nel mare della stanchezza, affranca lo spirito per quel tanto che basta a sopravvivere al giorno successivo. Ma quel ‘tutto d’oro’ celestiale si può rivedere anche nella luce che nel dormiveglia filtra dalle palpebre socchiuse.

12) di un nulla detto o che non ha detto nulla (pg. 74)
Il secondo verso del testo intitolato Incontri è proprio questo e dice ancora sulla necessità di dover dire la verità, sempre, e intima a noi tutti di combattere ad ogni costo la reticenza, di evitare di dire parole che ‘non dicono’ o che ‘non dicono nulla’. Quanto spesso questo invece accade, paradossalmente proprio in chi ama molto parlare o è un parlatore accanito. E come un ago è l’imperativo categorico che si ostina a pungolare il “ nulla detto” e chi “non ha detto nulla”. Ma anche un ritardo per incuria è disamore, anche i gesti tardivi vanificano o comunque sminuiscono l’esito felice dei nostri interventi. La prontezza di quanto va fatto è una necessità, è per sua legge che la freccia deve scoccare al centro esatto del bersaglio, come per la sana obbedienza a un ordine sano, che chiama all’esecuzione secondo il ritmo perfetto del rispetto e dello studio amoroso. Tutti e ognuno, all’unisono, chiaramente, si deve fare e dire, perché non ci apparteniamo, ma siamo per l’altro da noi, che è in attesa proprio di noi.

13) il mio essere ostaggio (pg. 84)
Idiota di dio è il titolo del testo che contiene questa definizione di me stessa: messa con le spalle al muro, da idiota, da un momento di insofferenza; vinta da inadeguatezza, dalle quotidiane pastoie, mi capita di sentirmi ostaggio dell’insopportato viaggio quotidiano. Ma è un sentirmi prigioniera temporaneo dato che la presenza intorno a me di tanta ‘brava gente’ sempre mi salva e per di più, proprio allo stremo delle forze, spesso giunge il suggerimento della mossa vincente.

14) senza mai stancarsi di nulla fare (pg. 93)
Questa frase è contenuta in Come se niente fosse, terzultimo testo del libro. Alle volte tutto quel che si chiede ancora alla difficoltà di esistere, rimane questo: poter sciogliere in caduta libera ogni muscolo nel tiepido torpore della sopravvivenza, ‘come se niente fosse’, dimenticando per qualche istante ogni cosa, ogni sofferenza e fatica, il costo alto delle quotidiane corvee. Può sembrare (e in fondo lo è) l’inno al dolce far niente, utile e gradito in particolare nel primo pomeriggio, quando la luce che più è accesa e acceca è trattenuta fuori dalle pupille dalle palpebre chiuse, ma talora questo stato corrisponde alla necessaria ricarica delle energie esaurite del corpo e dello spirito. Quasi ci si dovrebbe costringere a tale beatitudine, dovrebbe essere una delle beatitudini obbligatorie, una forma di assicurazione per non dare di matto.

15) nel diorama della sopravvivenza (pg. 95)
Questo luogo, ampio e delineato dal solo complemento di specificazione, corrisponde al terzultimo verso del testo, Tempo scaduto, che chiude la raccolta. In questo spazio scenico tengo a me stessa, nell’ultima settimana di dicembre, un ‘discorso di fine anno’. Tempo di bilanci. Quasi mai in attivo. Destabilizzanti il sondaggio e l’accusa dei lutti occorsi, interminabile l’elenco dei timori concreti per l’avvenire. Allora mi domando: quale paesaggio/ umano o divino cercare in questo ‘diorama di sopravvivenza’, a tempo scaduto, quando manco si accende più una spia d’allarme, per avvertire che con la vita sta per spegnersi definitivamente anche ogni opportunità di mutamento benefico. In apparenza un bilancio in perdita senza scampo e senza speranza; invece, trattandosi di una neppure velata richiesta d’aiuto, è proprio l’averla inviata ad avviare il riscatto. Chiusa la pagina, detto tutto ciò che si ha da dire, senza ritrosie e con franchezza, l’anima risale, come un sub, che abbandonata al fondo la zavorra, torna a respirare in superficie.

LUCIA GADDO ZANOVELLO è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a diverse attività lavorative, ha impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di scuola media.
Ha condotto studi, fra gli altri, su Niccolò Tommaseo e sul suo corrispondente friulano, medico e letterato, Pierviviano Zecchini.
Per la poesia ha pubblicato: Porto Antico, 1978; Bramiti, 1980; Da serpe amica, 1987; Semiminime, 1988; Per erbe piú chiare, 1988; nel 1998 la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura. Successivamente Il sonno delle viole, 1999; Un parlare d’acqua, 2000; Solargento, 2000; Memodía, 2003; Silentissime, 2006; Ad lucem per undas, 2007; Amare serve, 2010; Illuminillime, 2011, Rodografie, 2012, Buona parte del giorno, 2013, Disforia del nome, 2014, Consapevolvenze, 2015 e Asincrono scacchiere, 2016.
Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello.
Fra la saggistica: Faedo di Cinto Euganeo, in “Città di Padova”, anno VIII, n.1, 1968; L’eremo del Monte Rua, ibidem, anno IX, n.1, 1969; Considerazioni del Tommaseo sulla poesia in una lettera inedita a Pierviviano Zecchini, in “Lettere Italiane”, Leo S.Olschki, Firenze, 1988; Scrittura poetica e funzione estetica in “Punto di Vista”, (Rassegna italiana di Lettere ed Arti), Libraria Padovana Editrice, n.36, 2003; L’epico innesto etico nell’etimo di Cesare Ruffato, in Per Cesare Ruffato. Testimonianze critiche, Marsilio, Venezia, 2005; Quando il silenzio accende, per “La colpa di scrivere”, luglio 2006 ora anche in appendice ad Illuminillime; Per un’etica dell’apparenza, recensione a Strategie dell’occhio di Francesco S. Mangone, ne “Il Fiacre n.9”, 2007.

letture amArgine: Simone Weil e il cristianesimo


Le mogli dei pescatori cantavano canti senza dubbio molto antichi, di una tristezza straziante. Nulla può darne un’idea. Là, improvvisamente, ebbi la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro.

da I Quaderni (Adelphi)

Entrò nella mia camera e disse:
“Miserabile, che non comprendi nulla, che non sai nulla. Vieni con me e t’insegnerò cose che neppure sospetti”.
Lo seguii. Mi portò in una chiesa. Era nuova e brutta.
Mi condusse di fronte all’altare e mi disse:
“Inginocchiati”.
Io gli dissi: “Non sono stato battezzato”.
Disse: “Cadi in ginocchio davanti a questo luogo con amore come davanti al luogo in cui esiste la verità”.
Obbedii.
Mi fece uscire e salire fino a una mansarda da dove si vedeva attraverso la finestra aperta tutta la città, qualche impalcatura in legno, il fiume dove alcune imbarcazioni venivano scaricate.
Nella stanza c’erano solo un tavolo e due sedie.
Mi fece sedere.
Eravamo soli. Parlò.
Talvolta qualcuno entrava, si univa alla conversazione, poi se ne andava.
Non era più inverno. Non era ancora primavera.
I rami degli alberi erano nudi, senza gemme, in un’aria fredda e piena di sole.
La luce sorgeva, splendeva, diminuiva, poi le stelle e la luna entravano dalla finestra.
Poi di nuovo sorgeva l’aurora.
Talvolta taceva, prendeva da un armadio un pane e lo dividevamo.
Quel pane aveva davvero il gusto del pane.
Non ho mai ritrovato quel gusto.
Mi versava e si versava del vino che aveva il gusto del sole e della terra dove era costruita quella città.
Talvolta ci stendevamo sul pavimento della mansarda, e la dolcezza del sonno scendeva su di me.
Poi mi svegliavo e bevevo la luce del sole.
Mi aveva promesso un insegnamento, ma non m’insegnò nulla. Discutevamo di tutto, senza ordine alcuno, come vecchi amici.
Un giorno mi disse: “Ora vattene”.
Caddi in ginocchio, abbracciai le sue gambe, lo supplicai di non scacciarmi.
Ma lui mi gettò per le scale.
Le discesi senza rendermi conto di nulla, il cuore come in pezzi. Camminai per le strade.
Poi mi accorsi che non avevo affatto idea di dove si trovasse quella casa.
Non ho mai tentato di ritrovarla.
Capii che era venuto a cercarmi per errore.
Il mio posto non è in quella mansarda.
Esso è dovunque, nella segreta di una prigione, in uno di quei salotti borghesi pieni di ninnoli e di felpa rossa, in una sala d’attesa della stazione.
Ovunque, ma non in quella mansarda.
Qualche volta non posso impedirmi, con timore e rimorso, di ripetermi un po’ di ciò che egli mi ha detto.
Come sapere se mi ricordo esattamente?
Egli non è qui per dirmelo.
So bene che non mi ama.
Come potrebbe amarmi?
E tuttavia in fondo a me qualcosa, un punto di me, non può impedirsi di pensare tremando di paura che forse, malgrado tutto, mi ama.


Simone Adolphine Weil
(Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese, la cui fama è legata, oltre che alla vasta produzione saggistico-letteraria, alle drammatiche vicende esistenziali che ella attraversò, dalla scelta di lasciare l’insegnamento per sperimentare la condizione operaia, fino all’impegno come attivista partigiana, nonostante i persistenti problemi di salute.

Sorella del matematico André Weil, fu vicina al pensiero anarchico e all’eterodossia marxista. Ebbe un contatto diretto, sebbene conflittuale, con Lev Trotsky, e fu in rapporto con varie figure di rilievo della cultura francese dell’epoca. Nel corso del tempo, legò se stessa all’esperienza della sequela cristiana, pur nel volontario distacco dalle forme istituzionali della religione, per fedeltà alla propria vocazione morale di presenziare fra gli esclusi. La strenua accettazione della sventura, tema centrale della sua riflessione matura, ebbe ad essere, di pari passo con l’attivismo politico e sociale, una costante delle sue scelte di vita, mosse da una vivace dedizione solidaristica, spinta fino al sacrificio di sé.

La sua complessa figura, accostata in seguito a quelle dei santi, è divenuta celebre anche grazie allo zelo editoriale di Albert Camus, che dopo la morte di lei, a soli 34 anni, ne ha divulgato e promosso le opere, i cui argomenti spaziano dall’etica alla filosofia politica, dalla metafisica all’estetica, comprendendo alcuni testi poetici. (fonte Wikipedia)

Tu che fai per vivere? (trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

E’ disgustoso osservare come i nostri parenti serpenti europei affrontino la questione legata a un movimento di popoli da fare impallidire quelli di Goti e Unni 1600 anni fa. Ci pensino Italia e Grecia! Belle parole, compiti a casa, gli iberici che non vogliono assolutamente sbarchi nei loro bei porti, i francesi per bocca del loro impiegatuccio presidente hanno già detto “mais non”, i crucchi d’austria sono pronti a schierare l’esercito alle frontiere (un bel centenario di Caporetto col botto!), gli altri qualche altra bella parola di circostanza e forse anche una mancetta. Si fottano, che ci stiamo a fare in un’europa del genere, quando siamo già africa? “Caleranno i Vandali/gli Unni sono già qui”

Sembra ci siano vampiri
sotto questo sole.
Un bel mare tonalità salvia
t’assale a perdita d’occhio.

Un’ora, Khalid prenditi un’ora.

C’è movimento per aria.
Ti farai vivo, guardia
dentro un palazzo di giustizia
quando l’amore è tormenta
ma ha paura a scoprirsi.

Sposato, diviso, risposato
su altari da campo,
morto e sopravvissuto.
La memoria è una finestra alta
senza grondaia.

Tu che fai per vivere?
Sventro ritornelli, tu?
Io li immagino

WHAT DO YOU DO FOR A LIVING?

There seem to be vampires
under this sun.
A lovely sea with sage tints
as far as the eye can see.

One hour, Khalid, take one hour.

There is movement in the air.
You will show up, a guard
inside a palace of justice
when love is tormented
but afraid to be revealed.

Married, divorced, married again
in open-field camps,
dead and survived.
Memory is a high window
with no gutter.

What do you do for a living?
I cut up refrains, and you?
I imagine them

© 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem
“Tu che fai per vivere?” by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.