letture amArgine: attrice allo specchio Mrs A, Annamaria Spalloni

Annamaria Spalloni, attrice teatrale e cinematografica, a volte scrive poesie e sono convinto che troverà un editore. I suoi sono pezzi che non sentono bisogno di classificazione, mi è bastato leggerli.

MRS A. 3

discuto con le mancanze
che non tornano mai
(faccio i conti della serva)
e parlo alla fine del viaggio,
prima di bere…
sciorino fitte maglie dalla bocca
e poi con uno sgambetto nelle ginocchia,
mi avvio,
dritta a pertica,
con i fianchi che farfugliano
amorosi…
in attesa di un piede,
contrario al mio,
che dia l’imbecco giusto,
per il silenzio finale”.

*

20,20

20.20: questo è un orario morto, cari signori!
e se presto qualcuno non me ne spaccerà uno vivo
sento che i miei contorni si sfalderanno irrimediabilmente
contro qualche gabbiano

^

Quasi compleanno

Questo giorno di quasi compleanno si è presentato come comanda iddio.
Con un anno in più e un dente di meno.
Questo me lo ridanno lunedì.
Per l’anno ci stiamo accordando, ma nulla di certo.
Pare spariscano tra le dita secche del folletto verde
Oppure tra le lettere del portinaio, seduto fisso in guardiola.
Sta lì fermo
ordisce trame, così pare,
Su un cuscinetto uncinettato a maglia alta,
rosso e blu.
Oppure non so
Forse se li gioca mio nonno gli anni miei.
se li gioca a tresette all’osteria di mio zio.
Quella con le porte da far west
Che se ti beccano con il rinculo, ti spediscono un metro avanti
E la cucina con le mattonelle color vomito
E la puzza di uova fresche, aperte sulla fontana di farina.
E la vampa di cacio, appena apri la credenza celestina,
Quella con il buco tondo coperto di specchietti
E i daini incisi sui vetri scorrevoli.
Io ci vado dentro alla cucina dell’osteria di mio zio
E prendo il vino
Ma solo quando me lo dice mio nonno.
Passo le porte di formica marroncine
Faccio attenzione al rinculo da Far West
Mi piazzo sotto la spina del rosso
E spillo
Fino a quando non arriva alla testa con la corona di spine.
Lì mi fermo.
Mi guardo negli specchietti
Che moltiplicano la mia faccia
Così come gli anni.
Ora sono grande
E guardo mio nonno
é seduto con il cappello in testa
Spilla le sue carte
E spariglia gli avversari.
“Presto sarò di ritorno -mi dice- non saprei cosa portare con me cara fanciulla.
Prestami del tabacco ma lasciatene un poco per stasera, mi raccomando.
Vedi, ho i tuoi anni in mano
…..
Guardo dalla finestra
C’è un pezzetto di muro, ma senza niente dietro
Mi scappa proprio di dirtelo…
Non c’è niente dietro il muro caro Giacomino

*

intervallo

I’ll be able “to tell a vision” a brevissimo giro di posta,
ne sono sicura
E sarà un fuoco d’artificio
Come quello che mi passa da parte a parte
In questo preciso istante..

*

Livorno

i fenicotteri rosa e i doganieri
in seconda battuta i cormorani
prime donne da reclemme
le bestiole dalle gambe lunghe
saggi e filosofi i secondi
spesso si impastoiano con le loro lunghe ali
ma sanno stare sul pezzo
non mollano.
Occhio a quell’accolita di freaks
Si dipingono bene
hanno labbra sincere da una parte, ma dall’altra occupano un buio pesto e biascicano una serpe viva.
Mi chiedo se la folaga mi possa assomigliare, chissà…

*

Hans il doganiere

Ieri sera ho incontrato Hans
Il doganiere che vive sulla torretta del ponte
Lo si vede che spesso fa capolino dall’oblò
lo riconosci perché ha un occhio strabico.
E perché spesso lo vedi con una scarpa in mano
Hans ama le scarpe, se ne prende cura
E le ripara.
Ieri sulla striscia nera di legno
sulla striscia che passa da parte a parte questo pezzo di terra
Hans mi ha baciata con la ruota della sua bicicletta
Mi ha baciata con le sue labbra
ed io ero felice.
Mi ha donato 4 pesci
“che 4 è un numero sfigato come me”, dice Hans
dietro ad un sole che ci crocifiggeva.
Poi si è rollato del tabacco.
E per tre minuti, tre..
E non di più..
mi ha parlato dell’arte di tagliare
la pelle.
Fessure strette
“Narrow slits” e così crea un tessuto col quale fabbrica borse e oggetti vari
“Narrow slits” mi dice , mentre fuma senza filtro.

hans intaglia la pelle e la fa a strisce , e poi a quadretti,
e poi ci fa delle cose, ci fabbrica cose.
Compra l’insalata al mercato della piazza, ripara le scarpe alle donne, e le donne lo cercano.
È bello Hans, è alto e porta maglioni fatti a maglia
“Narrow slits”, dice
“My wife is a knitter” dice.
Pesca nella darsena;
nessuno l’ha mai vista “sua wife”.
Quando ripara le scarpe pensa al dolce giglio bianco che ha fatto a pezzi.
La uccise una mattina d’aprile.
Soffiava un’arietta cruda e la finestra della torretta di botto si spalancò. Lui aveva un gran mal di stomaco quella mattina. Lei aveva appena telefonato all’orefice per comunicargli la misura degli anulari.
Ma questo è solo nella sua testa e nella pancia del pesce che ha pescato. Nessun altro lo sa.
Quello che trovarono dopo 6 mesi era la pelle secca di giglio bianco e i biondi capelli suoi, messi sopra una testa di polistirolo, di quelle che reggono parrucche.
Ora Hans tiene tra l’indice e il medio del tabacco Drum appena rollato.
Mi parla di esche, di fili di nylon e di piccoli piombi
Dalla darsena arriva una folata di vento che gli scompiglia i capelli.
Ci salutiamo,
ci baciamo con le ruote delle nostre biciclette
domani ci rivedremo
e parleremo di pesci preistorici.

*

Amore 1

Io adesso sento solo il rumore delle mie ossa
Che poverette battono i denti..
Fanno un rumore che sembrano il martelletto del timpano
Quando ci dormi, sopra il cuscino.
Allora io infilo la sordina nel pertugio appena sotto il petto
Tanto lì c’è un bel buco
e lo stura lavandini ci entra per bene.
Ci dormirò sopra, poi domattina stappo via,
Tiro fuori tutto..
Devo solo far attenzione alla Vena Porta
Che se tiri via forte è un bel casino,
scappa fuori un fiume rosso che non lo pari più
Che inonda tutta la stanza e tutta la roba chi ti sta intorno.
Una volta il mio amore lo ha fatto
E allora io poi l’ho raccolto
Con le braccia fatte a forma di Madonna
A forma di Pietà
E poi
non ci siamo più visti.

*

Artemide

Spogliati per favore
E dammi quello che ti resta
Quello che ti si è conficcato tra la vena porta e il cuore
lì c’è un mondo.
Fai veloce però
Che la vita è un morso mancato
Che Poi passo e nello specchio non mi trovi più..
Mi hanno fatta così,
Che poi mi ferisco il calcagno
Mi accuccio e succhio il sangue che scappa
E poi corro via
Veloce.
Come lepre secca, taragna, furba e affamata
Bella sono, con fianchi che prendono
Tutto
Bella mi fanno
E mani e braccia e spalle
Possenti

Indosso un vestito da libellula
Intanto dalla faretra mostro frecce
E con le mani modulo fiotti d’amore smodati
Soffioni che fuoriescono fluorescenti dall’ombelico
Li accarezzo e li filo e li faccio lunghi lunghi
Come fosse zucchero filato.
Ora amami che tra un po’ scompariamo
Belli siamo
Ora sorridimi
Che tra un po’ ce ne andiamo.

Autobiografia

Mi chiamo Anna Maria Spalloni. Nasco a Roma il primo luglio 1967, cancro ascendente scorpione. Dopo una laurea in lettere, mi metto a fare l’attrice, una passione che mi nasce vedendo Eduardo in tv da bambina. Recito soprattutto in teatro, spesso testi miei. Di mestiere vivo. Vivo le mie storie e quello che c’è appeso.. Se sto ferma muoio, forse è per questo che corro; corro in mezzo agli alberi e vicino all’acqua possibilmente. Quando le gambe chiedono un “time out” mi metto a leggere, oppure studio le lingue antiche, quelle che la gente chiama le lingue morte. Certe volte la sera lavoro a maglia, ma in un modo che qui in Italia conoscono in pochi; un moto circolare senza interruzioni ed andate a capo: per me è un mantra, una forma di preghiera e mi dà concentrazione, mi aiuta ad andare al di là delle figure, al di là di ciò che appare. Trovare l’anima delle cose, delle storie, l’essenza… di un pensiero, di un gesto, di qualsiasi cosa, questo è quello che amo fare. Mi chiamo Anna, di mestiere, oggi, scrivo, poesie.

un giorno più o meno

Tre anni forse,
un giorno più o meno,
foto bianco e nere del Settantuno

in senso laico fanno molto male,
il resto fa bene.
Annuisce la salute,

ammicca all’alcolista e dice:
smetti che torno.
Vedrai, sarà domenica tutti i giorni

i suonatori scenderanno in strada,
ritroveranno lo smalto perduto
da unghie di ragazza, e al tempo

i loro orecchini
in mezzo sorriso crudele.
In piedi su una finestra

o su una cassetta di legno
poco importa,
purché sia libertà.

letture amArgine: Mimì Burzo il vantaggio dell’essere un nulla

I generi, le persone, le matite si fondono e fondono. L’importante è che siano buone lettere. (Flavio Almerighi)

per chi voglia approfondire:

https://mimiburzo.wordpress.com/

Senza cuore III

Ora piove
l’acqua abbassa la polvere sulla terra
l’afa si allarga sotto le foglie dell’ alloro
Non sarà un treno verso altra destinazione a fermarmi davanti alla tua porta né un cero a Lautréamont per farmi piegare alla grazia del fiore dal tuo sesso portato a compimento nella mia bocca.
– Fuori c’e’ la guerra almeno tu te ne sarai accorto appena fuori già sull’epidermide
il bernoccolo sulla fronte del mattino
è guerra con l’insetto che piano rosicchia la foglia nascondendo i denti nella rugiada
– Fuori c’è la guerra
di questo sono certa almeno tu te ne sarai accorto
come me non la guardi hai spostato gli occhi
sulla finestra
ora piove un po’ di più.
L’acqua imprime a chiazze la terra
quasi impercettibile se guardata in vicinanza
un uccello senza nome chiama e lo sguardo si allarga l’acqua imprime la terra solo in lontananza.

Non con un treno a fermarmi davanti alla tua bocca Verrò.
Con il vento che sposta l’acqua così da esser impercettibile sulla terra anche in lontananza Con la guerra finita
Quando il pompelmo fiorirà e un petalo stordirà le mie labbra Verrò. Per portarti me in bocca
e solo allora potremo parlare dell’eventualità che Maldoror non sia Lautréamont.
Neanche il suo doppio. Solo un mezzo: una mano ed un foglio di carta per all’apparizione sulla terra di tutti i punti opposti
– angeli e fiaccole per guarnire le palpebre degli oceani
Verrò. Quando comincerai a leccare alla ricerca dell’opposto di tutti gli opposti verrò e ti sarò in bocca e la lingua affamata sul punto più alto di tutti gli avamposti
nella carne verrò in prossimità di noi distalmente al mondo mi fermerò quando potrò portarti tutti i miei sessi e i verbi nella sordità del silenzio
la lingua trovata la sua carne le mani trovate le ossa e la solitudine del lago bagnata dal tramonto Allora verrò
quando le guerra sarà una tregua almeno appena fuori di noi sull’epidermide
*

La stagione del vento

Il vento non si ferma mai in questi giorni
e a volte in verità e’ la lacerazione
e’ il frammento
e’ quella scheggia come di un vetro rotto
che riflette
un preciso e circoscritto angolo
e per un attimo gli occhi
per un attimo la chiarezza
di una composta schizofrenia

Nessuna stima
nessun orgoglio
alcuna vanità
Ho letto un libro di Artaud ed era completamente pazzo mai irragionevole troppo fragile
troppo esposto per una poesia della purezza
per una rivendicazione senza uditori
per questi giorni qui in cui il vento non si ferma mai e dal cielo piovono razzi
dai balconi braccia e sorrisi paralizzati

E non e’ lo scoppio della bomba
non il roboare dei razzi
non il fragore
piu’ del terrore
puo’ l’attesa
la distanza inter-lancetta
fra il lancio di un Qassam e la culla di un bambino
con l’orecchio leso teso
sull’arrivo

Non e’ la bomba
e’ l’effetto dell’anticipazione
di una precisa indeterminazione
il silenzio che causa la sordità
l’immobilità
il respiro che non deve far rumore
Potenziamento a lungo termine disatteso
nella regola serena della serena biologia
del crescere E’ l’evidenza
l’estremo opposto dell’irrazionalità
la plasticità delle sinapsi
e quello che avanza resti di cibaglie e di morale
retorica filosofia da banco
Cori a piu’ voci
per confondere
per rifare il verso del caos
per coprire
resti umani
disperazioni cosmiche
segreti blindati

Occhi
infiniti occhi dimenticati

Allora ad un certo punto in bocca solo i denti
in bocca solo i silenzi
in bocca solo tre parole
– Un bambino bruciato
E tutta la forma che cade
la storia che cade
i cervelli che cadono
cadevano cadiamo ancora
e’ sempre una caduta
a meno venti gradi
di buio tre ragazzi
uccisi un bambino per vendetta
Tre per uno i conti non tornano
ci sono gli invisibili
i figli dell’attesa
l’infanzia negata nella distanza inter-
lancetta fra un razzo di maggiore gittata
e il sibilo del vento

Dunque la parola una tentata storpia rivolta
una parola senza speranza
Nessuna armata
nuda e’ la decisione
Oltre i fatti
i potenti sono teschi
i rifugi umanitari effetti collaterali

Lo storpio rivolta la parola
la parola rivolta la poesia
la poesia rivolta se stessa
e piange piange
assente piange la sua assenza
piange il vento che non cambia verso

Piange la poesia
per ogni bambino morto
per ogni infanzia offesa
*


Sono nata a Matera. Studiato e cresciuta a Roma. Rientrata nell’entroterra lucano da qualche anno, in terra solitaria e di disarmente bellezza. Non amo pubblicare. Lo faccio quando vengo invitata (Poetarun Silva, Il sasso nello stagno di Angre, due antologie edite dalla PoetiKanten Edizioni, alcuni blog collettivi spariti con la piattaforma Splinder). Il mio spazio consiste esclusivamente nel mio blog. Uso poco e “male” il verso. La mia scrittura è piuttosto prosa poetica. Questo mi rende poco apprezzabile dalla poesia istituzionalizzata: occasione di gratificazione per me, che dell’essere alterità ne ho fatto poetica e del deragliamento la struttura portante. Coerentemente ho attuato da subito l’idea di non mostrare mai il mio volto. Un grosso esperimento di demolizione delle identità a vantaggio dell’essere un nulla. Gli amati amatissimi lettori mi riconoscono dal ritmo della mia prosa.

La moda illeggibile


Qualche parola indurita
di rara dolente bellezza
chiude per poco gli occhi
un peso scende in gola
e risale a colpi di tosse,
l’amore è a un sospiro
dall’apice più lungo,

la copertina bianca
crosta di segnali orari
è il conto esterrefatto
infreddolito accaldato,
raggiungere diventa
girarle attorno
in abito da festa,

è dolore degli occhi
spremute madonne
di bellezze in età
per chi rimane a margine
a ripetere le pagine
e le buche prese
sul blocco degli appunti

la moda illeggibile
si è fatta provare
dal suo stesso mistero
arriccia permalosa i capelli
i distinguo
l’inguaribile languore.

letture amArgine: “Il nero bagnato è arte” inediti di Angela Greco

dalle braccia ormai implicite nell’altro/sopravvissute ad ogni nave che s’inabissò
immersi in un tripudio mistoseta
in una negligenza oblio di sciarpe… (Pasquale Panella)


10 cent di acqua fresca, un cardo mariano secco
ed un cambioluce alla Hopper. Svolta a destra
la strada del pane; la trebbia sbuffa nella polvere.

Scrivere per il puro piacere di quello che si sta facendo, per nessuna nuova scoperta stilistica o concettuale, nessun obbligo e nessun inchino alla critica e alla società letteraria…una scelta demodé, un anacronismo o una sopravvivenza? Un ritrovare le origini della specie, la potenza dell’eros anestetizzato dalla razionalità, un riappropriarsi della fisicità del desiderio sbiadito dalla prevalenza cerebrale giustificata dalla precarietà temporale che ci sminuisce anche come esseri umani. Siamo in crisi, nessuno lo nega; quindi come concepire la poesia oggi? Una domanda che spesso mi pongo è se sia esatto adattare asetticamente la poesia all’esterno, come accade in casi definiti di “poesia moderna”, o chiedere alla poesia di portare fuori l’interno che ha partecipato a quell’esterno…Versi diretti, consapevoli di un Io poetante e che Poesia non può essere fondata su teorizzazioni intellettuali, ma che la stessa sia alla fine un ancora-da-comprendere che genera meraviglia, domande, dubbi; versi primordiali, da alcuni punti di vista, ma che svelano il più antico abitante che è in noi, rendendo il fuoco rubato agli dei… (AnGre)

“Il nero bagnato è arte” (cit.) Inediti da Lume a marzo, riti di poesia per propiziare la buona stagione
di Angela Greco AnGre

Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.

Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.

Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.

Nessun demone più
scinderà quello che siamo.

*

La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.

Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.

*

Ci siamo ritrovati nella bottiglia dal veliero rotto
affidata alla fortuna e alla distrazione del Caso.
La perla per la quale si sono perse notti
l’ho vista relegata in un comò d’antan
che smagliava le calze dell’ultimo spettacolo.
Abbiamo nuvole a sufficienza per la pioggia.
Torna il respiro nel silenzio di bacio inatteso.

Cosa sei, tu, del mare? Itaca sconosciuta
e abisso, la riva ed il bisso, sabbia e scoglio.
E cosa sai, del sale che emerge ventoso?
Attraverso mostri tra fasciame e stretti
alla gola fauci e squame opache.
Posidonia a guardia di Atlantide, la rete.

*

La curva purissima delle tue natiche marmoree
declina il risveglio in salita. Ti guardo, Plutone,
in questo rapimento presagio di primavera. Dilati
la pupilla vorace ed è seta la pietra dell’attesa,
davanti all’eros della tua retta nella mia direzione.
La benevolenza delle tue forme scalpella femminilità
sottraendo incertezze ed è un incipit forsennato
la scapigliatura mattutina, che tradisce la notte al caffè.

Perde terreno il respiro al tuo nitore e alla stretta
delle mani mi rassegno. Ti guardo, abisso Calypso,
senza ossigeno fino alla sfumatura più scura e lontana.
Hanno traslocato maschere mendiche, omini e miserie.
Sei la mia aurora su smagliature e imperfezioni:
il paradiso accade all’oscuro dei voyeur.

***

#
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche alla sua poesia sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Stessa impressione

Fermati! Gutturale ischemico
non curante, fermati brutto!
Chiccazzo mi chiama a quest’ora?
Nessuna cerimonia, nessun creditore,
credi al destino? – No non brilla!
Lasciami smaltire, voglio stare su
come un albero, come seni
prima di essere mietuti.

Stessa impressione,
la tarda primavera era bellissima
adesso un carnaio senza fiori.
Onoriamo padre e madre
la carne che hanno fatto,
carne che invecchia
e il danaro per comprarla.
Onoriamo l’autorità a tempo
e luogo, e chi ha le mani
sui rubinetti durante la siccità.

Mangia il bue.
Lui non ha mai pensato
un solo momento di sottrarsi.
Lo sapeva fin dall’inizio,
senza noi non sarebbe stato salvo

blu reale

stanza in arredamento,
tra uno scampanio di concetti
è in atto l’inventario proibito
di cose nascoste, oblique che,
fin dal titolo, saporano
di scrivanie in legno e blu reale.
Abbandonata l’arma,
preziosa dentatura da pescecane,
le forme si fanno murali
pur conservando la suggestione.
Nena non bissò il successo
del suo unico hit single
tanto da restarne orfana.
I politici non sono poeti,
rimestano spazzatura
fiduciosi nel migliore dei mali.
I poeti non sono musicisti,
però si riconciliano quando
Lei passa e con gioia
le guardano il sedere.

letture amArgine: omaggio a LIU XIAOBO in memoria


Tranquilli, un iceberg vasto quanto la Liguria non innalzerà il livello dei mari, così come la morte di un poeta cinese, dissidente e per giunta sfortunato, non innalzerà il livello delle coscienze.
Professore, politico e poeta, Xiaobo (nato nel 1955) ha inteso l’impegno con l’umiltà e l’amore per il suo Paese, propria degli orientali, senza clamori o vanità. Quando nel 1989 ci furono le mobilitazioni che portarono agli scontri di Piazza Tienanmen, Xiaobo era in Occidente per alcune conferenze: le interruppe per tornare in Cina a dare il suo aiuto a quella lotta per un Paese più libero e giusto. La dura repressione, il sangue di quei morti non potranno cadere nell’oblio del silenzio. Scrive nella poesia Le anime dei morti in primavera: «Quella primavera, un’illusione divenne per le madri eterna pena».

È quella pena che ha spronato gli intellettuali cinesi, tra cui Liu, a redigere Charta 08. Sono gli artisti e i pensatori cinesi che hanno pagato e pagano il prezzo più alto, per aver espresso pubblicamente il loro dissenso ad un governo corrotto e oligarchico. La poesia e l’arte tutta non sono più semplice gusto per il bello, ma diventano uno strumento di lotta per una società più giusta e onesta.

Xiaobo è stato condannato da un processo farsa ad undici anni di reclusione, costretto all’isolamento e trattato peggio di un delinquente pericoloso.

A nulla è valso il premio Nobel per la Pace attribuitogli l’8 ottobre 2010, se non ad inasprire gli animi tra il governo cinese e quello danese. Inasprimento che sono costati alla moglie di Xiaobo e ai suoi familiari gli arresti domiciliari e la perdita di ogni forma di sostentamento.

Liu Xiaobo se ne è andato oggi, 13 luglio 2017.

Quella primavera, si gettò sotto i cingoli dei carri armati
Pur donando ogni saggezza pur offrendo la mia nuda anima
non sono assurto alle altezze della tomba

Quella primavera, un illusione divenne per le madri eterna pena
da allora ogni primavera
è legata con ceppi e catena

Ma io so
essa è prova e lascito delle anime dei defunti

Quella primavera, il crollo delle mie speranze
Il mio esile corpo la mia debole anima
se ne andarono prima del primo fascio di luce
Temo ogni prodezza da eroe
e non ho la forza d’infierire su me stesso
Una vita rinchiusa
lotta nel vuoto
Posso solo accendere una sigaretta
afferrare saldamente ogni attimo della caduta
sopravvivere è una prova
nessuno sa
se crollerò in meno di un’ora
Ho verniciato di nero uno specchio
lo lecco finché sia lucido da riflettere di nuovo
[…]

Una lettera mi basta

per Xia

una lettera mi basta
per andare oltre e
trovarmi a parlare con te

proprio come il vento che attraversa
la notte
e usa il suo sangue
per scrivere un verso segreto
che mi ricorda che ogni parola
è l’ultima

il ghiaccio che hai nel corpo
si scioglie in una leggenda di fuoco
negli occhi del carnefice
l’ira diventa pietra

due file di sbarre di ferro
inaspettatamente si sovrappongono
falene sbattono forte le ali verso
la luce della lampada, segno incessante
che disegna la tua ombra

8. 1. 2000
Traduzione in italiano: Maria Cristina Donda