letture amArgine: sdimenticare Nadia Campana

Incuriosito da questa mia conterranea mai conosciuta, quindi mai dimenticata, predestinata forse fin dal cognome. Per questo trovo giusto sdimenticarla. (Flavio Almerighi)


Nadia Campana è nata a Cesena nel 1954. È autrice di una cinquantina di poesie, raccolte dapprima in saggi e poi, significativamente riviste, nella raccolta postuma Verso la mente, curata da Milo de Angelis e Giovanni Turci. Ha tradotto l’opera di Emily Dickinson nel volume Le stanze di alabastro. Ha composto una serie di saggi dedicati alla letteratura e al tema melancolia, attualmente inediti. Tra questi, vanno ricordati Finendo e Visione postuma (quest’ultimo parzialmente edito nella rivista “Tratti” (dicembre 1986). Nadia Campana è morta a Milano nel 1985.

Il buio come bene

Tutte dolcezze sono alle dita
di rosa l’abito tinge
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
a cancellarmi, quaggiú, ti prego.
Per te, io ti, io te sono
che mi contiene nel tremante ricorso
del tuo silenzio vienimi incontro
orizzonte e allarga esso.
Come rami contro il cielo entrai in lui
una specie eletta dal suo cuore
come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.

***

come un folle mago mi estraggo
dal petto la sete
bianco, giallo, stracci di ogni colore
spira il vento che assomiglia a pietra
sporge la gamba
accenna un passo di danza
s’incrina il bacino
si perde l’equilibrio
sul volto scende la saliva

***

perché cresca la luce
perché cresca il buio
perché al chiuso – questo –
crollano umani
rivestono di pori le gocce
d’oscuro chiama la schiuma
accesa tondo rovescia
oscuro più oscuro
annaspandoti, e tu mia mente
*
New York

assomigliava al mio cuore alternativamente separato
e unito come le labbra tra cui si mischia l’immagine
del vuoto, mia letizia, mia rosa d’inverno, destato
anno che verrà –
trafittura e ragione che perfora la testa ma non lascia
mai al buio. Con i capelli scogliera mobile che non si
possono dividere in due masse divergenti correre, attaccare
il pane con il coltello diritto o di scancio ma senza mangiarlo
e fendere con il frutto nord e sud
tassi nell’alba arancione piangendo
i palazzi uniche dighe alle nubi – e tutti –
tutti voltavano visi da apache perché era il parco
centrale, per cinque minuti attraversa la notte
come cento giorni di viaggio –
o una mano che puntava
una sicurezza e un dubbio insieme appoggiati a un sorriso
tocca la penombra pendio dove sono
e non sono, si china
per cogliere semplicemente per cogliere semplicemente
delle cose e quando si rialza non a nulla in mano.
Dolce bianco e scuro vino buono come i corvi –
il tempo.
è il mio agonizzare quando mi allontano e vado
a raggiungere la siepe di tutti i giorni
dove resta impigliata la maglia si strappa e non
è che brandelli. Si è fermato. Mormorava tra sé alcune
parole che non saprò mai completamente.
Non è amaro, è di ossa e di carne, avorio, corno,
acqua, intelligenza, amore, cuscino.

9 pensieri su “letture amArgine: sdimenticare Nadia Campana

  1. Grazie per questa proposta; i testi che hai scelto, bravo Almerighi, mi sono piaciuti e mi hanno incuriosito sull’autrice. “Il buio come bene” ha qualcosa che sento mio, un azzurro, una corporeità, un’assenza \ presenza che so.

  2. Io non so perché si dica questo dei poeti, poverini sono andati a fondo, sono piovuti da terrazzi e viadotti, come se il suicidio fosse una patente di validità, e maggiore emozione o spessore, per la poesia che hanno lasciato. Finiamola di calcare sulle loro biografie quel ”morto/a suicida” che non cambia una virgola ai loro scritti. Il dolore per la perdita di un familiare o di un amico è una questione privata: la poesia, se uscita dal cassetto, è cosa pubblica, e va trattata con lo stesso rispetto, indipendentemente dal tipo di morte che l’autore si è riservato.

      • beh, qui il padrone di casa sono io, ma se giri da qualche altra parte il “morta suicida” più che un tragico destino è una patente.

      • immagini accese fuori misura da una normalità che sta stretta a tutti e a cui in pochi si ribellano. Il personaggio poeta morto tragicamente risalta nell’immaginario collettivo più della sua stessa opera, perché è qualcosa mutuato da un passato in cui essere artisti o svolgere un mestiere non ordinario suscitava fascino, invidia, segreta ammirazione per quella libertà di cui si godeva in pochi e per la ribellione di cui si soffriva. Così, uomini privi di passioni proprie quali siamo diventati, l’occhio vispo soprattutto sulla scelta tragica (e immagino sempre e solo il dolore anche solo di premeditarla una scelta simile) ce lo siamo portati fino a quest’epoca incapace di pensare con la propria testa e, quindi, di vedere e sentire l’eredità, il frutto, dell’albero laddove è immensamente più semplice seguire una scia consolidata che fa audience… (scusami per questo pensiero ad alta voce, ma anche sul Sasso ho sempre agito come hai fatto tu, sottolineando la creatura nella quale, se letta attentamente, è sempre visibile la vita del creatore…)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.