visioni amArgine: sorella morte è un annullamento o un’obliterazione?

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8 thoughts on “visioni amArgine: sorella morte è un annullamento o un’obliterazione?

  1. la dipartita di Villaggio,ma giusto perché la sua è appena accaduta, ci dice che Morte non è annullamento per chiunque abbia lasciato qualcosa della sua vita a quella vita che rimane dopo di lui e piange per tre giorni, come si dice da me, per poi tornare alle sue solite occupazioni. Senza contrastare nessun Francesco, già definirla “sorella” implica tutto il caos immane che un legame di sangue stretto inevitabilmente comporta sempre, quando sora morte de qualche altro se presenta e questo mi fa sorridere.
    E’ fine (inteso anche come termine di misura, di confronto), è inizio (della più bella illusione a cui in tanti aspiriamo) ed è viaggio finalmente per mete sconosciute esenti da noia e da tour operator che ti sbagliano la guida per cui non si ha (più) nessun obbligo nemmeno di obliterare il biglietto…
    Ma poi, caro Flavio, alla fine, se c’è Lei non ci siamo noi e dunque il problema è di chi rimane 😉

  2. L’ULTIMA MORTE

    Noi siamo l’unico essente dell’universo che, durante l’intero arco del vivere, è consapevole di dover morire. Heidegger – rinnovando in termini contemporanei il linguaggio dell’antica sapienza spirituale – sosteneva che la nostra vita è un continuo, ininterrotto “prendersi cura” della propria morte, ciascuno a suo modo. Questa certezza tragica trasforma qualitativamente la nostra esistenza in un “ex-sistere”: noi sussistiamo sempre “fuori” di noi, “al di qua” di noi, per così dire osservandoci quasi a distanza, già conoscendo l’inevitabile epilogo.
    E soprattutto la grande arte (come quella tragi-comica dell’insuperabile Paolo Villaggio) ci insegna che la morte è soltanto il passaggio, la porta, che conduce ad una vita “altra” (come altra è la vita della realtà trasfigurata in immagine artistica).

    Perché sapere la “fine” che ci attende è propriamente ciò che ci rende infiniti: è il mistero della finitezza, che va a “finire” nell’in-finità della coscienza.
    Come affermava Benjamin (attraverso l’allegoria dell’angelo), “sapendo” che un giorno moriremo, moriamo già qui e ora ma, al tempo stesso, qui e ora già rinasciamo a nuova luce: analogamente nell’ultima morte – nella Luce dell’attimo eterno – ciò che “muore” sarà infine il nostro stesso morire.

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