letture amArgine: Giuseppe Panetta detto Talìa

“Non è questa la sede per tentare di rintracciare nella personalità di Giuseppe Panetta l’origine delle paure che hanno attraversato l’infanzia e forse la giovinezza: a noi il compito di individuare il senso di questa repulsione e il valore metaforico attribuito a questo piccolo animale che si nutre di insetti e trascina la propria esistenza ignaro di quello che possono pensare o credere di lui gli umani, siano essi poeti o non.” (la salamandra, non l’autore)
Giuseppina Amodei dalla prefazione di Salumida.

da Thalia

Acquafredda

Come una rosa rossa che nelle carni
Dei petali matura foglie e spine
Scempiaggine della brina che scende
Sul tarlo acquoso per turiboli
Sulla brace del silenzio condito
Di pulviscoli che prendono il consenso
Delle parti smosse a bottarga e tranci
Di mattanza sullo scalino del tordo

*

Ecco i pampini della spremitura
Aria saccarina tramonto ciaccino
Ruta del dirupo imbuto amaro
Zolla d’alpaca vanga di velluto
Polpa spugnosa del cuoio capelluto
Grasso frutto senza più colore
Fusto genitale d’afidi e zanzare
Falangi come burro e tasti misti
Ecco il bricco rotto ortaggi urtati
La palpebra crepa secca goccia
Di umore segaligno in grana grossa
Spezie cirri fittoni umani
L’azzurro stratosferico d’imberbi
Cumuli di stelle sparse perigliose
Panegirici redatti a pegola
Fratina da mangiare a due palmenti

*

In questo mondo di cazzo cedimento
Di figa asciutta e bande magnetiche
Un’occhiata alla glassa marron ingagé
Cubetti di ghiaccio in lavatrice
Mugghio torcitura strizzatura
Gargarismi di vino al vetriolo
Pere cotte nel refolo di legge
Cioccolatini cuor di nocciola

da Salumida

Ho smesso di uscire di casa
Proprio mentre si bucano montagne
Lotti e lotte un gioco al lotto

Non sono più nemmeno benestante
Proprio mentre tutto è commercio
Lotti e lotte un gioco al lotto

Ho smesso di manifestare in piazza
Proprio mentre in piazza si muore
Lotti e lotte un gioco al lotto

Ho smesso di interessarmi al calcio
Proprio mentre si frantumano le ossa
Lotti e lotte un gioco al lotto

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico:LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011;Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.

difficile da trattare (trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

L’interesse per la Liguria
non è facile a trattare,
nessuna relazione logica,
il sonno viene senza parlare
e gli uccelli tacciono
perché si è fatta notte,
i giocatori già pensano
al giorno dopo
alle igieniste dentali
che smettono di lavorare,
brillano le date
di anniversari, piangono
gli occhi non per insetti
o colpi d’aria
è la réclame, onnipresente
sempre con noi,
prima o dopo si va oltre.
Morta un’epoca
se ne fa un’altra.

DIFFICULT TO DEAL WITH

An interest for the Liguria
is difficult to deal with,
no rapport with logic,
sleep comes without talking
and birds are silent
since night has fallen,
players already think
of the day after
of the dental assistants
who quit working
and the anniversary
dates shine,
eyes that cry not because
of insects
or air flows
ut of the pubblicity, everpresent
always near us
before and after, going beyond.
One era is dead
another is born.

©2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem
DIFFICILE DA TRATTARE by Flavio Almerighi, All rights Reserved.

ascolti amArgine: Nichilismo, la verità è un dedalo

Ascoltiamo e leggiamo questo brano di Mezzosangue, hip hopper maledetto.

la Verità esiste, ma è stata talmente incasinata da essere impossibile da trovare. La società è incontestabile perché non esiste più. Ora c’è la non società, esistono informazioni (l’informazione ha cessato da tempo) potere danaro e armi. Tutto è acquisibile con tutti i mezzi. E vince il più forte non il migliore. Una vita concepibile come dopo il secondo dopoguerra del secolo scorso, basata su rispetto, libertà e democrazia, è diventata inconcepibile. L’uomo ha cessato di esistere come valore, è una merce qualsiasi, al massimo una risorsa. I nichilisti di ritorno, radical chic che superata da decenni la soglia della prostata, dopo aver provato tutto, goduto tutto, apprezzato i benefici della democrazia, sfruttato lo stato sociale, si annoiano (cocchi di papi) e si danno al nichilismo, sputtanateli tutti, e dopo averli sputtanati abbatteteli! Questi costruttori abusivi di dedali non meritano altro, e ancora cercano autorevolezza, ma autorevolezza è coerenza non panza. I bastardi vi prendono bambini e vi rendono bambini soldato, con armi o senza. Vi anestetizzano, paralizzano con ogni sostanza possibile (le porte della percezione ve le hanno chiuse col catenaccio e l’antifurto, i bastardi). Cosa aspettate a toglierveli di torno? No, non è un paese per giovani…, ma Voi ragazzi rendetelo tale, costi quel che costi (e vi costerà caro)

(si ringrazia Carolina Almerighi per il contributo)

letture amArgine: Tre Allegri Ragazzi Morti

Qui tre poesie di altrettanti autori, su un dio insolito, la morte, lo stesso che l’uomo crede di incarnare a suo modo e somiglianza. (Flavio Almerighi)

REMO PAGNANELLI

Non è presuntuoso pensare
di aver attirato l’attenzione
di un dio? Forse nessuno si
interessa alla nostra storia
e lo stato sconnesso in cui versa
e sembra che voglia concludersi, compete solo noi.
Ma finire nella dimenticanza,
nell’appiattimento più totale
non ci piace e così inventiamo
l’odio di un nume che illumini
almeno l’ignominia
con cui l’abbiamo seguita.
Questa punizione è sicuramente abbastanza.

Da Le poesie, il lavoro editoriale, Ancona 2000 , p. 77

GIOVANNI SAGRINI

Sarà buio per tutti
presto o tardi, salvo rimandi
e successive proroghe.
Guardatevi da fratelli
da sorelle.
Guardatevi dalle famiglie,
mirano a spartire
dividersi il nulla.

A un certo punto assenti
si diventa nessuno
per taluni memoria,
nemmeno sufficiente
per riempire un minuto
di silenzio

(inedita)

FERRUCCIO BENZONI

La casa sul mare

– è da tanto che non lo vedi?
– Tre anni dopo che…
– Dopo la mia morte?
– Tre anni

Il tempo s’era fatto immobile.
Quieta risciacquava un’infelicità
stordita, senza struggimento.

– E tu?
– Oh, io, ma sparuta nebbia tu…
– La neve mi fodera che riposa
algida sul mio ghiaccio come
una sposa, una colomba senza desideri.
Ricordami, tu che mi ascolti
di là da un vetro, di un altro
inverno in attesa per sognarli
monologanti comunque
vivi i tuoi numi.

– Non esiliarmi dalla tua foschia.
Prendila questa mia supplica
estrema. Prendila, ripetila
(non esiliarmi…)
lentamente con me, ripetila.
Come una giovanetta fulgente
piegando a una culla le ginocchia.
Quante (arrossendo) nuvole nei
venti d’inverno avrai
amato torbide scavallando.

Con labbra
velate di notte accennai
increscioso un addio che era
sognava un brillìo sui capelli
radi (ricordo) falcidiati.

da Sguardo dalla finestra d’inverno, Ferruccio Benzoni, All’Insegna del Pesce d’Oro

un disco per l’estate

Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.

Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.

Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.

L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.

il nemico vi ascolta (trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

Parla, il nemico ti ascolta.
Tua moglie era bionda, ubriaca.
Tace si riveste e se ne va,
la stessa ora, ogni giorno
lo stesso suono
niente che sappia respirare fermo.

Ti chiamo domani,
il nemico ti ascolta,
la hall una selva piena
di sguardi e nessuno
uguale all’altro.
Qui la sceneggiatura
allibisce, cambia tono.

Scusate il ritardo,
il nemico vi ascolta,
il tempo ripete ogni singolo atto,
il fantino è una fionda,
la donna si riveste
e chiude la porta.

THE ENEMY HEARS YOU

Talk, the enemy hears you.
Your wife was a blond, a drunk.
Silent she dresses again and goes,
the same hour, every day
the same sound
nothing that knows
how to breathe when still.

I will call you tomorrow,
the enemy listens,
the hall a wilderness full
of stares and no one
looks like the other.
Here the scenery
frustrates, changes tone.

Forgive the lateness,
the enemy hears you,
time repeats each single act,
the jokey is a sling,
the woman dresses again
and shuts the door.

©2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the
IL NEMICO VI ASCOLTA, by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

note amArgine: FUORI DALLO SCAFFALE

da un’idea di Angela Greco (cui ho collaborato con molto piacere), una buona antologia di autori NON PROPRIAMENTE ALLINEATI. Voci libere, o che si presume lo siano state.
Trovate l’articolo di presentazione qui:

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2017/06/07/fuori-dallo-scaffale-antologia-di-testi-poetici-non-allineati-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-e-book-scaricabile/#comments

Potete scaricare aggratis l’e book qui:

fuori-dallo-scaffale-aa-vv-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-il-sasso-nello-stagno-di-angre

buona lettura

dialettiche amArgine: Davide Inchierchia “Questione della cosa e contraddizione nel pensiero moderno”.

Un interessante discorso teorico speculativo di Davide Inchierchia sulle tre principali prospettive che hanno caratterizzato la modernità filosofica (razionalismo, criticismo e idealismo), pensiero che sta alla base del Contemporaneo.

La filosofia moderna nasce dal riconoscimento di una scissione, una frattura radicale tra intelletto e realtà: l’unità originaria di essere e pensiero – principio ontologico fondativo nella tradizione antica e medievale – non è più (per cause molteplici, ed anche extra-filosofiche) un’evidenza razionale, bensì l’estrema contraddizione della ragione: l’identità del pensiero si rovescia nel pensiero della differenza.
La modernità filosofica è così la storia dei tentativi diretti o indiretti di fronteggiare tale costitutiva aporia della Cosa, con argomentazioni ed intenzioni diverse, ma a partire dalla comune premessa ‘moderna’: la contraddizione della ragione è risolvibile entro i confini della stessa ragione (principio d’autonomia vs principio d’autorità).

La prima via è quella del razionalismo.
Tanto nel mentalismo cartesiano, quanto nel pan-enteismo logico spinoziano e leibniziano (seppur in gradi e modalità non del tutto sovrapponibili) il fondamento ontologico tradizionale è inteso quale presupposto illusorio di una ragione subordinata alle ingannevoli impressioni dei sensi e alle oscurità dei fideismi dogmatici, dunque non ancora pienamente ‘razionale’, ossia ancora mitica in quanto fatalmente pre-conoscitiva. Con l’avvento della nuova scienza della natura si dimostra invece che la realtà altro non è che materia caotica e informe: la ragione matematica e fisica è ciò che soltanto può conferire forma e ordine ‘legale’ al mondo. Non vi è alcuna unità sostanziale tra essere e pensiero in senso universale, bensì l’instaurarsi contingente di un rapporto estrinseco tra il soggetto e il ‘suo’ oggetto particolare: la frattura, la contraddizione è pertanto annullabile dal punto di vista della sola idea “chiara e distinta”, cioè della mente dell’individuo che esercita la ‘potenza’ del proprio intelletto calcolante sulla natura ostile ed estranea, trasformandola in tecno-logia.

La seconda via è quella del criticismo.
Anticipata dagli empirismi berkleyano e humiano, la teoria kantiana della conoscenza sviluppa il razionalismo in direzione critica (illuministica): la ragione non è ‘esterna’ alla natura, bensì ne costituisce un’espressione interna, specifica. Non sussiste contraddizione netta tra pensiero e realtà, piuttosto una corrispondenza aperta, garantita dalla facoltà non meramente riproduttiva ma produttiva della “rappresentazione”: originaria non è l’identità, ma la “relazione”. La trascendenza della cosa, la sua estraneità rispetto all’intelletto è il ‘dato’ di partenza del punto di vista naturalistico, immediato, che si tratta di sussumere ad opera di una più profonda mediazione “trascendentale”. Essere e idea, intuizione e categoria sono le polarità in sé irriducibili, infinitamente asintotiche, di una (seconda) “natura” fenomenica che nasce dallo scambio simbolico – insieme sensibile e sensato – tra la soggettività della ragione e l’oggettività del mondo: la cosa “appare” in virtù della concreta attività esperienziale di una mente che ne deve poter fornire un’adeguata “immagine”.

La terza via è quella dell’idealismo.
L’universalismo romantico dei sistemi fichtiano e schellinghiano confluisce (nonostante le rispettive, profonde dissomiglianze) nel sistema speculativo della dialettica hegeliana. Pur condividendo con razionalismo e criticismo il rifiuto dell’ontologismo scolastico tradizionale, l’idealismo non accetta la pregiudiziale anti-metafisica che caratterizza il ‘modernismo’ scientista. L’unità tra essere e pensare non è solo il retaggio arcaico del sostanzialismo pre-moderno, non è il frutto di una costruzione intellettualistica o di un’illusione non scientificamente fondata: vera scienza – indistinguibile dalla vera metafisica – è possibile al contrario proprio laddove ragione e realtà siano fondamentalmente Uno. Se d’altronde l’episteme antico pensa tale unità come già compiuta, come attualità “ineffabile”, già da sempre ‘antecedente’ ogni eventuale enunciazione discorsiva che della Verità reca “memoria”, l’episteme moderno (giusta la risoluzione vichiana di “verum” e “factum”) sa che l’unificazione è sempre l’esito di un’“effettuazione”, che il Vero è il risultato, l’attuarsi di un processo di “comprensione”. L’essenza del reale è il “realizzarsi” dell’idea; reciprocamente, l’idea assume realtà nel “concetto” che la esprime. Ma per giungere a tanto la ragione dovrà attraversare proprio l’originaria ‘astrattezza’ della contraddizione che è essa stessa a produrre: ciò che alla coscienza fenomenica a-storica pare “altro” dal pensiero (tesi), in verità, è l’“estraniarsi” da sé del pensiero medesimo nella storia (antitesi): autentica conoscenza dell’Essere sarà dunque l’autocoscienza fenomeno-logica di questo “togliersi” del finito, del “negarsi” di esso nell’infinità del sapere (sintesi). La ragione “logica” diviene così “teleo-logia” dello spirito. Lo spirito è l’Assoluto poiché assoluta – non solo rappresentativa o trascendentale – è la mediazione dell’intelletto, ovvero la “riflessività” della Cosa, ‘manifesta’ unicamente nell’assolutezza del suo sapersi eidetico in quanto “non altro” da sé.

Nel complesso, i tre indirizzi teoretici qui appena delineati – a prescindere dal loro succedersi diacronico nel tempo – sembrano infine illustrare, non già tre alternative della filosofia moderna, bensì più significativamente tre articolazioni filosofiche del Moderno. Alla (presunta) emergenza della “contraddizione” necessaria ricorrono in effetti tutte queste prospettive che, da Descartes ad Hegel, passando per Kant, intendono rispondere – in direzione opposta rispetto al paradigma antico – alla questione classica sul senso della “cosa” (ora interpretata nei termini alquanto equivoci di “totalità”).
Una necessità che si autodefinisce ‘ideale’, e che tuttavia lascia trapelare molto, forse troppo, dell’origine ‘ideologica’ da cui trae le proprie mosse: quella cruciale, iniziale aporia intellegibile dell’“essere” che – contraddicendosi – pretende di essere “intellegibile”.

Davide Inchierchia

Un’idea di Edie S (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

sorriso mezzo crudo,
color mimetico si allena
a guardare in basso,
dove di solito nessuno vede
il silenzio di una vita.
Coglie fiori in mazzi
sul punto in cui l’argine
si getta nel fiume
e li riporta indietro.
Essere felici, parole grosse
abbandonate a margine
di un film d’amore,
la sciarpa gira attorno al collo
gira allacciata con cura
su quel sorriso al sangue.

AN IDEA OF EDIE S.

Smile half raw
mimetic color in training
to look down, where
usually nobody sees
the silence of a lifetime
better picking a bunch of flowers
at the point where the argin
flows into the river
and brings it back.
To be happy,
big words spent at the margin
of a love movie,
scarf around the neck
tied at best with care
over a bloody smile.

©2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem UN’IDEA
DI EDIE S. by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

note amArgine: Monica Guerra legge Ombre coi tacchi a spillo di Nais Aloisi

Recensione di
Monica Guerra

Nel libro di Naïs Aloisi Ombre coi tacchi a spillo il lettore si trova calato in una danza di parole che accasa gli elementi del macrocosmo nel microcosmo. Nei primissimi versi incontriamo un cielo risucchiato, per mezzo di un languore del tutto umano, dentro una pozzanghera e tutte le cose dell’universo sono immediatamente poste in stretta correlazione le une dentro le altre.
Nulla appare isolato o a sé stante, al contrario, tutto partecipa e compartecipa, talvolta germoglia e feconda; l’uomo e tutti gli elementi, finanche forse i non viventi, coabitano la medesima dimensione della vita.
La Poesia, come atto generativo, è riconducibile alla natura che, attraverso le nuvole, si fa portatrice di un seme che feconda i pensieri e a un vento che restituisce al lettore, quasi in ogni lirica, la suprema voce – o talvolta persino lo sguardo – dell’ineffabile.
Micro e macro ballano all’unisono, senza tagli o fratture, senza consentire l’individuazione, in modo esatto, di un confine: una goccia di mare si fa vena e all’interno di ogni elemento si scova una specifica, talvolta luminosa e talvolta ombrosa, anima. Quasi panteistico, a mio avviso, è il sentire dell’autrice, e lo s’intuisce dal modo in cui si rapporta al tutto, nel suo conferire un’anima pigra all’inverno e una nitida voce alle maree.
Ho amato, nella lettura, alcuni versi in particolare, di quel genere
di amore che non può prescindere da un piccolo piglio d’identificazione e allora riporto qualcosa che davvero sento anche mio:
in certe ore d’estate / non sei mai sola / la
luce del tramonto / moltiplica l’anima
/ dei papaveri
; una Poesia che carezza l’animo, che lenisce la
solitudine e che non consentirà più al lettore di guardare un campo
fiorito allo stesso modo.
La poesia di Naïs è Poesia dell’istante, il tempo dai suoi versi non
emerge come una linea orizzontale, percorribile avanti e indietro lungo il binario del ricordo, bensì è uno scrigno all’interno della quale la memoria è commistione di passato e di presente e, nonostante un miscelare sapientemente gli ingredienti nei versi, il prezioso forziere è collocato, in una geografia dell’anima, in un luogo “elevato” e ben definito: basta salire quei gradini.
Istantanea e sconfinata, la Poesia è come aria, in grado di travalicare, grazie alla sua leggerezza, gli ordini prestabiliti e i conformismi e di risalire, controcorrente, il corso dei pensieri per frugare, senza timore, nell’eterno.
Naïs non teme l’ombra, la accoglie, scaldandosi alla luce fredda della luna, indaga il mistero per migliorarsi, per innalzarsi sopra la sfera della materia, ed è tutto un fondere il dentro e il fuori, confondendo in modo sapiente e consapevole le carte dell’umano, mentre l’anima si succhia come in un gioco fanciullesco dalle dita, gli angeli, forse a differenza degli uomini, non si tolgono le scarpe – eppure partecipano anch’essi, in modo naturale, al panorama dell’umano – e i passeri, come fosse assolutamente normale, danno la precedenza ai santi. La parola poetica diviene indagine, consapevole del suo limite, eppure tesa a superarlo, infaticabile nel percorrere una strada che è solo viaggio e che non può raggiungere in definitiva nessuna meta. Attraverso i testi, l’autrice narra di luna e di vento, di stagioni e del tempo, ma soprattutto nomina l’anima, un’anima che odora e che è quindi immediatamente riconducibile a un qualcosa di umano e di familiare. Non serve chissà quale pratica meditabonda o religiosa per destarla ma essa vive e schiuma per i gesti semplici del vivere, per un tocco, per una voce, un qualche elemento che stabilisca un piccolo eppure autentico contatto.
Se i tacchi a spillo evocano il femmineo in generale, la figura della
madre, tanto quanto la donna che genera quanto la terra che accoglie
– senza un netto distinguo -, è l’archetipo materno che emerge in
modo spiccato da molteplici liriche e che, cullandoci sui seni e
allattandoci, ci consente l’affaccio alla vita.
L’autrice dimostra un ascolto attento, una predisposizione a cogliere
la magia delle piccole cose, una tensione a entrare in sintonia con
ciò che la circonda. Talvolta il suo sguardo si fa fanciullo, come se il bambino fosse vicino alla forma più alta e completa dell’umano,
come se la purezza che lo abita fungesse da contrappeso nei confronti
di una corporalità che, crescendo, prenderà il sopravvento e che, inevitabilmente, relegherà l’anima a rintanarsi in qualche anfratto recondito, forse in un luogo imperscrutabile e fiabesco laddove i timidi preparano, sapientemente, l’ombra alle margherite (dalla Rivista Tipographie)

OMBRE COI TACCHI
A SPILLO
di Naïs Aloisi
IL VICOLO Editore – Cesena, 2017
Collana “Sfridi”
pagg. 48, Euro 10,00

( plenilunio

non so spiegarmi questa luna
snidata dal canneto
al primo sospetto della sera

ho ballato da sola
e ora buttata sul letto
fingo di dormire
perché almeno un’ombra
resti a scaldarmi i piedi

forse una storia lega
i miei silenzi ai suoi risvegli
dove nessuno vola

o forse perdo le parole
scivolando ai bordi della vita
e lei per paura di cadere
annusa l’orizzonte
intonando il canto delle maree
*
( vespri

in certe ore d’estate
non sei mai sola

la luce del tramonto
moltiplica l’anima
dei papaveri
*
( eco ancestrale

l’anima non è un morso di vento
dentro a un corpo distratto

una rondine sfuggita ai cherubini
in un volo sghembo
per diventare il frutto del grembo
del mio grembo

in questa sera d’estate
così calma da sembrare altrove
sento fusa in gola
per ogni lembo di cielo
illudendo piccole preghiere sfinite
fra le sue unghie di gatto
ma non so stanarla

allora mi siedo sulla riva
abbagliante dei sogni
e aspetto di sorprenderla lì
dove i timidi preparano l’ombra
alle margherite
*
(il primo passo

forse la gazza
mi ha beccato le mani
volando più in alto
dello sguardo
una freccia impertinente
del mattino

o il vento e la paura nel vento
che solleva anche le serpi
e i vigliacchi

forse ho ingoiato l’erbavoglio
con ogni primavera
stipata fra gli ormoni
di mia madre
il respiro più dentro

ma in quell’istante
mi sono alzata
barcollando verso l’infinito
il dito in bocca
a succhiare l’anima
per guardare la luna
fra gli sciocchi
*

Nais Aloisi, nata in Francia (alcuni critici spiegano in questo la musicalità del verso) e vissuta, per un certo tempo, a Ginevra, risiede a Cesena dove svolge attività d’animazione in un laboratorio teatrale
e dove ha collaborato al foglio letterario Libere Carte e L’Agenda.
Partita dalla scuderia della Rivista Forum-Sesta Generazione dove
sono state pubblicate le sue prime poesie ( “nel gioco chiaroscurale
del suo ordito linguistico, straordinari certi attacchi che portano
al cuore di una lirica elegante e sofferta nel gioco delle ambiguità”
Celso Zappi) , suoi testi sono nelle Antologie La Doppia Dimenticanza,
Premio Satyagraha (Forum), Voce Donna 1995 ( IL VICOLO & Il Ponte Vecchio), I Contemporanei (Venezia,Gruppo Editrice Veneta ), Agenda della Poesia 2004, 2005, 2015 ( IBISKOS).