Presagio: una poesia di Ubaldo De Robertis

Aspettavamo “il libro americano” per promuoverlo e diffonderlo, il destino ha disposto altro. E non mi voglio dilungare ne mettermi in mostra, non ne vale la pena. La persona e l’arte di Ubaldo De Robertis meritano anzitutto rispetto e silenzio. Se “tutta la vita è lasciare tracce” quest’Uomo e questo Artista ne hanno lasciate, eccome.

Ecco il brano tradotto in inglese dal bravissimo e prezioso Adeodato Piazza Nicolai, che non ringrazierò mai a sufficienza.

Warning

“If the Moon were… a Kite”
A poem by Ubaldo De Robertis

Outside the sea…
trees spoiled of sails
the whip of winds shake
random whirls and coatings
foamy waves
shiver on stoney walls

It is probably the commander
creature without name
man marking twain
not the dead working
not the sunken hull
split open in places
to give up for first

©2017 Anglo-American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem “Presagio” by Ubaldo De Robertis. All rights reserved.

almerighi

Ubaldo de Robertis, Se la luna fosse…un Aquilone, Limina Mentis Editore, 2012

Presagio

Fuori del mare…
alberi svestiti di vele
la sferza dei venti che scompiglia
drizze di randa ed amantigli
schiume increspate
fremono in muraglie

Sarà il nocchiere
creatura senza nome
uomo dello scandaglio
non l’opera morta
non l’immersa carena
ad aprirsi in squarci
a cedere…per primo

Floriano Romboli
“ Fuori del mare…” : è l’emergere dell’animus cosciente da quella “materia/ madre sostanza prima” evocata successivamente ( v. la lirica intitolata Lo Sciamano) e intesa quale agglomerato indistinto e potente, indifferenziata fonte di energia, fondamento solido e fecondo dell’essere.
Esistere, avvertire e manifestare senso di sé è uscire dal mare e dare inizio all’avventura di una vita responsabile, è acquisire la specificità e l’autonomia dell’animale-uomo, pur nella consapevolezza della fragilità delle costruzioni in cui può prender forma e provvisoriamente assestarsi il fremito vitale-naturale, l’insieme delle “schiume increspate”, come con…

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Le cose verranno (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

Le cose verranno
mi piaceva farne parte,
ma diamo il benservito all’infinito
escludendo legami incestuosi con l’asfalto
interiezioni e punti esclamativi,
flesh poetry d’accatto.
Amori a scontro
e baci memorabili che non dicono,
asciugano la gioia di vivere
che sta sui tarocchi,
sui numeri vincenti di pessima arte
perduta alla visione del sognatore,
unico da amare per bozze d’esercizio
ed eserciti in pareggio.
Greggi senza idee lasciate ai denti di cani
cresciuti a sangue e bastone,
incuranti tutti
della bestia che portano

Things will come

things will come
I liked to be part of them,
but let’s give thanks to the unfinished
leaving aside incestuous ties with asphalt
interjections and exclamation points,
begging flesh poetry.
Loves that argue
and memorable kisses that do not hold,
soak up the joy of living
glued to tarot cards,
on winning numbers of horrible art
lost to the sight of the dreamer,
the only one loving initial shetches
and equal armies.
Flocks without ideas left to theet of dogs
raised with bone and stick,
each one not caring
of the animal within

©2017 of the Anglo American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Le cose verranno by Flavio Almerighi, ©2017. All rights reserved.

L’uomo senza vita (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

Foglie morte, figli caduti
poco distanti radici interrate.
Venezia, amore in liquidazione
del nostro piccolo gigante
indifesa sosta l’ombra.
L’uomo senza vita paga cercando
tutto il mare riecheggiante dentro
e non lo vede, l’intravede soltanto
la mattina presto nel dopo sbornia
quando i ponti sono arcuati,
riversi, sospesi ma in ordine.
La pancia dell’aereo produce
voli e motori in caduta libera,
molto più facilmente colpirà
la stanza da letto di un visionario.
Chiunque conoscerà l’estate
col motivo di maggior successo.
Efeso s’interra,
Venezia affonda.

The man without life

Dead leaves, fallen sons
not too far roots underground.
Venice, love on sale
from our little giant
unprotected the shadow.
The man without life pays searching
The whole sea pounding within
and he does not see it, barely glimpsed
in early morning after his drunkedness
when bridges are arched,
backward, suspended but orderly.
The airplane’s belly produces flights
and engines free falling,
more easily it will strike
the bedroom of a visionary.
Anyone will recognize summer
Under the sign of greater success.
Ephesus buries itself,
Venice is sinking.

Anglo american translation of Almerighi
By Adeodato Piazza Nicolai

Intervista senza Domande a Loredana Semantica

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello. Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata. Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare. (Flavio Almerighi)
INTERVISTA SENZA DOMANDE A LOREDANA SEMANTICA
da L’informe amniotico

1) e si lasciò andare (69)
penso pensassi all’ossessione del controllo: del lavoro, dei propri sentimenti, dei gesti, del pericolo. lasciarsi andare è il passo propedeutico al volare. quando propinano un test d’intelligenza o si è alla ricerca dell’idea giusta per un fare lavoro, un’opera creativa, quando hai bisogno di una soluzione per un problema, l’illuminazione spesso non è l’esito della concentrazione o sforzo di volontà. essa giunge improvvisa, proprio quando hai allontanato l’oggetto di attenzione, quando vaghi con lo sguardo e col pensiero verso lidi ignoti, indefiniti. allora arriva il lampo. a volte invece l’idea perviene in modo assoluto, slegato da una consapevole ricerca. è come se avessimo un terzo occhio che siamo in grado di attivare solo parzialmente, solo talvolta, la maggior parte delle volte, gli occhi e il loro senso, l’udito con le orecchie, le convezioni o il modo ordinario di procedere per costruzioni sovrapposte è come ci trattenessero ancorati al suolo, ai nostri limiti. incapaci di librarci oltre la percezione fisica, siamo uomini carne e sangue, non ancora solo intuizione. forse quei momenti di illuminazione sono i migliori conati di spogliarci della fisicità per compiere quell’incredibile salto all’indietro, proprio di schiena, senza sapere e vedere verso cosa ci lasciamo andare, verso un nulla, che pure sentiamo ci accoglie e sostiene.
2) ottenne solo un grammo d’attenzione (68)
si scrive fratelli per cercare amore. ci si espone, un ostensorio di parole nella speranza che quelle ci conquistino un minimo di considerazione, di riconoscimento, specie quando abbiamo tanto lottato per affermare la nostra semplice identità di lavoratori, ottenere un’attestazione di studio, quando ci si è scontrati con l’insufficienza di avere intelligenza e capacità. una lotta che non smette mai di impegnarci. scopriamo di avere un talento e lo mettiamo a frutto. poi ci rendiamo conto che non è nemmeno l’attenzione l’obiettivo, in fondo nemmeno essere amati, quanto piuttosto esistere, sopravvivere. essere in un qualche modo che non sia questo limite che opprime. virando a centottanta gradi dovrei dire con Simone Weil che l’attenzione è la forma più alta di generosità, lo penso anch’io, ma dico anche ulteriormente che è funzione del tempo, per dare attenzione occorre tempo, a riceverne non basta mai. inoltre quanto più tempo impieghiamo a pigolare per ottenerne tanto più ne otterremo, fosse pure un calcio in piena faccia. quanto più tempo impieghiamo a questuare tanto più raccoglieremo oboli. tessere relazioni. dare e ricevere attenzione. uno scambio di bisogni che ci regala un’illusorietà di vita e vitalità. non ultimo. ci vuole umiltà per elemosinare attenzione. l’orgoglio per questo e per altri aspetti è un cattivo consigliere. la torre di Tubinga oggi non va bene per i folli figuriamoci per i poeti.
3) questa è un’ora senza ora (61)
quasi sempre siamo in grado di collocarci sul quadrante di un orologio. abbiamo il tempo nelle vene. un ritmo delle cose da fare. dovremmo piuttosto estrarre noi stessi dal fodero che ci contiene. spogliarci dell’orologio interiore è un modo d’essere fuori da schemi, dalla marcia degli intruppati nei doveri. la marcia necessitata ci porta desiderare una nebbia dei pensieri, dove il prima e il dopo spaziali e temporali non esistono. basterebbe soltanto iniettarsi qualcosa nelle vene, ma è un modo artefatto d’ottenere quello che penso sia un approdo naturale e comune. il fine corsa o lotta, che è lo stesso. tra le non domande avrebbe dovuto esserci il tema dell’attesa. non tanto per citare Beckett o il Dino Buzzati del Deserto dei tartari, quanto per poter dire uno dei principali pensieri. la presenza costante della fine. nell’attesa della fine stessa. anche il senza ch’è nel “verso”, come ogni non o nulla, che sono presenti nel discorso amniotico sono rappresentativi di ogni sottrazione e negazione da convertire e metabolizzare tanto più intensamente quanto meno si è in grado di sopportare. l’informe è un modo di destrutturare l’amnio, filtrare e restituire depurato. un procedere per giungere ad una catarsi di rivelazione che relazioni e quotidianità sfumano nell’indistinto, ma che un percorso di arretramento all’origine esplode di chiarezza.
4) oggi a lezione di palpazione (56)
una frazione di secondo falso ipocrita e lascivo. un nanerottolo furbacchione che la pelata sia fulminata. null’altro da dichiarare. non merita altra attenzione. credo ci rivedremo nei cieli se mai esistono oltre l’azzurro. potrei anche dirgli che nemmeno su un’isola deserta dove fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
5) non c’è uno stato che mi rappresenti (49)
felice triste perplessa. tutto perde di senso quando ci si sente inesistenti. una specie di ectoplasma fluttuante rasoterra. la pelle di una tigre per tappeto sul pavimento. qualcosa di indefinito in un vago e non abbastanza potente desiderio di implodere e sparire. per altro verso l’ossessione a sottrarsi dal bisogno opposto di de-finire. l’atto stesso di inquadrare dentro i propri schemi è un modo imperativo di sopraffare l’altro. a questi livelli non importa se si tratti di una positività di giudizio o negatività. sottoposti a questa castrazione. viviamo nella parola dell’altro assolutamente insufficiente a percepire esprimere e restituire tutta intera la nostra complessità. uno per uno siamo esseri indefinibili. lo sforzo di ridurci l’un l’altro ai propri giudizi tanto più autorevoli quanto più degni di attenzione è anch’esso manifestazione delle nostre insicurezze e limiti. pretese di com-prendere dunque afferrare o più selvaggiamente sopraffare. per quanto ci crediamo evoluti e intelligenti molti restano ancorati all’idea che le relazioni siano una gerarchia di subordine e sottomissione e di contro dominanza e sopraffazione e non invece una dinamica di sinapsi produttiva.
6) a chi vuoi che importi (42)
esatto. a chi vuoi che importi? cos’altro c’è da dire? in loop col bisogno di attenzione. l’importanza è un giudizio ostinato di valore. evidentemente ad Almerighi qualcosa importa nel bene o nel male. non credo di formulare risposte come nelle attese. come nel sogno convenzionale. men che meno specchio vivace del sorriso. leggo solo ciò che mi pare. penso altrettanto. mai strumenti abbastanza per decodificare il presente. questa tuttavia mi sembra e proprio per questo. per l’importanza e l’attenzione. l’occasione giusta per ringraziare nel corpo della scena.
7) ho taciuto il nome infine (38)
mia madre non è molto contenta che io non mi presenti al mondo col mio nome. mio padre non credo ammirasse i poeti. talmente lavoratore e produttivo. è per loro e qualche altro vincolo che sto in un limbo che mi permette di spaziare tra identità e finzione. troppo autentica per il mondo. troppo falsa per la montagna oppressiva di ogni possibile menzogna. per quanto il mondo non mi comprenda anche avendomi presente. sfuggo privandolo. mi privo sfuggendo. non solo occorre attenzione ma anche interesse. l’interesse muove il mondo. in questo caso non per soldi ma per curiosità. uno stimolo semplice che appartiene a tutti. mio come degli altri. un gioco a dominarlo e propinarlo. sto qui nel mio rinviabile all’infinito. accarezzando il fascino della permanenza. pensando alla rivelazione. sapendola una cosa di poco tempo. di poca valenza. come un’ondata di piena. un sasso nell’acqua. i cerchi
8) non prestare il fianco troppo presto (29)
altro è la difesa. fragile cessazione della pretesa. occorre un continuo sforzo di accettazione delle dinamiche estranee e contrastanti. prestare il fianco è scoprirsi e offrirsi. prima abbiamo costruito un fortino. poi la melma. ama le tue fosche parole. dico infatti. quelle che non tradiscono. sono amiche e conforto. ricche di tutto e corrispondenti. più del mondo le parole costruiscono mondi. preziose alleate del pensiero. perle di un filo potenzialmente infinito.
9) improvvisamente ben sedici parole (16)
l’atto creativo è un processo estremamente interessante. ciò che trovo impressionante di certe enucleazioni è la loro formazione da polla sorgiva. vedi anche punto uno. non mi siedo soltanto e dico-scrivo. ma mi scrivo sedendomi. e la deriva degli occhi interiori che sale alle labbra al pensiero. qualcosa di così affascinante che anche solo per questo momento varrebbe la pena di non smettere mai la ricerca di qualcosa da dire. il modo in cui si compattano i pensieri è frutto di uno studio intensissimo. è il pensiero che si fa studio e parola. di se stessi e dell’insieme. se anche ho cominciato tardivamente credo che in nuce questo scrivere fosse presente da sempre. mi dicevano intelligente e io li guardavo stupita di questa definizione. perché ho chiesto una volta. sapendo la lentezza e lo sforzo. vedendo gli altri ai miei occhi sempre migliori. pensi sempre. ecco potrei dire che hanno visto già prima che fosse. qualcosa che in me era evidente. sono arrivata ultima ma non dispero. l’artrosi arriverà purché navighi ancora la mente. e spero in tanti anni ancora di divertimento. d’intrattenimento infinito. in fondo la scrittura è cosa cangiante di meravigliosa avventura.
10) che prossimi alla foce si ritorna all’uno (1)
qui c’è tutto il pensiero dell’oltre. nessuna metempsicosi o anche se ci fosse. nessuna metamorfosi. e anche se possibile nessuna reincarnazione. il principio vitale è uno. ad essi tutti apparteniamo. finire e tornare all’origine al logos che ci comprende veramente e interamente. la foce e l’origine. il principio e lo sbocco. l’artefice la scintilla da cui proveniamo. tutti vi siamo dentro fino al respiro. dentro totalmente. è una cosa mistica e al tempo stesso pragmatica. cosmica in definitiva. basta guardarsi attorno. oggi c’è la palma che agita le fronde. il cielo è azzurro perfetto spazzato dal vento. io stiro ma le cose mi vengono appresso. la testa mi scoppia di pressione. tutti stiamo nello stesso brodo d’aria. tutti viventi tranne il ferro da stiro.
11) degli esseri esistenti e benedetti (0)
essere vivi è la benedizione. appartenere a questo luogo a questo movimento di animali e cose. sole fuoco aria. c’è tutta una dinamica che esplode incontenibile dall’atto riproduttivo alla fuga per la salvezza. sono zanne e corsa. zoccoli e sangue. erba tigli e magnolie. sogno gli esseri che fanno la nostra complessità di vita. saturi di pulsioni. veicolati dal vento e dalla natura. voli e fragori. l’onda del mare e del grano. oggi soffia così intensamente che sembra possa sradicarci. ma il suolo è anch’esso benedetto. quando noi lo rispettassimo al pari di quanto esso meriti. perché dona senza limiti. se fossimo capaci di rispettare noi stessi nella natura e viceversa. noi saremmo compenetrati. creature nel creato. viventi e benedette altrettanto.
12) ed è davanti a te (50)
qui c’è tutto l’Altissimo. cos’altro offrire se non la propria nudità. spogliandosi della maschera. le mani giunte a conca. dentro l’autentico della propria pena. inestinguibile pena. pena iniettata liquida spogliata. pena strappata decidua datata. pena africana. inviolabile inviolata. pena insaccata nuda scalzata. questo è pregare. tutto il resto. l’altare i soffitti i riti sono scena. credo alla casa del Padre. all’offertorio di pane. al manto azzurro della Madre. al serpente schiacciato del Male. credo al Male ucciso in eterno. morto ammazzato come un drago. sotto i piedi bianchi di cera. d’una forza sovrumana. credo all’albero del sapere. che allunga i suoi rami verso il cielo. questo è il grande peccato. salire sul ramo più alto. senza la pietà d’essere uomini.

Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s)(27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“ è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola”, “Poesia delle feste”. Nel 2016 ha pubblicato con Deborah Mega e Maria Rita Orlando l’antologia poetico-fotografica “La prima rosa”, Feltrinelli. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/ e quello collettivo Limina mundi all’indirizzo https://liminamundi.wordpress.com/

non lo so

Liberazione è un pacchetto a metà
di sigarette spente
dal fumo dannatamente erogeno,
schiuma di mare niente suoni,
sorpresa ai cancelli della scuola.

Dopo l’ultima ora
qualcuno viene a prenderti
senza parlare, come le rose
ma oggi è sabato,
chiude le finestre ti fa l’amore.

Le riapre per ricordare
dov’era rimasto.

Stillante e nuda
la regina di casa dorme ancora,
vigilia che al risveglio
si sfila la pelliccia
e dice, non lo so

Un inedito di Stefanie G. : Ho sete di vita

Non è un verso e questa non è una poesia.
È la frase di un uomo seduto davanti alla
vetrina di un negozio di scarpe di lusso.
Milano piove, e chi sarebbe all’altezza di
questa sete? Lui decora dei sassi con lo
smalto delle unghie. Una donna canta a
bassa voce una canzone anni ‘60. I punti
cardinali sono soltanto una grande illusione,
non si fa arte per piacere a qualcuno, ma
perché piove, perché non smette mai
di piovere

appartamento mediterraneo

appartamento mediterraneo,
casa di decine di gocce
casa da gioco

i vicini,
lontani semplici suoni
l’andare intermittente
che è già ritorno, baciami
per dire qualcosa
che rompa silenzi
fatti di rumori esterni,

ma non mi baci
non hai labbra e,
tutto sommato non ci sei
per quanto esiti
a impadronirti della mia vita
non sai quale splendore
potresti fare

quelli di turno

Sono felice e triste, manca la corrente
attendo il cadavere del mio nemico
sul greto di un fiumiciastro salmastro secco.
Un battaglione neozelandese invade l’europa
cui scoppiano prontamente valvole e vene,
è necessario dividere il capello in quattro
specialmente coi deboli, quelli di turno.
M’informo sulla Grecia, stanno tutti male.
Nulla e silenzio fanno la diffidenza:
Dresda coventrizzata non è canone estetico.
Il rientro, previsto al tramonto, rinviato
alla notte successiva desta perplessità
ammonisce sogni, inibisce i soldati,
il dialogo non più sostanza. è commensali.
L’anonima Loreley. in ogni caso sono io

letture amArgine: tre inediti di Rosario “sarino” Bocchino

La poesia ha avuto, specie nel decennio scorso, la grande opportunità del web che la veicolò e rese più vicina e fruibile a una platea molto più vasta di quella tradizionale. Sono nati, cresciuti, finiti, nel breve volgere di pochi anni innumerevoli blog e siti di scrittura dedicati al “fenomeno poesia di massa” che per un po’ tenne banco più che altro come fatto di costume. Molti di questi siti costituivano vere e proprie “piazze” virtuali dove molti col pallino o l’alibi della scrittura si sono trovati, hanno dispensato gioielli o consumato enormi nefandezze, spesso non capiti, migliaia di utenti autori. E’ stato il periodo del commento seriale, del “bello mi piace”, della community virtuale e della non scuola. Un tempo che non è durato a lungo, anche se alcuni siti dedicati alla poesia e aperti alle pubblicazioni degli utenti sono ancora vivi e vegeti ai margini dei social network. Uno degli incontri per me più significativi è stato “sarino” questo il nick name utilizzato da Rosario Bocchino, autore mai pubblicato su carta, sconosciuto ai circoli ufficiali della poesia, il cui talento e un continuo approfondimento, arricchito da molte letture, lo hanno trasformato in un autore che ben poco ha da invidiare ad altri autori magari più paludati, conosciuti e “ufficiali” di lui. (Flavio Almerighi)

un mondo fatto a caso

Fu così che un mondo fatto a caso
discese con qualche forma di passo
e scelse macerie per sentirsi importante.
Scelse periferie di plastica
con fattezze di buio e alcune normalità di volti.

Conobbe un trucco di tavoli
intorno al mare chiuso dei vetri
e il leggero tocco delle mani di Ester,
tanto inutili come le notti in circuito a tracce cittadine.

Forse sarà stato solo per una combinazione
o per la voglia di nascondersi nella pioggia
ma arrivare come un consumatore distratto
non comporta certamente eleganza.

Eppure a guardare bene quell’ancheggio di costa
ha l’insistente grazia del passeggio
e la scorrevolezza della bestemmia.

Del resto una certa idea di mondo
si regge su un marciapiede fatto a preferenze
dove ogni auto sarà una voce sofferta,
a migliaia di mani sciolte
e con tutta l’avidità del momento.

E se anche quel sorriso,
da sempre lasciato alla fine di un sedile,
vale il tempo di una squallida e ordinaria riconferma,
giusto un mondo fatto a caso
sa bene come vivere in un vizio cucito a perimetri.

mentre lentamente tutto corre

Fuori il giorno è un’occupazione
che nessuno osa toccare.
Una veloce cantilena di auto
che scivolando si consuma.

Lì, dove le orme
si stringono ai passi per non cadere
un’ombra sceglie di andare.
Con una relazione di lampioni
che ad ogni centimetro di volto
lascia senza alcun premio gli occhi.

Solo intorno agli alberi
esiste la voglia di essere vento.
Ma è così rara l’esistenza dell’aria
che spesso si misura ad affanni
il vecchio mestiere del tempo.

Poi ti accorgi che la vita
è un riflesso debole,
la ragionata consuetudine di ciascun momento.
Nera come un caffè distratto
e banale quanto la sfrontatezza
di un biglietto già timbrato.

Mentre lentamente tutto corre,
a parte un cane
che beve la sua malinconia.

capitando di tanto in tanto

Scriverò della gente
e della quiete rapidità delle labbra,
di un giovane uomo senza meta.
Scriverò delle pagine andate
per panchine,
di quel suono greve di tromba
che sporge dal vento.

Lo farò con tutta l’asprezza dell’acqua
che cade e con la stessa gioia di un gabbiano
che ama il mare.
E verrà la pazienza del marciapiede
a rincorrermi, per una vana rotondità di occhi
e con le vette smarrite delle gonne.

Scriverò della tristezza e di quel piacere
lasciato sui i volti, nel silenzio delle vetrine
e con tutta l’amarezza del vetro.
Di questa città che si degna
di ingozzarci di strade
e dell’incessante cadenza dei bar.

E sarà capitando di tanto in tanto.
Come una perduta, giovane, illibata, menzogna.

Ringrazio sarino per la gentile concessione dei suoi inediti.