dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su La Metafisica della Luce (part one)

Il dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.

SULLA METAFISICA DELLA LUCE
(dialogo tra Davide Inchierchia e Claudio Borghi)

Davide
Questa riflessione, oltre che dalla mia passione per la poesia metafisica dantesca, mi è stata ispirata dalla lettura de L’anima sinfonica: è un testo complesso e articolato, decisamente in sintonia col mio interesse per il pensiero spirituale (in accezione teoretico-filosofica). Se è vero che la cosmologia dantesca nel «Paradiso» riflette una concezione fisica e astronomica (quella di matrice aristotelico-tolemaica) che oggi noi consideriamo scientificamente inaccettabile – l’ordine gerarchico dei pianeti e delle sfere celesti come entità sovrannaturali – ciononostante è possibile oggi, forse più che in passato, riconoscere il valore e il significato specificamente allegorico e speculativo di tale cosmologia, per nulla inficiati dalla suddetta cornice tradizionale cui comunque essa rinvia. Il «Paradiso» può essere inteso, in effetti, come una grande opera architettonica dello spirito, fondata su una altrettanto grande esperienza metafisica della luce. L’identificazione cara a Dante tra cieli cosmici e cieli angelici, per noi apparentemente così problematica, può invece diventare nuovamente intellegibile se riconsiderata a partire dall’idea della luce come principio ontologico costitutivo della realtà tutta. È acquisizione del nostro secolo la natura elettromagnetica delle strutture più profonde che compongono la materia: dopo la sintesi epistemologica einsteiniana, col nuovo paradigma relativistico e la connessa riconfigurazione energetica della meccanica galileiano-newtoniana, sappiamo che al di sotto dei fenomeni spazio-temporali vi è la dinamica “immateriale” della luce. A prescindere dalle diverse implicazioni (anche confliggenti) che rendono non certo univoca l’interpretazione offerta dalla comunità scientifica odierna alla teoria della relatività generale, un punto è senz’altro dato per condiviso: la luce è il centro assoluto del pur policentrico universo conosciuto.

Claudio
Trovo stimolanti queste riflessioni, il cui oggetto specifico sono Dante e la cosmologia dantesca, ma anche le connessioni tutt’altro che avventate con la fisica moderna, in particolare con la cosmologia relativistica. La luce in relatività ha in effetti uno status privilegiato, la sua velocità è limite e invariante, per cui risulta quasi anomalo pensarla come una sua proprietà, visto che non si compone con le altre velocità ed è, il principio della sua invarianza, il fondamento logico-teoretico dell’intero edificio relativistico. La metafisica della luce, a cui è ispirata L’anima sinfonica, in cui ogni riga risuona dell’armonia meravigliosa inquietante del Tutto emanato dall’Uno, era un’intuizione che avrei poi ritrovato ed esplorato in forma diversa nei miei studi scientifici, scoprendo, per quanto i profani siano poco propensi a crederlo, che ogni teoria, per quanto strutturata razionalmente, è fondata su postulati metafisici, che possiamo solo accettare, senza poterli spiegare. Non esiste risposta alla domanda sul perché hanno una certa forma: possiamo solo ammetterne la verità e testarne le conseguenze logico-empiriche. Ovviamente nessun edificio teorico è inconfutabile e una nuova teoria può essere costruita su postulati più fondamentali della precedente, ma occorre riconoscere che la razionalità, nella sua essenza ultima, si fonda sul miracolo dell’essere le cose come sono, sulla luce del Logos che risplende in sé, in cui la Fonte, del tempo, del pensiero, della molteplicità diveniente delle forme, si presenta come inaccessibile e inconoscibile per l’intelletto finito. In un certo senso il mio cammino, inizialmente mistico-metafisico, si è saldato con la consapevolezza sorprendente dell’essere metafisica anche la scienza nei suoi fondamenti ultimi, cosa che, come ogni profano, prima di studiarla non sospettavo nemmeno.

Davide
In effetti, laddove riteniamo la luce, in termini abituali, come una sorta di ‘contenitore’ percettivo dei corpi con cui interagiamo nell’esperienza quotidiana, la stessa luce intesa in termini relativistici non è qualcosa che possa ‘aggiungersi’ dall’esterno ad una materia di per sé già esistente e compiuta. Al contrario, la luce costituisce l’essenza primaria della materia, la sua costante fonte generatrice, la materia essendo non altro che il “correlativo oggettivo” della luce medesima. Superato il limite della superficie percettiva del mondo, quando si raggiunge il nucleo più intimo della realtà, luce e materia si trovano di fatto in un rapporto rovesciato rispetto al comune riscontro empirico: qui infatti è la luce per così dire a ‘contenere’ la materia dall’interno di sé (cfr. i recenti studi sulla gravitazione quantistica proposti in C. Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”, 2014). Analogamente, nel Paradiso Dante, oltrepassato il limite sub-lunare del mondo terrestre, inizia un percorso di salita preceduto da un ‘rovesciamento’ della realtà materiale reso possibile proprio dalla attrazione della, o meglio, nella luce. Aspetto decisivo, a caratterizzare l’ascesa di Dante attraverso i cieli che lo condurranno fino all’Empireo, è infatti lo “spirare” luminoso delle anime susseguenti: non, si badi, nel consueto senso (aristotelico-scolastico) che le anime si troverebbero già in una luce preesistente in cui sarebbero assorte in statica contemplazione; bensì, tutt’al contrario, nel senso dinamico – assolutamente originale dantesco – che le anime sono chiamate a “trasmettere” in libertà la luce che ricevono, ciascuna in una diversa intensità di rifrazione corrispondente alla peculiare “qualità” interiore del loro spirito. La materia, la sostanza di questi «spiriti costellati» – come Dante suggestivamente li definisce – si rende dunque progressivamente intuibile, visibile agli occhi e alla mente del poeta-profeta, in ragione della minore o maggiore ‘trasparenza’ alla luce. Un’unica e sola luce determina qualitativamente le distinte “singolarità” delle anime: ne costituisce l’“identità” essenziale, come risposta alla vocazione di quella «alta gravità» dell’Uno che Dante (attraverso il linguaggio neoplatonico di Bonaventura) illustra con lucida razionalità teoretica, quasi geometrica, senza nulla concedere al dogmatismo della sua epoca, ad una religiosità ormai irrigiditasi in categorie vuote di pensiero.

Claudio
La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi: l’intuizione originale di Dante consiste nel percepire la materia e lo spirito sullo stesso piano, superando lo sterile dualismo che vorrebbe il corpo una forma transeunte e l’anima la sola essenza vitale permanente. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nella autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. Una chiave fondamentale di lettura della metafisica dantesca è il rigenerarsi poetico dell’emanatismo plotiniano, in cui Platone e Aristotele trovano una sintesi necessaria e vivente di altissima profondità. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, lo accende, lo rende pulsante, ed è in questa ottica che l’arte può diventare, in ogni tempo, oggi come allora, decisiva nello sviluppo della cultura, non nell’ottica riduttiva di essere un mero corollario formale di scoperte, filosofiche o scientifiche, che vengono prodotte altrove, ma di essere il luogo in cui la rapsodia intellettuale ed emozionale in cui è immersa l’esistenza umana, pur nella sua occasionalità e fragilità, assume una valenza trascendente.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

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41 thoughts on “dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su La Metafisica della Luce (part one)

  1. L’intuizione poetica a parer mio, la creatività per meglio dire, vivono di luce propria e non di luce riflessa. la scienza e le sue scoperte possono stimolarla, e di fatto la stimolano, l’importante è che non sia fusione fredda.

  2. Verissimo, la filosofia e la scienza devono nascere all’interno del pensiero poetico, non devono venire da fuori. Il rischio che si corre è di rendere la poesia coreografica o didascalica, snaturandola o asservendola a una ragione superiore. La ragion poetica è autonoma, la verità non chiede strade preferenziali, ma un’apertura della mente ad accoglierla. Le forme in cui la sintesi si traduce possono essere diversissime, la poesia ne è il denominatore comune se esprime l’emozione del contatto interiore e il brivido della luce.

  3. Carissimo, voglio leggere l’articolo con attenzione prima di commentare… grazie e saluti, adeodato ho allegato una cosa nuova…non ancora finemente limata…ogni commento e suggerimento lo apprezzerò

  4. In effetti non si è parlato solo di intuizione. Nel mio caso, ho sottolineato l’originalità dell’intuizione dantesca circa il “percepire la materia e lo spirito sullo stesso piano, superando lo sterile dualismo che vorrebbe il corpo una forma transeunte e l’anima la sola essenza vitale permanente”. La Commedia è un’intuizione poetica della metafisica della luce e una trasfigurazione fantastica di una vicissitudine millenaria di pensiero e passione esistenziale. Di fronte a un simile edificio, in cui ragione e immaginazione convivono in una sintesi superiore, chiunque sia tentato dall’estetismo frammentistico o dall’autocommiserazione nichilistica dovrebbe interrogarsi sul senso del fare arte, in qualunque epoca storica. L’arte deve combattere la frammentazione e il nulla, cercare in ogni fibra di mondo e pensiero un segno per una possibile risalita. L’intuizione della luce è la scintilla poetica da cui partire per cercare una rinascita. La chiave dell’inversione di rotta è nella nostra volontà di non diventare vittime dell’esistenza, asserviti ai soli bisogni materiali, rassegnati a una poesia che sia solo un riflesso della morte interiore che dilaga nelle anime di troppe persone.

    • Ciao Claudio :))
      mi permetto di intervenire su un punto e solo di quest’ultimo tuo commento. La frammentazione è un’esperienza, diciamo così, vissuta da alcune persone, che, come nel mio caso, introduzione nei miei versi nuovamente di punteggiatura e soprattutto interruzioni (punto), che avvertono l’impossibilità dell’unità in tempo di crisi, se vuoi anche come quelli che viviamo, soprattutto personale. Pensa ad un muro e alle crepe da cui passa la luce e passami la metafora. La frammentazione, al di là dei discorsi paranoici di cui siamo stati oggetti, vittime e carnefici tutti, come ogni elemento di arte e di poesia, ma direi della vita in genere, quando è riconosciuto come proprio ed esprime non già un belare d’appartenenza imposto, ma qualcosa di personale, credo che vada non dico capito, ma quantomeno non ignorato, evitando la canonizzazione, ovvero la presenza di canoni, e gli assolutismi. Arte, poesia, vita sono prima di tutto libertà e ammetto che ci possa esistere una somiglianza tra taluni tale che qualche critico onesto possa riconoscervi qualcosa da tramandare ai posteri, ma non dimentichiamo che su tutto vi è e vi deve essere la libertà di essere se stessi e di esprimersi fuori da ogni recinto. Un abbraccio :))

      • Ringrazio ancora Flavio per questa opportunità.
        Per riallacciarmi alle osservazioni di Claudio, ciò che ho sempre trovato sorprendente nell’Opera dantesca – oltre alla ben nota maestosa sintesi enciclopedica del sapere non solo medievale, ma di un intero universo culturale che dall’antichità giunge fino agli albori della Rinascenza – è la capacità mirabile di “trasfigurare” tale sapere in un linguaggio nuovo e, in virtù del verso poetico, di offrire un’esperienza di “pensiero vivo” che oggi ci parla ancora.
        In questo senso considero Dante estremamente prezioso per la nostra idea di “scienza” contemporanea, per smentire un fraintendimento ricorrente nel mondo epistemico ed intellettuale in genere: l’illusione che la comprensione della realtà possa ridursi alla determinazione di una “molteplicità” – sempre più specializzata e formalmente categorizzata – di rapporti causa/effetto, ossia al principio di ragion sufficiente che sembrerebbe cifra evidente e indubitabile della modernità.
        Come ribadisce da molti anni anche Massimo Cacciari (riattualizzando la notoria analisi heideggeriana), le relazioni obiettive tra gli essenti indagate dalle scienze particolari sono certamente reali, ma astratte: funzionano in quanto fondate sul presupposto (extra scientifico, metafisico) che l’essente “sia” tale, ovvero che sia a noi qualcosa di già “manifesto”. Ma la manifestazione a sua volta cosa “è”? Cosa rende questo o quell’ente “se stesso” e non-altro da sé? Quanto noi diciamo attraverso le nostre categorie e i nostri concetti esaurisce la “singolarità ” di ciò che È?
        Tutte domande che per Cacciari (cfr. 《Labirinto filosofico》, 2014) rivelano l’inattingibile Aporoumenon del sapere, la sua “aporia” originaria che nessun linguaggio può de-terminare: il “limite” che è il nome stesso della nostra finitezza, e che nella poesia di Dante – anziché farci precipitare nell’Abisso di tanto compiaciuto nichilismo letterario odierno – ci riconduce all’interiorità fontale del Principio, a quel “Fiat Lux” da cui tutto riceve senso e forma.

        All’alta fantasia qui mancò possa;
        ma già volgea il mio disio e il velle
        sì come rota ch’igualmente è mossa
        l’amor che muove il sole e l’altre stelle.
        (Paradiso XXXIII, 142-145)

      • Cara Angela, c’è una evidente differenza di fondo tra la tua ricerca poetica e stilistica e chi ritiene di fondare sulla teoria del frammento una vera e propria rivoluzione ontologica ed estetica. Il punto cruciale è l’atteggiamento verso la poesia e verso i lettori: sentirsi dentro un processo di rinnovamento, che si pretende fondato sul nichilismo e la frammentazione del verso come motore interno di un’arte che si percepisce morta, mi sembra un chiaro segno di rassegnazione a un processo di isterilimento emozionale ed intellettuale su scala planetaria: si proclama morta l’ispirazione, ci si affida alla scienza come capace di spiegare ogni moto dell’animo, di portar luce di ragione in ogni angolo di esperienza, si concepisce la creatività come un prodotto cerebrale, disgiungendo gli emisferi, volontariamente ignorando che la sfera della persona è una, la mente è una, l’anima è una. Guardare dall’alto chi ancora, dopo i progressi conclamati della scienza, torna a Dante e al Rinascimento come momenti irripetibili di rivoluzioni spirituali, mi sembra oltremodo supponente e quantomai arrogante. Ogni rivoluzione, filosofica, scientifica o poetica, nasce da un centro, emotivo oltre che intellettuale, che vuole risalire la corrente della precarietà e della fragilità in cui le esistenze sono imprigionate. D’accordissimo, quindi, Angela, col tuo invito alla libertà di espressione e alla necessità di essere se stessi, in quanto può nascere poesia autentica e viva solo dove non c’è autoreferenzialità.

        “Pensa ad un muro e alle crepe da cui passa la luce e passami la metafora”: è splendida la metafora, e non posso non andare con la mente a una bellissima canzone di Leonard Cohen, Anthem, di cui propongo una versione tratta dal live in London del 2008, un cui verso, significativamente, recita:

        There is a crack in everything.
        That’s how the light gets in

    • Sono d’accordo ma gli enti divenienti non sono uguali solo simili, alcuni per completare un ciclo non necessitano di luce,ma di ombra nella fase nel percorso
      che gli é dato,che gli si confà.
      La poesia si, quando lo é intuizione luce, trasforma gli enti divenienti, cui la luce serve,ma “l’amor che move il Sole e l’altre stelle,secondo me é esperienza
      di un viaggio. Interessante Kant e il problema della metafisica di M.Heidegger

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  6. Caro Inchierchia, trovo di una grande novità le tue-vostre intuizioni su La Metafisica della luce, alla “luce” dell’intuizione dantesca che precede e supera le intuizioni scientifiche dei fisici fino alla sia pur geniale teoria dei “quanta” che sembra risolvere la secolare antinomia tra natura “corpuscolare” e natura ondulatoria della luce. Sia approda alla consapevolezza, come ho sempre intuito anche io nella modestia delle mie cognizioni, che sia l’intuizione del poeta che quella dello scienziato sono costrette a ricondurre il percorso e apparente progresso dei pensieri e dell’immaginazione, come tu giustamente affermi, “all’interiorità fontale del Principio, a quel “Fiat Lux” da cui tutto riceve senso e forma.” (E non alla negatività assoluta e deprimente del nichilismo e di questo io ho parlato chiaramente anche al gruppo della NOE.) Tu e Claudio Borghi, caro Inchierchia, avete fatto fare un bel passo avanti al rapporto tra Scienza e Poesia che, ripeto e mi piace ripeterlo, “alla luce della metafisica della luce” mina finalmente alle basi il muro nichilistico del “pensiero unico dominante”: per questo avvengono reazioni così “a pelle”, scatenanti antichi conflitti anche etici mai risolti! E’ importantissimo resistere su questa linea davvero rivoluzionaria…era ora che qualcuno avesse il coraggio di portarla avanti con tenta chiarezza! Vi consiglio però di sfrondarla di immagini e ridurla all’essenziale!…secondo me dovreste farne una specie di Manifesto sulla poesia della luce… Complimenti, prima di conoscere il vostro pensiero non avrei mai immaginato che foste così all’avanguardia. anche se sono sicura che vi combatteranno e vi diranno di “lasciarvi alle spalle il Medioevo”! Sono con voi nella lotta…ma ricordiamoci gli ultimi quattro endecasillabi con cui si concludono il Paradiso e la Divina Commedia…e l’ultimo verso: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

    • Caro Claudio,
      il mio intervento precedente era rivolto anche a te. Ma adesso desidero fare una riflessione partendo dai tuoi versi:

      “L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.”

      Qui è magistralmente ricostruito il percorso contemplativo e conoscitivo dell’uomo che conquista la posizione eretta guarda il cielo e s’interroga, o meglio come uno specchio d’acqua riflette il cielo: e prova stupore e terrore.

      “L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
      Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.
      Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
      L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.”

      Ma ecco la “diastole” che mi sembra una nota ricorrente nella tua poesia così ricca di immagini ed emozioni: l’estasi contemplativa passa, si dilegua…rimane il pensiero-ricordo in un “cristallo di spazio”, “un tremare di pianto”, il tempo interiore fluisce…è struggente questo passaggio dallo stupore della scoperta alla nostalgia viva della memoria, alla vita pulsante dell’anima che si ferma, però, di fronte al mistero. I tuoi versi incantano, sono vibranti
      Condivido quello che esprimi così bene fino alla contemplazione del mistero…ma c’è altro, quello che Egillarosabianca dice con parole scarne e, nella conclusione, intensamente significative:
      “La poesia si, quando lo é intuizione luce, trasforma gli enti divenienti, cui la luce serve, ma “l’amor che move il Sole e l’altre stelle, secondo me, é esperienza”.
      L’uomo, credente o ateo che sia, è immerso nel mistero, ma il valore ultimo che racchiude luce, calore, bellezza nelle loro infinite gradazioni…è L’AMORE di cui, in determinate circostanze favorevoli, (soprattutto: Verità e Umiltà) possiamo FARE ESPERIENZA.
      Il Paradiso e tutta la Divina Commedia si concludono con il verso che ho già citato nel precedente intervento:
      “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

      • Grazie, Mariella, per queste note sensibili, che si fermano su dettagli e nervature con attenzione luminosa. Splendida quanto profonda intuizione quelle delle sistole-diastole, circa la quale cito un passo dalla terza sezione de L’attesa nel nulla:

        La nascita al mondo è un farsi essere.
        L’essere è come un cuore – si apre per chiudersi, si chiude per aprirsi.
        L’apparente finalità è illusoria, perché l’essere segue una strada ciclica – una vicenda da sempre sospesa di contrazioni e dilatazioni.
        L’essere è pensiero, intuizione, ragione – scandisce il ritmo come un respiro o un pulsare.

    • olto interessante scoprire che io la penso esattamente come te, Claudio, nonostante la mia formazione umanistica: in ha detto:

      Caro Inchierchia…perché non rispondi? 🙂

  7. scusate questo mio modesto intervento in una così entusiasmante e dotta agorà! Non possiedo la conoscenza né la struttura eloquente di chi mi ha preceduto, dico solo che sono rimasto folgorato dalla lettura! Mi piace pensare alla luce come qualcosa di indefinito ma definibile al cospetto del tempo, un “luogo” trascendente in cui godere di una dimensione oltre, un quantum di sottile infinito fatto di particelle e istanti che vivono in lunghezza e in profondità!
    Sinceri complimenti agli autori e a Flavio per la sua costante ricerca della “luce”. Un caro saluto

  8. “Il punto cruciale è l’atteggiamento verso la poesia e verso i lettori: sentirsi dentro un processo di rinnovamento, che si pretende fondato sul nichilismo e la frammentazione del verso …” (Claudio Borghi)
    Caro Claudio, ho estratto questi righi per allacciarmi al discorso. Come ho scritto in mail, ho avuto modo, da estranea quale sono da studi filosofici e affini (ho la praticità della gente di campagna, quella che sa che se metti l’acqua ad una pianta questa vive, altrimenti muore), un giorno, di rivolgere a riguardo del nichilismo riportato come “base d’appoggio” di un millantato rinnovamento della poesia alcune domande ad un amico, prima che poeta, saggista e docente di filosofia. Riporto qui le mie riflessioni e la risposta, ricevuta in privato, che ne derivò (cito l’amico con le sole iniziali, R.B., perché nonostante la sovraesposizione non autorizzata altrove, è una Persona estremamente riservata e coerente con le sue idee, che non ama i gruppi e le congreghe, che stimo e rispetto):
    Caro R., se qualcuno dice, anzi scrive, che la poesia deve tendere al nulla espresso dal nichilismo, vuole per caso dire che ha già espresso \ chiarito \ conosciuto tutto quello che l’uomo, che la terra, che il mondo è? E quale poesia ha la presunzione di aver già conosciuto tutto e pure l’uomo? Cioè, come è fattibile una poesia “del nulla” quando la materia e mi limito a quella umana ha ancora tanto da rivelare, da dire, da sciogliere? E’ possibile contrapporre ad una poesia del nulla (che suppongo sia il compimento finale del nichilismo) una poesia della meraviglia? una poesia che indaghi, scavi, approfondisca ancora la materia di cui non conosciamo tutto, ovvero l’uomo, magari in virtù del fatto che se è vero che l’essere potrebbe essere destinato al nulla, può essere vero anche il suo contrario? E non sto parlando da ottimista, ma da persona che ancora crede che l’uomo e non solo l’uomo non siano ancora stati svelati del tutto…E, poi, se la poesia dovesse tendere al nulla, la sua voce non dovrebbe essere il silenzio? Se usi le parole vuol dire che ancora qualcosa c’è, non foss’altro la parola stessa…”

    risposta: “Il suo richiamo al nulla è solo per restare nell’ambito dell’ontologia, ma il nulla ontologico è già stato superato e chiarito molti decenni fa da Leopardi, con quel concetto che io ho chiamato “nullismo”. Insomma condivido ciò che dici, anche perché il nullismo leopradiano (e di Camus) insegna proprio la dedizione al mondo.”

    Ecco, credo che qui si ritroverà molto della discussione sopra esposta e pure altro per continuare a discuterci :))

  9. E perché mai dovresti, Angela? Il tuo contributo è molto pertinente e la domanda che hai posto all’amico (che conosciamo benissimo, se non altro per essere un poeta e saggista, se non noto al grande pubblico, di grande qualità, col quale ho avuto anch’io nel recente passato il piacere di uno scambio epistolare) è tutt’altro che ingenua. Non voglio entrare nel merito della risposta, che peraltro condivido, piuttosto ti rimando al dibattito tra Carlo Rovelli e Gianfranco Ravasi che Flavio ha postato nei commenti alla seconda parte del dialogo tra me e Davide. Per quanto il tema non sia direttamente il nichilismo o il nullismo, credo ci sia materia per trovare risposte anche in quell’ambito, in quanto il problema può essere riformulato nei termini della dialettica tra nichilismo e spiritualità, che secondo gli esponenti della rivista a cui fai implicito riferimento si risolve nel considerare la spiritualità un obsoleto retaggio del passato da consegnare, definitivamente, all’oblio. Il punto critico è cosa significa spiritualità, visto che c’è chi la confonde con l’oscurantismo irrazionalista e mescola con incredibile disinvoltura un atteggiamento, ateo o credente poco importa, di ricerca della verità metafisica con l’indifferenza al progresso scientifico, il cui prodotto necessario dovrebbe essere l’accettazione della morte di un qualunque sentimento religioso, laddove questo nasce, chiaramente, dalla sproporzione tra la fragile mente dell’uomo e l’incommensurabilità del cosmo in cui si è accesa. Percepire il nulla della creatura non significa rassegnarsi al frammento come scheggia disgregata, ma cercare luce in ogni briciola di materia o anima, sperando di trovarci un riflesso vivo del tutto, come nella teoria olografica.
    Questo, nel contesto che sai, avevo cercato di far capire, per questo sono stato costretto a tacere.

  10. Caro Claudio,
    anche la scienza si deve fermare di fronte al mistero dell’ESSERE: quando parli di “apparente finalità illusoria” : prima di tutto ammetti che sia “apparente”, quindi non la identifichi con quel qualcosa di cui tu non puoi escludere l’esistenza ma sai nulla (mistero), ma che potrebbe configurarsi in “altro” (di cui, non sai ugualmente…nulla, insomma fenomeno – noumeno); poi che sia “illusoria” la finalità è una tua ipotesi, sostenuta da molti, ma non assolutamente certa o meglio definitiva, come non lo è nessuna verità scientifica o di qualsiasi altro genere, a parte la Verità rivelata per i credenti. Forse quando parli di essere ti riferisci all’intero universo (o universi paralleli o universo sferico -mi sembra…De Robertis-) ma non all’Essere con la E maiuscola, per non frantumare l’Unità dello stesso universo? Vedi, io penso che l’Unità non possa prescinedere da una proiezione di se stessa: anche in una concezione Materialistica (con la M maiuscola) dell’universo e dell’uomo, in cui non vi è differenza tra Materia e Energia, nel dualismo si incorre quando o lo scienziato, in laboratorio, esamina la particella considerandola “altro da sè” e determinando in essa una modifica che gli impedisce l’esatta misurazione della stessa; quando parliamo di un qualsiasi argomento, distinguendo noi-soggetto e l’argomento-oggetto del nostro discorso…già abbiamo “diviso in due”: 1 che è chi parla, 2 è l’argomento oggetto della discussione: certamente le interazioni tra soggetto e oggetto sono così numerose e sottili che vale la pena metterle in luce approfondirle capirle, soprattutto in poesia, per quanto mi riguarda.
    Questo per dire che la sistole-diastole (molto suggestiva e anche reale nella tua poesia ) potrebbe essere una fase intermedia a cui potrebbe succedere una fase successiva o finale…”

    Poi, Claudio, vorrei sapere che cosa dite voi scienziati dul tema dell’Amore nel 33° del Paradiso (e in altre cantiche, ma con diverso significato). Un Fisico e un Filosofo che cosa pensano dell’Amore in Dante, come espressione più alta dell’Essere?

    • Cara Mariella, L’anima sinfonica è stata composta prima dei miei studi scientifici, in anni di immersione totale nella filosofia (in particolare neoplatonica e idealistica) e nella poesia, non puoi trovarci la sintesi scientifica che avrei tentato più tardi. In ogni caso, la scienza non cerca risposte, cresce arricchendosi di nuove domande ogni volta che solleva un nuovo velo del mistero del mondo.

      Mi trovi in difficoltà sull’amore divino: l’armonia cosmica e spirituale è nel mio sguardo una fusione miracolosa di stupore e terrore. Come in Meister Eckhart, Dio è oltre ogni immagine, oltre l’Essere e il Nulla, inattingibile eppure presente, potenzialmente, in ogni fibra di materia e pensiero. In quest’ottica non c’è differenza tra misticismo e scienza, fede e ateismo: la vita è esperienza di trascendenza nell’immanenza di ogni gesto, di ogni istante. Quel che conta è la ricerca più che la meta, le domande più che le risposte. In questo senso, mi sento più vicino a Giobbe che al 33mo canto della Commedia.

      • olto interessante scoprire che io la penso esattamente come te, Claudio, nonostante la mia formazione umanistica: in ha detto:

        E’ interessante scoprire che io la penso esattamente come te, caro Claudio, pur essendo la mia formazione umanistica, per quanto riguarda l’umanità del tuo discorso. Come te io credo che siano più importanti le domande, ma considero anche molto importanti le risposte. Come possiamo continuare il diffiicile cammino che abbiamo davanti se non sappiamo dove andare? Non basta sapere tutto sul neutrino o sulla morte-nascita di una stella, non basta scrivere bellissime poesie o saperle interpretare, bisogna vivere e affrontare prove che non avevamo mai immaginato di dover affrontare: tu parli di Giobbe, se qui c’è un Giobbe, oltre a te, sono io, per le difficoltà della salute che si assommano e altri problemi, che forse sono ormai di tutti: vivere nel caos, nell’indifferenza, assistere alla violenza vicina e lontana, e non potersi difendere dal terrorismo che minaccia il futuro dei nostri figli. Sono importanti le risposte che nascono da domande intelligenti per poter operare le scelte giuste. E forse il 33° Canto della Commedia ci aiuta a sopportare la sensazione realistica e deprimente che il nostro stato di esistenza assomigli a quello di Giobbe. Non credi? VORREI CHE QUESTI DIBATTITI PORTASSERO A NUOVE DOMANDE E CHE AGLI INTERVENTI SI RISPONDESSE PIU’ …”A TONO”. cOMUNQUE , GRAZIE PER GLI INTERESSANTISSIMI ARGOMENTI CHE AVETE PROPOSTO: sono una vera provocazione alla ricerca in campi fondamentali del sapere.

      • olto interessante scoprire che io la penso esattamente come te, Claudio, nonostante la mia formazione umanistica: in ha detto:

        Condivido totalmente quello che dici:”’armonia cosmica e spirituale è nel mio sguardo una fusione miracolosa di stupore e terrore. Come in Meister Eckhart, Dio è oltre ogni immagine, oltre l’Essere e il Nulla, inattingibile eppure presente, potenzialmente, in ogni fibra di materia e pensiero. In quest’ottica non c’è differenza tra misticismo e scienza, fede e ateismo: la vita è esperienza di trascendenza nell’immanenza di ogni gesto, di ogni istante…”

    • Condivido, ci ritroviamo ancora (anche) a l’amor che move il Sole e l’altre stelle,l’
      dove “pare” che l’amore vivifichi,e questa forza muova ecc….il Sole….
      Insomma si tratta di una scala musicale di gradini,di trasformazioni? Sono breve come sempre,non si salta al paradiso,senza l’esperienza del viaggio iniziatico
      senza un durissimo lavoro d’alchimia

      • Cara Mariella,

        è un piacere particolare il confronto con te, sentire la tua voce, raccogliere come fiori le tue idee sempre profonde, sentirti sensibile e attenta ad ogni parola. Questo dovrebbe essere un confronto e un dialogo, totale apertura su ogni tema, idee scientifica o immagine poetica. Che differenza c’è tra poesia e scienza laddove entrambe nascono da uno spalancarsi dell’anima sul mistero?

        Parli dell”importanza delle risposte. Credo non siano in realtà così necessarie, in ispecie quelle che producono la scienza o la filosofia: come scrive Wittgenstein, per ogni domanda che può essere formulata nel linguaggio esiste una risposta, ma quello che più importa per la nostra vita non può essere detto, in quanto né la scienza nè la filosofia possono sfiorare la radice profonda del problema. Di questo dobbiamo tacere, o dirne per allusione e simbolo quando ci sentiamo nell’immediatezza imprendibile della visione, di cui la poesia si fa umile ricettacolo, abbandonando fantasia e pensiero a una necessità superiore, come foglia o passero donandosi alla sinfonia che la trascende, di cui possiamo solo sentirci briciole transitorie di armonia.

  11. Caro Claudio, ti sembrerà paradossale, ma tu sei l’unica persona che ha RISPOSTO, IN MODO INTENSAMENTE POETICO, e non per questo contraddittorio rispetto al pensiero scientifico, alla mia insistenza sulla necessità di una risposta (forse perché ho bisogno di un riscontro a livello spirituale): è proprio come dici tu, non c’è differenza tra poesia e scienza “quando entrambe nascono dallo “spalancarsi dell’anima” sul mistero”! Che bel modo hai trovato per rispondermi! è come se la tua anima si fosse spalancata per offrirmi il senso, inesprimibile a parole, della tua risposta! Ti confesso che avevo un po’ timore a porre a te domande così “delicate”…perché anche nelle nostre convinzioni personali sui temi fondanti l’esistenza, c’è una forma di pudore ad esprimersi pubblicamente: ma tu hai risolto con l’innocenza della verità offrendomi la profondità del tuo spirito che è in pieno accordo con la mia! Nessuno ha la risposta delle risposte ed è questo il bello della fede: dover abbandonare quella “volontà di conoscenza” di tutto che sfocia nella “volontà di dominio”: fidarsi senza voler capire proprio tutto, abbandonarsi di fronte a ciò che è più grande di noi, dopo aver riconosciuto CHE C’E’ QUALCOSA PIU’ GRANDE DI NOI…Grazie, caro poeta scienziato, mi hai dato una grande gioia… e spero che la condividano anche gli altri poeti o filosofi che hanno partecipato al dibattito: i fiori del tuo spirito profumano di verità e sono tanti, bastano per tutti!
    Grazie anche a Flavio che ci ha dato lo spazio del suo blog e ci ha permesso di dialogare così serenamente…

    • È davvero preziosa quest’occasione di scambio e confronto che grazie a Flavio abbiamo avuto. Quanto alla poesia, molti autori o sedicenti tali non colgono l’importanza dei lettori, che contribuiscono in ugual misura a valorizzare la bellezza. Un’esperienza creativa autoreferenziale è necessariamente incompleta se non trova anime in cui riflettersi e.completarsi. Troppo spesso l’arte negli ultimi decenni si è ridotta a balbettio insignificante, in nome di un male di vivere vissuto senza condivisione, nella dimensione asfittica dell’io concepito come scheggia staccata dal mondo.

    • LE PAROLE E IL NOME

      Fa davvero piacere riscontrare un così vivo interesse ed entusiasmo per un tema che potrebbe sembrare a prima vista astratto, separato dalla (presunta) vita reale. In particolare ringrazio Mariella Colonna che, con notevole finezza, ha saputo cogliere il “senso” – insieme sensibile e sensato – della concretezza esistenziale da cui ogni autentica metafisica invece mai si disgiunge.
      A questo proposito, il mio professore bolognese di filosofia teoretica, Maurizio Malaguti, soleva richiamarsi ad un’immagine speculativa di Agostino (che lo stesso Dante nel Paradiso ha ben presente):

      noi esistiamo tra l'”abisso” del nulla e il “vertice” dell’interiorità.

      Contrariamente a chi esalta il nichilismo come una scoperta del mondo moderno, Agostino è ben consapevole che la nostra esistenza è «prope nihil», prossima all’annientamento. Eppure siamo “voce” che dice questa tragica contingenza. Anche se potessimo conoscere scientificamente la struttura ultima che rende ragione della realtà nelle sue infinite determinazioni e relazioni, anche se riuscissimo a trasformare in tecnologia ogni energia infinitesima della natura: ciò sarebbe come nulla rispetto a quel “sapere” che fa sussistere l’Io quale pensante “manifesto” in sé a sé.
      Agostino radicalmente non si nasconde che l’uomo non può conoscere “tutto” dell’esistente; ma – afferma con altrettanta radicalità – quando conosce qualcosa l’uomo esiste con “tutto se stesso”.
      L’Essere cui la metafisica si rivolge non sta “al di là”, in un’ineffabile ulteriorità abissale che si aprirebbe tra noi e le cose conoscibili. L’Essere risiede già da sempre “al di qua” dell’Io stesso che pone la domanda sul senso dell’esistenza, in sostanza “è” questa stessa domanda.
      Per Agostino l’Essere è l’ «apex mentis», il Principio della coscienza, quella Singolarità – il punto «non circumscritto che tutto circumscrive» (Dante) – in cui consiste il Nome stesso cui siamo destinati: le parole della poesia e della filosofia, nonché le parole della scienza, lo possono certo “indicare”, ma senza pretendere di definirlo una volta per tutte.
      Quel Nome le nostre parole, in definitiva, lo possono solo “amare”.

  12. A conclusione di questo significativo incontro…volevo “rispondere” con una poesia… per condividere con i poeti, a loro volta lettori, la gioia creativa:

    Figlio del vento,

    mio cuore solitario, partorito dal vento!
    Negli occhi della primavera
    c’è un prato di lavanda
    dove correvo da bambina
    così impaziente di futuro
    da aver paura di crescere e tu, cuore,
    che ardi dal desiderio mentre rincorro il vento,
    (e il vento mi rincorre),
    guidami alla mia terra sconosciuta
    alla mia vita in questa favola
    che, raccontata dagli alberi al grano,
    dai papaveri al vento
    e dal vento al fiume, risale la corrente
    fino alle fonti d’Acquaviva e si perde
    più in alto delle nuvole. Dì al vento
    di raccontarla ancora a quella bimba
    che l’ha smarrita crescendo,
    figlio del sole, mio cuore,
    partorito all’alba, ricordati delle prime parole
    che mi hai detto all’ombra della luce
    quel giorno benedetto.
    Non dimenticare il nome della rosa
    e lasciati guidare
    dalla viola del pensiero…

    Un fiore così delicato
    non ti farà certo del male.

    • Sempre più mi convinco che il tempo, che tanto ci assilla, non sia che un insieme di fili, contatti, ragnatele di idee e immagini che ci tengono legati al mondo. L’interiorità, che percepiamo tanto profonda, è forse illusoria. Tutto accade come in una corsa, da un luogo all’altro, “dalla radice dell’infanzia colorata al cielo dello spegnersi dei sensi’. Dovremmo uscire di più da noi stessi, guardare con attenzione totale alle creature, animali e vegetali. Lì si cela una sapienza, ne sono convinto, imperscrutabile.

      Grazie, Mariella, per questi versi.

      • Grazie per il commento, che non si sovrappone ai versi ma li fa muovere al vento dell’anima. Sono d’accordo anche sul tema dell’interiorità, io non la percepisco tanto profonda la vivo alla Dante, come una selva in cui mi smarrirei…ma sai, sapete che cosa ho scoperto? Che la mia interiorità, per rivelarsi, ha bisogno di scorrere sul ruscello delle parole: la parola scritta è come vissuta, elaborata in profondità e, quando esce “fuori” rivela quello che ha maturato nell’ombra oscura della terra, scopre la luce, brilla in mezzo all’erba, tra i sassi…dove trova spazio si allarga, riflette il cielo In fondo, a pensarci bene, anche il bambino passa dall’oscuro grembo all’aria, al mondo e lì scopre la luce e i volti delle persone che si chinano su di lui (o lei),la musica della voce materna e, se è fortunato, l’amore che lo alimenta e lo fa crescere.
        Ha ragione anche egillarosabianca: è il misterioso viaggio (iniziatico) all’interno , nell’oscurità, che prepara alla visione della luce. Grazie a Claudio e a tutti quelli che hanno partecipato a questo singolare incontro-scambio tra poeti!

      • LE PAROLE E IL NOME

        Fa davvero piacere riscontrare un così vivo interesse ed entusiasmo per un tema che potrebbe sembrare a prima vista astratto, separato dalla (presunta) vita reale. In particolare ringrazio Mariella Colonna che, con notevole finezza, ha saputo cogliere il “senso” – insieme sensibile e sensato – della concretezza esistenziale da cui ogni autentica metafisica invece mai si disgiunge.
        A questo proposito, il mio professore bolognese di filosofia teoretica, Maurizio Malaguti, soleva richiamarsi ad un’immagine speculativa di Agostino (che lo stesso Dante nel Paradiso ha ben presente):

        noi esistiamo tra l’”abisso” del nulla e il “vertice” dell’interiorità.

        Contrariamente a chi esalta il nichilismo come una scoperta del mondo moderno, Agostino è ben consapevole che la nostra esistenza è «prope nihil», prossima all’annientamento. Eppure siamo “voce” che dice questa tragica contingenza. Anche se potessimo conoscere scientificamente la struttura ultima che rende ragione della realtà nelle sue infinite determinazioni e relazioni, anche se riuscissimo a trasformare in tecnologia ogni energia infinitesima della natura: ciò sarebbe come nulla rispetto a quel “sapere” che fa sussistere l’Io quale pensante “manifesto” in sé a sé.
        Agostino radicalmente non si nasconde che l’uomo non può conoscere “tutto” dell’esistente; ma – afferma con altrettanta radicalità – quando conosce qualcosa l’uomo esiste con “tutto se stesso”.
        L’Essere cui la metafisica si rivolge non sta “al di là”, in un’ineffabile ulteriorità abissale che si aprirebbe tra noi e le cose conoscibili. L’Essere risiede già da sempre “al di qua” dell’Io stesso che pone la domanda sul senso dell’esistenza, in sostanza “è” questa stessa domanda.
        Per Agostino l’Essere è l’ «apex mentis», il Principio della coscienza, quella Singolarità – il punto «non circumscritto che tutto circumscrive» (Dante) – in cui consiste il Nome stesso cui siamo destinati: le parole della poesia e della filosofia, nonché le parole della scienza, lo possono certo “indicare”, ma senza pretendere di definirlo una volta per tutte.
        Quel Nome le nostre parole, in definitiva, lo possono solo “amare”.

  13. olto interessante scoprire che io la penso esattamente come te, Claudio, nonostante la mia formazione umanistica: in ha detto:

    Caro Davide Inchierchia, bella, complessa ma chiarissima nel rigore logico delle argomentazioni la tua risposta alle mia domande. Grazie, sono commossa per quello che tu e Claudio, con tanta profondità ed eleganza, ma anche coraggiosa presa di posizione, avete saputo dire sulla “Metafisica della luce”! Avete aperto di fronte ai nostri occhi una nuova visione dell’universo che non contraddice né supera quella antica, ma la completa in modo del tutto convincente. Andiamo avanti così contro il “pensiero unico”! Condivido in pieno tutto il tuo intervento, in particolare l’ultimissima parte:.
    Per Agostino l’Essere è l’ «apex mentis», il Principio della coscienza, quella Singolarità – il punto «non circumscritto che tutto circumscrive» (Dante) – in cui consiste il Nome stesso cui siamo destinati: le parole della poesia e della filosofia, nonché le parole della scienza, lo possono certo “indicare”, ma senza pretendere di definirlo una volta per tutte.
    Quel Nome le nostre parole, in definitiva, lo possono solo “amare”.
    Grazie!

  14. olto interessante scoprire che io la penso esattamente come te, Claudio, nonostante la mia formazione umanistica: in ha detto:

    riperto l’ultima frase perché mi ha colpito:
    Quel Nome le nostre parole, in definitiva, lo possono solo “amare”.
    Bellissimo, ne avevo bisogno…

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