Il tempo è incerto

e, sorridendo mi ritrovo
militare dal pollice alzato
ancor prima di respirare, prima
di qualsiasi altra cosa, tu.
Infinita attesa
dell’interlocutore
di tenere notti.

Si può vivere più a lungo
cavalcando la religione di turno,
lucidare i gradi
aprire camicie sul petto
per arrivare al cuore.

Pantaloni bianchi
ampiamente vissuti
dentro universi paralleli
molte copule, molto onore
è strano,

ma le calzature più antiche
sono disegnate da stilisti nuovi,
oggi il tempo è incerto
brutale il suo sguardo.

LOmbra delle Pinzillacchere

Contestare un ambiente letterario asfittico, stratificato di lecca culo e auto referente è cosa sacrosanta, in primis perché i baroni rendono la letteratura letteramorta. Volere però sostituire un establishment con un altro è disonesto e manipolatore, perché finisce che qualcuno almeno all’inizio ci crede, salvo gli opportunisti e i disperati cercatori di visibilità, quelli ci credono finché si può e poi spostano altrove la loro lingua a strascico. Succede così che un Luciano Nota, per aver definito “scolastica” una delle sue scolastiche traduzioni di un maledetto francese, finisce per censurarti. Finisce anche che un Linguaglossa, che giurava e spergiurava su pile di bibbie e corani che giammai avrebbe censurato nessuno, e che definiva “poveraccio” chi lo faceva, cerca e trova un “casus belli” per eliminare prima e censurare poi chiunque non possa più portargli utilità. Il caso “Letizia Leone” fu eclatante. Qui invece il contraddittorio si accetta, attenti però ai codici ID dei commenti, perché è già successo che qualcuno che voleva sembrare qualcun altro è stato sgamato.

La guerra di Troia è finita ormai da tanto tempo che il protagonista, Odisseo, non ricorda più chi l’abbia vinta. Il mondo è diventato ampio, talmente ampio che l’uomo ha perduto la concreta esperienza dello spazio («Dilatava lo spazio Poseidone») e del tempo («mentre laggiù noi perdevamo il tempo»), il ritorno è diventato problematico («la strada / di casa è risultata troppo lunga»). Non c’è più un «ritorno» poiché esso è possibile soltanto in un orizzonte dove il tempo e lo spazio possono essere conteggiati e vissuti, ma in un mondo debordante e ampio non è più possibile alcuna esperienza del tempo e dello spazio, e quindi della storia. La storia si è allontanata così tanto che la memoria vaga alla rinfusa alla vana ricerca di un appiglio, di un ricordo. Nel mondo di Brodskij la memoria ha perduto il contatto con la storia, e anche con la propria storia personale. (G. Linguaglossa)

Personalmente ritengo che la guerra di Troia e il suo esito finale per il Nostro non siano altro che una metafora della seconda guerra mondiale. I russi (soprattutto i baltici e gli ucraini) all’inizio videro i nazisti come liberatori dalla tremenda tirannide staliniana. Se i tedeschi fossero stati più accondiscendenti con le popolazioni di quei territori, anziché darsi al saccheggio e allo sterminio, avrebbero probabilmente vinto la guerra. Finita l’occupazione nazista, negli stessi sterminati e ancor più devastati territori (parliamo di mezza Europa, Ucraina, Bielorussia, paesi baltici, Caucaso, fino alle porte di Mosca) è tornò il terrore staliniano, sotto forma di rappresaglie persino contro i prigionieri di guerra tornati dalla Germania, persino contro i pochi ebrei scampati ai lager, uccisi o costretti a fuggire. Brodskij stesso fu considerato un “parassita sociale” perseguitato ed esiliato. Mi sembra chiaro che l’eminente critico non conoscendo affatto la storia o avendone perso memoria, imputi lo stesso handicap al povero poeta, che afferma di non ricordare chi abbia vinto la guerra, semplicemente perché non c’è stata nessuna liberazione, nessun dopoguerra, dopo Stalin Hitler, dopo Hitler di nuovo Stalin. Resta il fatto che, essendo morto nel 1996, Brodskij non è in grado di confermare o meno né il mio punto di vista (che non è vangelo) e nemmeno quello dell’eminente critico (che ha la pretesa di essere vangelo), che tra l’altro respinge, fino alla censura e con metodi squadristici ogni pensiero diverso. Ultimamente Borghi e Inchierchia (due fini e preparati intellettuali) ne hanno fatto le spese. Qui qualcuno si è ridotto a limare le pietre delle piramidi per provare che le “misure” si adattano alle sue teorie. Tralasciando per carità umana la mirabolante rivelazione della verità postuma pasoliniana sulla necessità di una NOE (c’è un medium nella redazione dell’Ombra delle Pinzillacchere?) dove anche qui si tira in ballo una altro defunto che non può più parlare.
Fortunatamente la puttana ingiallita si sa difendere molto bene da sola. E’ incontenibile, animalesca, epica, lirica, teatrale, se le tagli una testa, questa subito rispunta. E se ne fotte dei secoli.
Infine una domanda, cosa ha prodotto la Nuova Ontologia Estetica, a parte una decina scarsa di apostoli fanatici e deliranti, e roba tipo questa, che chiamarla poesia è darsi la zappa sui coglioni?

Si fa respiro il pianto

Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento.
Il pianto reiterato della tortora sale
dalla grondaia al sonno d’alba.
Si fa respiro la stanza che rischiara
attutita di sogni.

*
l’oscillatore
con le ombre sul muro girevole.
Lo stesso ErgoSum ci passa
con l’alito del sidro patogeno. Dal mio sistro
lunare. Nell’incrocio scorza-buco-licantropo.
Nullamsolubitum.
___ L’ascia genetica.
Prendi l’usignolo senza rossiccio.
Alza quei pochi steliflorus verso gli amanti castigati .
Sotto il nostro fossile subanemico.
L’ultima spremitura delle vespe.
Alture d’autunno.
Fuhrergendarmen nel frantoio-ossidana.
Geyser.
Da qualche parte il nostro braccio metallurgico.
Di nuovo un altro fotonEleusino.
La zavorra di vetro.
>…>
Per gli Alberi-Mango.
Seimicentodiciassette bombole d’ossigeno.
Abiti-vetiver per farsi glutine
nel silenzio.
Mama Barack.
L’oboe dentro un tamburo.
Il taglio.
Lo shampo e il rimasuglio della lozione
sulla mensola- specchio.
Millesimicentenari.
La mia bottiglia d’acqua affollata
di biglie.
Calze vuote.
Ti guardavo per ricadere.
(a parte il fatto che si scrive shampoo, poesia o frasi gettate là ‘a la chezz?)

L’albero di Pasquale

Le feste sono aspettarle
sostare più a lungo sulla soglia
con l’unico pensiero di giorni
prossimi a salvarci.

Pasquale spolvera l’albero,
lo riempiranno di barlumi e allegria
lui i suoi figli e la ragazza serba
che fa le veci,
il credo non importa conta la luce
e cosa non si farebbe per riaverla.

Generazioni di domande e catinelle
per tirarlo su come si deve,
un assalto dell’Unno l’abbatte:
pochi secondi in cambio di un eterno,
Rai Sat rettifica. E’ la Settimana Santa
l’albero non serve più.

Passate le feste si torna ad aspettarle.
Pasquale getta gusci d’uovo,
diserbante alle ortiche
mette annunci sui giornali.

il mare in un bicchiere

Penso in fondo in fondo
che dopo ogni congedo o rivolta
restino un uomo e una donna
forse con qualche tema variato,
pur sempre due esseri, amante,
amato, isola in fondo al mare, che
riemergendo tutta bagnata
avvertirà per primo l’angusto
ronzio di una mosca, è strano
eppure anche gli esseri più bassi
si spingono al largo cercando
tratti di chi da sempre amano.

(164.517) il destino è uno sguardo distratto

Siamo nati, ometto Noi, una generazione dopo il secondo dopoguerra. L’Italia ricostruita, la televisione ancora piccola, Modugno che volava. L’unico vero valore, inculcato fin dai tempi del catechismo, è stato quello di farsi strada: farsi “una posizione”. Insomma, bastava avere voglia di lavorare, conoscere le persone giuste, e il mondo sarebbe diventato un’ostrica. Siamo stati i primi cui il valore dell’appartenenza è stato omesso. Passeremo alla storia come baby boomers, i primi individualizzati perché non fossimo più popolo. Abbiamo letto di tutto da Kafka a Dario Bellezza a Topolino. Non abbiamo “fatto” il Sessantotto, abbiamo fatto la patente negli anni di piombo, e nel decennio successivo abbiamo avuto tanti soldi.
E ci siamo persi. I nostri figli, è abnorme, sono molti meno di noi. Tribuni senza popolo, filosofi senza preparazione, poeti senza pubblico e analfabeti di ritorno. Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi…
Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza.
Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il cazzaro.

letture amArgine: I Testi del Lupo

che la puttana ingiallita svolga una propria importante funzione liberatoria dell’anima è fuor di dubbio. I profeti vanno lasciati dove sono, al dimenticatoio che tanto hanno fatto per ottenere. Il libretto di Lance Henson mi ha fatto talmente tanta compagnia da meritare un articolo. Non aspettatevi chissà quale capolavoro, è poesia sciamanica tutto sommato, è poesia che distingue ancora bene gli odori e la capacità di non temere un lupo, anzi ci sa ballare assieme.(Flavio Almerighi)

“fuori dalla finestra
un umido chiaro di luna entra nella stanza
la sua presenza cade come un gelo sopra il letto
tutta la notte gli spiriti di lupo e tasso
hanno riempito l’oscurità intorno a noi

insonne mi levo per vedere la luna scomparire
dietro le nuvole

mentre chiudo gli occhi
un uccello luminoso vola attraverso un vento di seta
di guerriero dog soldier

volgo lo sguardo verso casa”.
°

I testi del lupo

per chi ha un nome il mondo
è nominato da coloro che non conoscono
i nomi esistono affinché gli uomini non si sentano perduti
in un mondo per loro già perduto

in una radura assaporo il suo dolce passaggio

ci sono cose che volano oltre i fuochi degli uomini
tengono le braccia come ali
questi uomini non sono che ossa che cantano
al proprio dolore…
*

Ray nel ghetto di chicago

mio zio cammina attraverso villaggi deserti
ripara gli occhi dalla luce del sole
polvere antica si posa sulle scarpe

segue le orme di mio fratello
che lo osserva da un luogo muto

c’è un uccello che canta solo, su uno scheletrico ramo invernale
una falena con un’ala spezzata vola in circolo sul terreno
mirando ai piedi di mio zio

lui sorride e la prende
la mette in tasca ed entra in una casa
esce una donna con una candela

canta dolcemente del vento
e sussurra nell’arco di luce della candela…

Lance Henson è nato nel 1944 a Washington, è cresciuto a Calumet in Oklahoma.
E’ considerato uno dei più importanti poeti nativi americani viventi.
I testi sono tratti dalla raccolta di poesie intitolata “I testi del lupo” pubblicata dalla casa editrice Nottetempo nel 2009.

la terra appassita

Giuda perde sangue dal collo
beve, annaffia la terra appassita.

Non siamo soldati,
scappiamo dalla guerra.

Il tagliagole ha chiesto perdono
e se ne è andato con la sua cartella

non è un profugo, cerca impiego.

A ogni passo sopporta un sasso
impassibile contro la terra vizza
quell’uomo è opera del diavolo.

Il padre faceva il saldatore
non sapeva leggere o scrivere,
imparò quando venne ammutolito
dal suo tagliagole.

Rimane poco del Nazareno
per ricominciare daccapo,
una bambina di sette
un’altra di cinque anni.