nota amArgine, Mario M. Gabriele: Nuova Ontologia Estetica

Riconosco in Mario M. Gabriele la forte personalità creativa, la profonda onestà intellettuale. Mario Gabriele è uno dei fondatori e il più valido teorico del movimento poetico Nuova Ontologia Estetica. Fino a oggi il mio pensiero e il mio atteggiamento nei confronti di questo movimento, da cui peraltro mi sono chiamato fuori, sono stati improntati alla massima diffidenza e scetticismo, ma non è detto che il mio modo di pensare sia quello giusto. Approfondiamo perciò e diamo voce a Mario M. Gabriele, che ringrazio per la squisita disponibilità.

1) Anzitutto Mario, grazie per la disponibilità, puoi spiegare in sintesi in cosa consiste la Nuova Ontologia estetica?
2) Da quali spinte emozionali e culturali nasce l’esigenza di una N.O.E.?
3) Quali opere ha prodotto la Nuova Ontologia estetica fin qui?

Risponde Mario Gabriele

Caro Flavio,
ti ringrazio della gentile Intervista, comunicando di aver risposto ai primi due punti all’interno del mio commento, mentre l’ultimo, cioè il terzo, è riportato nella parte finale. Con i miglior auguri di buon lavoro.
………………………………..
La storia della poesia italiana del Secondo Novecento è tutta focalizzata intorno ad una logomania estetica che si collega alla Tradizione, oltre la quale non si ravvisano mutamenti significativi, fatta eccezione per l’Avanguardia e per altri Gruppi dichiaratamente innovativi. Poiché i tempi poetici non sono mai fermi, il fenomeno delle variazioni formali e linguistiche, deve essere considerato utile come ricambio tematico e psicoestetico.

Ovviamente, non si tratta di far cadere il castello della poesia tradizionale, ma di renderlo più moderno e accessibile. In questo caso si inserisce il discorso della NOE, ossia della Nuova Ontologia Estetica, di cui tanto si sta parlando nella Rivista Internazionale L’Ombra delle parole, e che si richiama al termine filosofico aristotelico. Se questa è la vera identificazione del fare poesia oggi da parte di una schiera di operatori, non va scisso da questo Progetto il frammento, associativo alla NOE, per me, vero e proprio percorso obbligato e di grande interesse in quanto si tratta di elementi disgiuntivi che si ricompongono in un unico corpo, ma che può essere visto anche come una fotografia, che riporta in superficie spazi e sottofondi celati.

Immaginiamo per un istante uno specchio rotto in mille pezzi. Ognuno di questi è essenziale per tornare a ricostituire la forma originaria. Si tratta, in altre parole, di una specie di implantologia, per inserire elementi in grado di armonizzare il “trapianto”, restituendo al corpo poetico la sua funzione. Credo che un buon poeta debba agire rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta. Considerare questa rete di connessioni, e di interazioni, presupponendo per un istante che il frammento non è il transitorio elemento del dire linguistico, ma la particella essenziale, che è il mistero stesso della poesia, e della sua evoluzione, significa dare infusioni vitali per esistere al di là di ogni naufragio della parola. Sottoporre all’attenzione dei lettori, certi canoni estetici, non rientranti nella omologazione passata e presente, può destabilizzare gusti e coscienze, fino a produrre smarrimento.

Da cosa partono le mie riflessioni sul rapporto tempo-spazio? Proprio dalla percezione della realtà che non è mai unica e monotematica, perché poggia su un nichilismo che non lascia aperte le porte all’illusione, ma crea altri universi frammentati, unicellulari, come soggetti-oggetti, e ologrammi riproducenti larve, fantasmi, tracce, segmenti di vita nella perdita del senso. Ciò che occorre non è la camera delle ibernazioni linguistiche di certa letteratura novecentesca, ma quella delle trasfusioni lessicali di diversa provenienza, in armonia con ciò che è il linguaggio contemporaneo, che si collega a varie fenomenologie artistiche, sociali, scientifiche, politiche, economiche ecc., tra ciò che è il “tempo interno” e il “tempo esterno”. E’ il mio modo di confrontarmi anche con altri poeti, nel comune bisogno di esternare la realtà con la poesia, secondo le proprie esperienze culturali e stilistiche in un comune Progetto di Rinnovamento e di Ossigenazione della parola. Il territorio letterario e poetico è così multiforme che non esiste un solo Paradigna adatto per tutti i tipi di poesia. Ciò che avvilisce la parola è il lirismo che ha una grande responsabilità nell’affossare i progetti linguistici contemporanei.

Viviamo nel terzo millennio, tra parole e cose sempre in continua fibrillazione e attecchimento nell’ordinario linguaggio. Ci si abitua ad una terminologia consumistica, informatica, mediatica, i cui termini sono corrispondenti all’azione del nostro volere e della nostra capacità di accettare il clima culturale, in cui si vive. La poesia per frammenti ricorre a questi strumenti, per innestarli in un unico corpo, che si connette a molti elementi in(organici) che danno l’esatto valore all’espressionismo linguistico, senza alcuna connessione con l’elegia.Su questo tema, mi collego a una citazione di Mario Lunetta, tratta da una intervista rilasciata a Simone Gambacorta, in risposta alla domanda sul “fare” poesia, ed è questa: “Detesto il lirichese, oggi così di moda in questo nostro stupido paese. Mi ritengo un poeta dialettico, che non guarda solo il proprio ombelico e non celebra le proprie pulsioni individuali. Il mondo è vario, anche se sempre più omologato nella volgarità, e un poeta deve avere il coraggio e la consapevolezza di guardarlo e confrontarvisi. Per farlo, occorre rinunciare alle scorciatoie del lirismo e dell’elegia – Baudelaire diceva che “tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie” – per misurarsi coi linguaggi complessi. Quindi, non emozionalità di primo grado, ma lucidità e straniamento“. Detto questo, non posso esentarmi dal riportare alcuni tratti del fare poetico, come questo mio testo, tratto da In viaggio con Godot di prossima pubblicazione. Trattasi di un documento che vuole essere una specie di cristallo dai molteplici riflessi, dove interagiscono Soggetti-Oggetti diversi, richiami ad una toponomastica del mondo di Krsna, e di una letteratura americana, come microstoria di fatti ed eventi che collaborano insieme per una edificazione della poesia.Il fatto di essere un propositore di storie certifica la mia appartenenza ad una poesia libera da ecosfere metafisiche e da ricercate commozioni che sono completamente rifiutate, come approdo salvifico.

Questa forma ha allarmato molti lettori della poesia tradizionale. E’ una reazione direi – normale -, ma se si considera necessario il ricambio linguistico, proveniente dalle mutate trasformazioni antropologiche della società, allora l’apertura mentale verso la NOE, non può essere sempre ostativa, perché ne va di mezzo la stessa civiltà poetica. Credo che la metabolizzazione del nuovo dire poetico, possa rendere meno conflittuale il rapporto passato e presente, fuori da certe democrature linguistiche, che fino ad oggi hanno prodotto soltanto monovalenze estetiche. Ma è anche compito del lettore superare certe fascinazioni legate alla poesia di tipo scolastico, avvicinandosi, senza troppi pregiudizi ai testi della post -Avanguardia, fino ai rappresentanti della generazione del Gruppo 93 e di altre Correnti. Dopo questa fase si assiste ad un laboratorio linguistico orientato verso la periodizzazione di esiti poetici, mancando una loro omogeneizzazione.

Per questo motivo, e di fronte al vuoto venutosi a creare, si è reso necessario il ricambio linguistico e formale, con la nascita della NOE che rimane, allo stato attuale, l’unico indirizzo operativo, dove far convergere le proposte poetiche, già canalizzate verso una prossima omologazione critica ed estetica, che aprirà la strada ad una maggiore conoscenza di questa forma, nella quale si riconoscono non pochi poeti di diversa generazione e progettualità. Posso dire che di fronte a questi risultati plurali, anche se postati dalla Rivista, a breve termine si concluderà ufficialmente un’operazione editoriale ricca di sorprese.

da L’erba di Stonehenge 2016 Edizioni Progetto Cultura pp. 90, di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio.-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si chinò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

link

http://mariomgabriele.altervista.org/

http://isoladeipoeti.blogspot.it/

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13 thoughts on “nota amArgine, Mario M. Gabriele: Nuova Ontologia Estetica

  1. Mi inserisco con piacere in questa discussione ringraziando sia Flavio per aver concesso lo spazio e aver posto domande discrete quanto necessarie, sia Mario per aver accettato di rispondere pubblicamente. Spero, ovviamente, ne nasca l’occasione per un confronto disteso, senza innescare ulteriori tensioni, che spegnerebbero, per quanto mi riguarda, immediatamente la ritrovata disponibilità al confronto.

    Ho apprezzato l’analisi del quadro culturale, sociologico, filosofico, scientifico, ecc. fornita da Gabriele, come avevo apprezzato il commento alla propria scrittura poetica fornito nella nota rivista internazionale, con passo tranquillo e non senza una necessaria cautela circa gli esiti di una poetica che si sta strutturando entro l’ambito di una forma stilistica (il frammento) e un sentire esistenziale-filosofico condiviso con altri autori.

    Premesso che ogni scrittura si risolve nel modo più congeniale all’autore, per cui accolgo il frammento come una forma condivisibile di espressione che può portare, in presenza di una problematica interiore ricca e densa, a esiti potenzialmente interessanti, non riesco ancora a metabolizzare la visione filosofica-esistenziale a cui gli autori di cui sopra vogliono far riferimento, e alla quale danno indiscutibilmente un peso decisivo in termini di novità della loro proposta anche sul piano estetico.

    Mario Gabriele in più occasioni ha mostrato chiara insofferenza nei confronti di una poesia che esprima spiritualità ed emozione. E’ proprio questo l’aspetto su cui credo ci sia qualcosa che non tiene nella nuova “piattaforma estetica”. In effetti, sono assolutamente d’accordo con lui circa la necessità di superare il lirismo più o meno elegiaco quando si risolve in autocommiserazione autoreferenziale, di cui è malata tanta inconsistente poesia contemporanea, ma questo non significa che la soluzione, che mi sembra condividano i poeti della NOE, sia nell’abbracciare il nichilismo puro, senza emozioni, in cui il tempo interno è percepito come un insieme di frammenti incoerenti che percepiamo come estranei. La memoria è guidata dall’emozione, Mario, lei lo sa bene, ricordiamo quello che ci ha segnato, non siamo impersonali ricettacoli di un accadere che subiamo passivamente. Rimango quindi sconcertato da una poetica che proclami addirittura in forma programmatica il superamento dell’emozione come un “progresso”, anche alla luce delle scoperte scientifiche o di certe linee speculative della filosofia del Novecento. La poesia che lei scrive, Mario, sembra voler accogliere, quasi animata da una profonda inconfessata pietà, una ricchissima concentrazione di vite anonime che coesistono in uno spazio impersonale, come lei stesse descrivendo una visione atemporale da un’altezza senza respiro, e vedesse accadere, in uno spazio quasi astratto, tanti drammi svuotati di passione. L’effetto che produce nel lettore è di apparente asettica indifferenza, quando in realtà, perlomeno di questo io sono convinto, lei ha una sofferta e intensa partecipazione emotiva ai drammi delle popolazioni oppresse e torturate, delle esistenze insignificanti che si consumano senza luce, ecc. Il fatto, Mario, è che non si può programmaticamente decidere di eliminare l’emozione, se non per deliberata volontà di rimozione. La stessa ostentata volontà di sentirsi fuori da qualunque credo religioso (cosa che io condivido, per quanto lei sia convinto del contrario) non significa che lei non abbia una forte carica spirituale, in quanto un uomo senza spiritualità è morto dentro. E, badi bene, la spiritualità può benissimo essere atea! Per quanto io trovi encomiabile, come scrive Rago, che lei e altri suoi compagni di avventura vogliate testimoniare la morte nell’opera d’arte (“Il ‘frammento’ è l’intervento della morte nell’opera d’arte”, scrive Rago) come dato di fatto dell’uomo computerizzato alienato spersonalizzato, non potete ridurvi, né credo vogliate farlo, alla rassegnazione. Lei dirà: noi non siamo rassegnati, noi lottiamo. Benissimo, allora condividete una forma di spiritualità, che non c’entra niente con l’oscurantismo irrazionalista (di cui lei mi accusò avendo colto ben poco delle mie intenzioni dialettiche): state esprimendo una condivisibile quanto apprezzabile rivolta. Paradossalmente, ma realisticamente, bestemmiare, nel senso di tentare una rivolta rabbiosa contro l’Uno Nessuno, è molto più religioso che venerare, come fanno tanti “fedeli” che praticano per paura, un Dio da falso catechismo. Un eventuale oltre metafisico, divino o meno, non può essere adorato: troppo male nel mondo non dipende dall’uomo, è evidente. Occorre prepararsi eventualmente a lottare anche dopo, vis a vis, la sofferenza immane e gratuita e l’enormità del nonsenso non consentono che la battaglia finisca qui né che ci possiamo rassegnare al nichilismo, ad essere, come ho scritto altrove in questo blog, frutti che si sfaldano producendo pensiero.

    • Caro Borghi,
      prima di tutto vorrei assicurare che non tutti i poeti che frequentano l’Ombra o simpatizzanti della NOE, la pensano nello stesso modo: io, per esempio, sono d’accordo con te con la necessità di non assumere una filosofia rigida del frammento, , che poi non si identifica più con la morte o la morte dell’arte, semmai “è stato identificato” con lo sfacelo della civiltà d’oggi, ma semmai di modulare, la poetica del frammento con i nuovi eventi e le nuove tensioni che stanno emergendo nel panorama della cultura nazionale e internazionale.
      Prima fra tutte, per me, La Nuova Poesia Ontologica, da cui poi deriva, di conseguenza, la Nuova Ontologia Estetica. Io, che pure frequento solo da pochi mesi Pegaso e l’Ombra, mi sono sentita subito a mio agio nella NOE perché mi ha aperto non solo all’intuizione del tempo come quarta dimensione della memoria (storica o individuale) e quindi non lineare ma discontinuo, circolare…etc., ma anche per il forte richiamo all’essere delle cose eventi persone elementi naturali e al loro rapporto con l’Essere, cioè con la sorgente della vita-energia. Quindi sono in pieno accordo con lei, Borghi, sulla necessità di fare un passo avanti rispetto al la filosofia del puro frammento (come simbolo della morte e disgregazione dell’uomo e di tutte le cose), ascoltando le spinte rivoluzionarie in continuo movimento che nascono sia dentro di noi che fuori, negli altri, nell’evoluzione della cultura, negli eventi negativi o POSITIVI della storia (adesso se ne vedono pochi, ma non dimentichiamo la deformazione della realtà operata dai media e da quella trentina di finanzieri internazionali che li condizionano): e poi, spesso, il “negativo” genera il “positivo” per la stranota dialettica degli opposti. Dopo una guerra disastrosa l’Italia è diventata una delle prime nazioni d’Europa, conquistando un impensabile progresso tecnologico ed economico anche per merito della buona volontà del popolo e dei valori che sostenevano la vita della società italiana. Tornando alla poesia…io trovo che Mario Gabriele è arrivato ad esprimere la poetica del frammento al più alto livello possibile, ma non credo affatto che rifiuti una poesia che riallacci i legami con l’essere e con l’Essere, da cui le scintille della Nuova Bellezza…nata dall’esperienza, della morte, del disfacimento, della fine di tutti i valori e dall’impulso che molti poeti vivono ad andare avanti in direzioni reinventate dopo le esperienze dolorose del ‘900. Anche in Mario Gabriele ci sono, checché ne dica lui, emozioni che però non si esprimono in modo liricamente descrittivo, ma vanno colte interpretando analogie, simboli, stati d’animo assai ben nascosti grazie alla sua poetica un po’ misteriosa. Quindi, benvenuti sentimenti ed emozioni, purché non diluiscano l’intensità del frammento e la forza delle immagini. Poi c’è il discorso a parte della “morte di Dio” che è una metafora diffusa da chi pensava di poter fare a meno di Dio. Di quale Dio? Forse di quello decaduto in una fede abitudinaria e priva di vitalità, di slancio creativo: Un “Dio Morto” avrebbe ispirato la costruzione delle Cattedrali a cui partecipavano, quando c’era la vera fede, tutti con lo stesso merito e lo stesso entusiasmo, sall’Architetto allo spaccapietre? Mi persdoni se ho fatto qualche errore, non faccio a tempo a rileggere. Mariella Colonna

      • Convengo con le sue misurate osservazioni, Mariella Colonna (qui come in altra sede).
        Resto solo dubbioso circa l’idea, centrale per la Nuova Ontologia Estetica, che in poesia – ma ciò vale anche per la filosofia, e le scienze culturali in genere – esista il “progredire” verso la bellezza del Vero, che sarebbe reso possibile dal “superamento” della Tradizione. Forse che la verità dell’Essere “appare” oggi più autenticamente che nel passato? Ma ciò non reintroduce – nel sapere – un principio di tipo storicistico ed idealistico, dal quale siamo invece (fortunamente) ormai lontani?
        Il “vivo pensare” (Hegel) È di per sé già da sempre NUOVO: il pensiero infatti, pur prendendo forma nella storia, non è mai compiutamente DELLA storia.
        Affermava, a questo proposito, il filosofo padovano Giovanni Romano Bacchin che la Parola dell’uomo non “parla” del tempo dell’uomo – l’ESSER-CI heideggeriano – bensì “fa segno” all’ESSER-SI della coscienza universale, oltre ogni tempo.

  2. Mario, ti ringrazio per l’intervento, la questione NOE, se non sotto intende la liquidazione di tutto quanto prima può essere una risposta al bisogno di rinnovamento della poesia, rimango possibilista nell’attesa della mirabolante avventura editoriale cui fai cenno in chiusura. Tieni tuttavia presente che il Novecento è finito nel 1990, quindi da 27 anni, dopo di che il tempo sembra sia finito. Credo comunque che come sempre vadano separate crusca e farina buona. In parole povere il tuo scrivere ha bellezza e significato, purtroppo si stanno creando cloni che pensano per il solo fatto di scrivere frasi a la cazzo e slegate tra loro si possa fare poesia per frammenti ed essere NOE.
    Una roba simile in musica la fece George Martin con a Day in the Life dei Beatles, e tanto basta.

  3. LE PAROLE DEL SILENZIO

    Accolgo anch’io con sincero interesse la proposta di riattivare un dialogo spiacevolmente interrotto in altra sede, confidando qui nella reciproca intelligenza di una discussione libera da pregiudiziali ideologiche e autoreferenzialismi personali.
    Premettendo che le considerazioni seguenti non sono di tipo filologico-letterario, né presumono di dare un giudizio sulla inattualità o attualità “epocale” della poesia qui esemplificata dai testi di Mario Gabriele, cercherò di segnalare a livello teoretico generale (e con la massima chiarezza e sinteticità possibili) alcuni aspetti a mio avviso problematici del nuovo paradigma poetico, in nome di quello stesso riconoscimento filosofico cui proprio la N.O.E. ambisce tendere.

    L’accostamento terminologico, e dunque concettuale, di ontologia ed estetica suscita di per sé anzitutto una prima perplessità.
    Se per un verso “ontologia” indica, come noto, il discorso speculativo sull’essere, ovvero – seguendo le ancora preziose indicazioni heideggeriane – il discorso sull’essenza di ciò che “sta” a fondamento di ogni essente; e se per altro verso “estetica” rinvia al dominio della facoltà percettiva, della sensibilità e dell’immaginazione, ma soprattutto al dominio dell’arte, una “ontologia estetica” si propone (ripeto: perlomeno concettualmente) quale esclusiva forma di percezione dell’essere, o quale forma peculiare di percezione artistica della realtà. Ma come si può percepire la realtà, dunque in qualche modo ‘uscire’ da essa, per porre la realtà ad oggetto di una potenziale esperienza, sia pur artistica?
    Ciò viene infatti costantemente smentito al contrario dalla nostra esperienza effettiva e naturale, laddove ogni nostro oggetto di percezione, ogni nostra immagine E’ già da sempre NELLA realtà. Ci troviamo – ancora nelle parole di Heidegger – da sempre collocati, situati nella “apertura” dell’essere, ovvero entro un orizzonte ontologico che “si manifesta” già come dotato di senso, o meglio di sensi: tra queste modalità semantiche di essere della realtà, ovvero tra queste maniere con cui l’essere “presenta” se stesso, la percezione è dunque una fra le molte possibili sue “rappresentazioni”. Come ha mostrato di recente anche Fabrizio Desideri in un bel saggio di fenomenologia dell’estetico, la percezione (sia semplice che artistica), anziché “trasfigurare” – magari per una sorta di illuminazione – la realtà, ne è piuttosto una concreta “figurazione”. Il percepire è una prassi antropologica sempre “riflettente”, ossia mai astratta dalla corrispondente dimensione ontologica di cui è scoperta e, insieme, creazione: la percezione è insomma la realtà stessa portata ad (una) “espressione”.

    Punto estremamente delicato e controverso appare poi la questione del nulla. La N.O.E., più o meno esplicitamente, si propone in quanto poetica del “nulla significante”, sulla base della (presunta) identificazione ontologica fra l’essente e il niente.
    Evitando di entrare in difficili quanto sterili tecnicismi di logica filosofica, qui basti solamente sottolineare l’aporia che si cela in tale istanza nichilista. Condizione necessaria e sufficiente per poter identificare essere e nulla è la relazionalità tra i due termini: l’identità è infatti una forma di relazione. Ora, essere e nulla sono davvero “termini” di un rapporto? L’essere è uno degli elementi della relazione, o non piuttosto il “fondamento” di possibilità della relazione medesima? In effetti se l’essere fosse uno dei termini del rapporto, se l’essere quindi per così dire “risultasse” come prodotto della relazione qui posta, in che modo saprei che questo rapporto E’ tale? Se poi il nulla fosse a sua volta l’altro termine della relazione, l’aporeticità della proposizione sarebbe qui doppia: data infatti (per assurdo) l’identità tra essere e nulla, il nulla sarebbe l’ESSERE di una relazione che NON E’ una relazione.
    Il niente pertanto (con buona pace di Severino) non può essere “essente” in alcun modo, non può “significare” qualcosa: ogni significato presupponendo ciò (l’essere) di cui il nulla sarebbe – contraddittoriamente – negazione a priori.

    Un’ultima osservazione, in conclusione. Ben venga naturalmente qualsiasi ondata di rinnovamento in campo poetico, artistico e più in generale culturale. E ciò vale altresì, a maggior ragione, per la cultura filosofica (e scientifica), che non deve mai presumere di aver raggiunto la sintesi definitiva del sapere, per una malintesa definizione di Verità.
    Tutto ciò non dovrebbe però autorizzare, all’estremo opposto, una – seppur linguisticamente raffinata – celebrazione del “non senso” quasi fosse paradossalmente un Senso superiore. Proprio in questa direzione l’assunto perentorio di “anti-spiritualismo”, che caratterizza a chiare lettere la N.O.E. nelle parole di Gabriele (e che appare, a tutti gli effetti, una “teologia” rovesciata), contrasta vistosamente con l’obiettivo stesso di questo, come di ogni “nuovo” paradigma epistemico: la trasformazione del sentire e del comprendere, al fine di una sempre maggiore “trasparenza” del pensiero umano alla luce del Vero.
    Che genere di sentimento e di comprensione può nascere, invece, nella ricerca desolata di un “dire” che apparterrebbe al Silenzio?

  4. Mario, Claudio, Davide, vi ringrazio per la passione, l’interesse e la competenza che state mettendo in questo dibattito. Io faccio invece una constatazione di stampo prettamente politico.

    E’ vero, viviamo oltre la fine del tempo, è così dal 1990 dopo la fine del secolo breve e dopo due immani catastrofi, le guerre mondiali. L’innovazione tecnologica ha fatto sì che l’intero pianeta si trasformasse nel tanto abusato villaggio globale. Ci sono stati benefici significativi? No. L’unica esportazione vera che questo sistema ha prodotto è stata quella del sopruso e della diseguaglianza. Il mondo è dominato dal danaro e chi difende i diritti viene comprato, scompare, viene eliminato.

    E’ quotidiano il bombardamento di informazioni (vere o false, tutto e il contrario di tutto) che ci ha ridotti tutti a una certa refrattarietà anche di pensiero, e al rifiuto a priori di qualsiasi cosa. Lo scetticismo già avrebbe prodotto qualcosa di diverso e non il nulla. Niente di più facile quindi che il pensiero individuale e collettivo sia stato ridotto in frammenti sempre più piccoli e insignificanti.

    L’assenza di pensiero e della sua elaborazione produce danni irreversibili nelle persone, nei diritti umani di queste persone, alla loro felicità e alla loro vita. Tutti pensiamo come ci viene imposto, attraverso il quotidiano, continuo bombardamento di news di tutti i tipi. Se fosse vivo, il Dott. Goebbels avrebbe visto la totale realizzazione del suo pensiero in materia di informazione e propaganda. E’ giusto? Dico di no.

    Sulle cose e di qualsiasi cosa si tratti, va presa una posizione, va dato un giudizio.
    Non vedo quindi perché la poesia dovrebbe rinnovarsi attraverso tutta una filiera di NON.

    D’altronde la poesia di Mario Gabriele, che continua un percorso partito dal “Prufrock” di Eliot nel 1917, conserva un suo filo logico attraverso flash e continui rimandi comunque accessibili ai buoni lettori, e per questo emoziona e per questo rende nostalgici e tocca certe corde in chi la legge. Il talento di questo autore è quindi facilmente riconoscibile.

    Mi chiedo, anche da un punto di vista politico, filosofo non sono né ne ho nemmeno un’infarinatura, se sia giusto seguire l’andazzo. Perché la poesia dovrebbe mettersi a cantare la fine del tempo e del pensiero? Perché dovrebbe omologarsi a un sistema oppressivo che nega persino l’emozione, e le cui visioni del futuro sono soltanto post apocalittiche?
    A mio avviso dovrebbe invece costituire l’alternativa, la partenza verso QUALCOSA DI NUOVO CHE NON SIA QUESTO, MA VADA OLTRE QUESTO. Pertanto l’unico NON che metterei davanti a una parola è quello che metto davanti alla parole rassegnazione.

    C’è stata poesia dopo Auschwitz, ce ne può essere anche dopo la fine del tempo, che è SOLTANTO apparenza.

    • Ricevo via mail da Mario Gabriele:

      Caro Flavio,
      trovo molto dotta la tua Osservazione e la metabolizzo totalmente, senza alcuna obiezione. L’analisi critico-storica che fai della cultura nazista è più che onesta e accettabile. Era quello un periodo di revisione dell’Essere e dell’accomodamento nel sofà dell nichilismo nicciano e della teoria del Super Uomo. tanto da destabilizzare e depotenziare il concetto stesso di una umanità vista sotto un’altra filosofia, che la condannava alla sottomissione all’interno di un sistema totalizzante e autocratico.Allora non c’era più posto per il libero pensiero, tanto che venivano bruciate le opere di grandi autori, in aperto contrasto con l’ideologia nazista. La seconda guerra mondiale non è stata soltanto la deflagrazione del Male,ma anche l’immane progetto di una revisione totale di un nuovo sistema organizzativo e planetario nel quale non c’erano posto per altre razze diverse da quella germanica.E fu tutta una organizzazione maligna volta a giustificare un Programma nel quale il sistema burocratico, militare,ed economico doveva essere asservito al Grande Capo. In questa ottica trovano spazio i campi di prigionia: “Lo scopo del lager è l’annientamento dell’uomo, che prima di morire deve essere degradato in modo che si possa dire, quando morrà, che non era un uomo, parole queste tratte dal libro “In quelle tenebre” di Gitta Sereny .Il peggior nemico del pensiero è il pensiero stesso quando lo si indirizza verso il Male. Ma quando è propositivo, incalzante, ed evolutivo, senza paradigmi e sistemi teoretici, sempre soggetti alla revisione, allora si costruiscono grattacieli che nessun 11 settembre può frantumare. C’è un solo dato di fatto che può condizionare il volo del pensiero ed è la sottomissione dell’uomo agli apparati tecnologici, e virtuali, che nel prossimo futuro condizioneranno le società affollate di disoccupati, dando ai robot il compito della produzione industriale e di un nuovo Capitalismo lontano dal pensiero di Adam Smith. Quanto alla poesia, non so se è un bene per la società, tanto che si è completamente distaccata da ritenerla come disse Montale:”completamente inutile” .Eppure si scrivono versi di tutti i colori, retroattivi, emancipativi, legati al passato ma poco indirizzati verso il rinnovamento. Ciò mi porta a rivedere un poco il cammino storico della poesia, iniziato in Italia con la prima scuola poetica in Sicilia, attraverso la corrente filosofico-letteraria e il volgare italiano, presso la corte del re Federico II di Svevia, passando poi, attraverso i secoli nelle varie proposizioni e forme diverse l’una dall’altra, fino ai nostri giorni. Per questo motivo mi sento più vicino alle trasformazioni linguistiche e ai vari elementi strutturali che si alternano, onde evitare l’afasia, nè è possibile ancorarsi alla Tradizione come l’unica Cattedra in grado di esercitare una sola e unica lingua.

  5. Sono perfettamente d’accordo sia con l’analisi filosofica di Davide che con quella sociologica di Flavio e con la successiva puntualizzazione di Mario, che mi farebbe piacere coinvolgere in un dibattito di più ampio respiro, visto che Flavio chiaramente allude anche alla mia puntualizzazione circa la necessità di non rassegnarsi al nichilismo. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Mario. Sono d’accordo che occorra evitare l’afasia, ma non credete che sia necessario innanzitutto ridare profondità al pensiero poetico? A me non sembra che il problema consista nel rinnovare il linguaggio distanziandolo dalla Tradizione (che di certo non è il male primario), il che ridurrebbe la poesia a una questione prettamente linguistico-formale, quanto nel ridare spessore alla parola nel senso di accenderla di nuova luce del pensiero, dalla cui profondità la fantasia può rinascere trasformata.

    • Penso che la parola dia sostanza al pensiero. E’ chiaro che ci debba essere il Pensiero, diamine i poeti hanno inventato lingue, mondi, visioni, perché non dovrebbero farlo anche adesso?

      • Aggiungerei, ancora più radicalmente, Flavio: la parola E’ il pensiero medesimo che SA se stesso.
        Ecco perché si può sempre trovare il “poetico” nella filosofia e, per converso, la poesia è “filosofica” per essenza: a condizione, beninteso, che concetto e immagine non sprofondino negli estremi – entrambi nichilistici – del vuoto formalismo e del sentimentalismo autocompiaciuto.

  6. E’ con grande meraviglia che, rileggendo per intero gli interventi, peraltro molto interessanti e profondamente “onesti”, mi sono resa conto che ognuno dei partecipanti più o meno convinti al gruppo NOE, (metto insieme i fondatori e quelli che hanno aderito successivamente… per ragioni di spazio) ha vissuto questo rinnovamento della poesia seguendo una propria linea personale, diversa da quella degli altri!! Per fortuna è così! Caro Borghi, rispondo in ritardo alla sua risposta: sono perfettamente d’accordo con le sue osservazioni e con quelle di Flavio Almerighi: non potrei mai aderire ad una corrente poetica che assume come “base di lancio” il nichilismo, semmai si può parlare del superamento del nichilismo, con un lavoro di estrapolazione degli elementi più importanti per assumerli o contestarli. Il frammento poi, non può essere soltanto, è anche ” l’intervento della morte nell’opera d’arte ”(G.Rago), ma è anche un modo per raccogliere le schegge di realtà sopravvissute a questa sorta di pre-apocalisse in cui stiamo vivendo e tentare di riportarle in vita collegandole all’ “essere” della natura delle cose e delle persone e all’Essere da cui prendono vita ed energia. Io non escludo, perché la sto vivendo, dopo la “morte di Dio”, la sua Risurrezione, in un contesto radicalmente diverso da quello in cui Dio è effettivamente “morto” perché gli uomini lo hanno ucciso ancora una volta: sia innescando un processo irreversibile di condanna ideologica, sia, i cosiddetti “credenti”, riducendo a vuota ritualità i messaggi e i valori esistenziali presenti nei Vangeli o nelle altre religioni (o… realizzando il connubio tragico religione-politica le cui conseguenze sono sotto i nostri occhi.)
    La mia ulteriore riflessione parte dalla sua citazione, Borghi, che riporto qui:
    “Resto solo dubbioso circa l’idea, centrale per la Nuova Ontologia Estetica, che in poesia – ma ciò vale anche per la filosofia, e le scienze culturali in genere – esista il “progredire” verso la bellezza del Vero, che sarebbe reso possibile dal “superamento” della Tradizione. Forse che la verità dell’Essere “appare” oggi più autenticamente che nel passato? Ma ciò non reintroduce – nel sapere – un principio di tipo storicistico ed idealistico, dal quale siamo invece (fortunamente) ormai lontani?” Il progredire verso la “bellezza del vero” è qualcosa di appassionante per i poeti di tutti i tempi, ma si tratta di un progredire nella conoscenza del linguaggio e della sintassi poetica con cui “dire in poesia” la bellezza del vero: cioè scoprendo nuove analogie che creano suggestivi (e impensati prima) collegamenti tra le parole, inventando e posizionando nel verso parole con funzioni simboliche capaci di aprire a nuovi significati..etc. Non si tratta di ricadere nello storicismo, ma di sprofondaree nell’universo della parola e di intuirne con la propria sensibilità e il linguaggio che la esprime, i colori i ritmi le sfumature di significato.
    Quindi la NOE non ha un gruppo di poeti che ripetono le stesse formule poetiche e gli stessi stilemi , ma ha alcuni fondatori (M.Gabriele, G.Linguaglossa…e…?) che gà la vivono con modalità espressive molto diverse e altri estimatori venuti dopo che la interpretano, oltre ai “simpatizzanti critici” che cercano di modificare alcne posizioni per loro non condivisibili. La diversità delle posizioni è visibile al primo sguardo: si può fare un paragone tra la poesia di Gino Rago e quella di Giorgio Linguaglossa? Tra la poesia di Gabriele e quella di Lucio Mayoor Tosi?
    Sono distanti come la costellazione dell’Orsa e quella di Andromeda!
    Penultimo argomento: l’essere e il nulla sono inconciliabili, è vero…ma c’è un riflesso del NULLA nell’ESSERE e dell’ESSERE nel NULLA: questi paradossi speculari interessano me e , a quanto ho capito, quelli della NOE. Per ultimo il tema della morte: non coincide con il frammento, è dentro la vita: io, per esempio, la cerco nella vita: e, specularmente,nella MORTE cerco LA VITA. In questo mi sento, in qualche modo, erede (ribelle) dello storicismo.

  7. Che fatica! L’inizio afferma l’esatto contrario della pseudo-giustificazione teoretica di Lucio Tosi in merito alla definizione critica di «avanguardia» («qualcosa che non si possa ridurre a semplice tendenza o peggio che venga interpretato come una modernistica avanguardia» [Tosi] / «fatta eccezione per l’Avanguardia» [Giordano]). Ci sta che due autori della stessa «corrente» siano scollegati? Bah. Se la Noe si fonda su un concetto aristotelico, hanno cannato a chiamarla nuova ontologia estetica: Aristotele – come (quasi) tutti sanno bene [cfr. Auerbach]- considera l’arte come «rappresentazione», mimesis, cioè il contrario esatto di «frammento», termine maggiormente adatto alla lirica ellenica arcaica di Alcmane (cioè ad una cultura non logico-razionale, vicina ai c.d. Pre-socratici). «Credo che un buon poeta debba agire rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta» non significa niente e, ai miei occhi analitici, appare come una delle famigerate supercazzole heideggeriane su essere, ente, essenza, tutto, formulata in termini anacronisticissimi (Plotino). Per il riferimento al «frammento» – che niente c’entra con una nuova ontologia, affidandosi, al massimo, ad una nuova anti-ontologia- mi trovo d’accordo: da dieci anni origino frammenti ametrici e chorastici, e, sfortunatamente, se n’è accorto un critico (che ha iniziato, improvvisamente, a vaneggiare di «frammenti»). Temo, tuttavia, che la nozione di «frammento», non spiegata significativamente da Giordano, diverga dalla mia. Quindi, con mia estrema fortuna, non sono un Noe. Per finire, segnalo l’anacroniosticità, nel tardo-moderno, della dicotomia «soggetto» / «oggetto», messa in luce – in modo affascinante- da Davide, a cui “rimprovero”, esclusivamente, l’uso di un linguaggio heideggeriano; e l’anacronisticità della nozione di una «forma»-poesia quasi «neutra», sottolineata da Claudio, lontanissima dalle conclusioni del non-cognitivismo emotivista e normativista (da Ayer ad Hare): non esiste una forma senza contenuti emotivi e normativi (frastico/neustico). Quindi, ad una verifica teorica approfondita, la Neo, nasce da un fraintendimento storiografico, ha come nucleo una serie di supercazzole, non tiene conto delle teorie estetiche recenti, è logicamente contraddittoria («ontologia» / «estetica»), è sociologicamente infondata, è molto anacronistica. Non ci vedo niente di «nuovo»; non ci vedo niente di «ontologico» (a parte un certo scimmiottamento di Heidegger); non ci vedo niente di «estetico» (cioè di vicino alle recenti teorie della neuro-estetica, della psico-estetica e dell’estetica diffusa). Più che una Neo, una Neuro (nuova estetica urologica)?

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