letture amArgine: il nuovo libro di Claudio Borghi

Scrisse in una delle sue più belle canzoni/poesie Federico Fiumani dei Diaframma: “L’odore delle rose è una reazione chimica/se un giorno lo scoprissi non lo ameresti più? / Il senso delle cose è una coperta stesa/su un passato ancora vivo ma te lo ricordi tu ?”
Se un giorno scoprissi che la poesia può benissimo scaturire anche dalla mente di un fisico non la ameresti più? E’ singolare e stimolante la scrittura di Claudio Borghi, a dimostrazione che gli intellettuali completi, dediti sia alle scienze che alle lettere, esistono ancora. Claudio Borghi e l’indimenticato Ubaldo De Robertis ne sono fulgidi esempi.
Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo della sua città natale.
Oltre a essere noto per le pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate nazionali ed estere, ha dato alle stampe le due raccolte di poesie Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016). Imminente l’uscita de L’Anima Sinfonica per Negretto Editore http://www.negrettoeditore.it/
Da questo libro, disponibile a breve, è tratto il brano Tema della rosa (prologo e versi). Buona lettura.

Tema della rosa

La rosa è il simbolo dell’increato. Apre un mare di strana confusione metafisica, di impotenza a capire. Principio terreno del nulla, porta dell’assenza e della contemplazione del vuoto, la rosa è un gioco mentale, un’immagine di verità incompiuta, di silenzio, sostanza che racchiude lo sgorgare dell’invenzione. La rosa è l’implicito.

Rosa e cigno. Il cigno splende come luce di rivelazione, emotività della parola intraducibile, della parola creata che esteriormente rivela la vita. Il cigno è la bellezza aperta, la rosa la bellezza chiusa. Il cigno è la bellezza risolta, la rosa lo stupore isolato. Ogni rosa nasconde un cigno.

La mente trova infine se stessa come rosa staccata da sé, rinata nella coscienza rapita, preludio al distacco inconcepibile in cui il sipario dell’essere si chiude, alla resurrezione della rosa fisica nella rosa eterna.

Il mosaico del tempo brilla di luce strana. Il pensiero si abbandona alla misera vicenda quotidiana, dimentica la musica insondabile e inudibile colta in un semplice bagliore d’estasi. Il cuore lascia che il segno confuso della luce prenda forma nell’io nascosto, come una presenza di mattina diffusa.

*

Si apre ingrandendosi come la rosa
la mente di chiarore accesa,
dal nero incessante trae linfa e sale,

sale la forma attesa, si forma
il coro delle cose, si apre
ingrandendosi come la rosa –

la nota dal centro si dilata,
fiamma d’erba, gemma elementare,
battito silenzioso, luce alata,

nell’intonarsi invisibile del volo
cede la notte, si arrende il buio,
l’assenza impallidisce rivelata

splende l’acqua

cade l’ombra

svariano consistenze, trasparenze,
minima la vita freme in batter d’ali,
in massa dilagano fitte presenze,

il tempo scocca del non detto,
formandosi il verbo si accende,
verde calmo solca l’aria, netto

il coro si colma, cresce lento,
per il velo della coscienza
la luce inoltrandosi si diffonde

fino a spegnersi nel basso
tremare oscuro, sfiora la mente,
nel centro la tocca e la invade piano

– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi?

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?

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22 thoughts on “letture amArgine: il nuovo libro di Claudio Borghi

  1. Grazie, Flavio, per la preziosa ospitalità nel tuo sito, l’essenziale quanto attenta nota sulla mia scrittura poetica e l’annuncio dell’uscita de L’anima sinfonica presso Negretto editore (il libro dovrebbe essere disponibile entro fine mese in tutte le librerie o rivolgendosi direttamente all’editore).

    Il testo, che si presenta come un arazzo metafisico tessuto di aforismi e versi, risale in buona parte (per circa i 4/5) al 1978-80 (ero studente liceale-universitario), mentre il restante quinto è stato composto nel 1996-97. E’ evidente la tensione mistico-religiosa che percorre tutto il lavoro, immerso nella dialettica dolorosa, che permea l’esistenza umana (e non solo), tra spirito e materia. Si tratta di un’opera, per quanto giovanile, per me di grande importanza, in quanto le radici di Dentro la sfera e de La trama vivente sono in questo itinerarium teso, emozionato, sul filo di una rapsodia musicale il cui esito rimane da principio a fine incerto e sospeso. Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia, potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico. Questa è la chiave di lettura fondamentale de L’anima sinfonica, in cui gli aforismi scandiscono inizialmente un ritmo profondamente affine a quello di Wittgenstein (o di Spinoza), per liberarsi a poco a poco dalla prigione della ragione logico-matematica in voli di rarefatta, mistica (purché l’aggettivo non venga frainteso) poesia. La metafisica totale, quasi senza respiro, in cui mi trovavo immerso, una sui generis metafisica della luce (nel senso non tanto di Elytis, che allora non avevo letto, quanto del Juan Ramon Jimenez della Stagione totale o del Plotino delle Enneadi), si sposava, in una sorta di contrappunto poetico-musicale, con la teologia negativa della notte oscura di Juan de la Cruz o di Nicola Cusano, in una straniante quanto per me feconda prospettiva di possibile conoscenza empirica di una dimensione oltre l’io, a cui si accede dimenticando il sé contingente. La scienza sarebbe venuta dopo, la ricerca in fisica teorica sarebbe diventata il contrappeso necessario a non naufragare in un mare di soverchiante spiritualità.

    Recentemente, dopo aver letto riflessioni sull’essere, il nulla e il vuoto proposte su una rivista che ben conosci come annunci di radicale rinnovamento poetico, mi sono detto: io pensavo e scrivevo in quest’ottica quarant’anni fa, all’epoca de L’attesa nel nulla e Itinerario verso l’ultimo, le prime due sezioni de L’anima sinfonica.

    Scrivevo, nell’Itinerario verso l’ultimo:

    Il poeta disse: la materia è illusione.

    E ancora: l’essere non abita in noi e il pensiero è un crear nulla, e il vedere un cogliere nulla in cui le cose si accendono. Il nucleo non emana, non crea pienezza. La creazione si rivela non come un venir d’essere, ma come un nulla di cose e luce, un essere vuoto e semplice, senza forma.

    Strane frasi che si diffusero nel tempo in un mattino già oscuro al ricordo. Il poeta vide un cerchio, e capì che era l’immagine del tempo, e il cerchio era un solo punto, un attimo abitato dal passato e dal futuro che riposavano in quiete di presente, nucleo senza diffusione, senza spazio, senza divenire, senza durare.

    Il tempo non viene dal nucleo, è un durare sospeso e statico, e il pensiero è nulla, il mondo tutto un venire di nulla allo sguardo. Il cerchio è un riempirsi di essere, un’emanazione coincidente che impaurisce la coscienza dei viventi. Il problema è il tutto presente agli occhi e alla mente, l’illusione di vivere nel mondo, il punto che si fa cerchio. Il filosofo scruta il tutto, vede il nucleo farsi cerchio, crede all’una sostanza, sente il durare del tempo che non conosce il nucleo.

    Il nucleo è un punto per il cerchio del tempo, profondità inattingibile.

    Si innalza la calma delle labbra, in un silenzioso respiro.

      • No, Angela, perché dici questo? Il dettagliato commento è riferito a questo nuovo libro, in quanto coinvolge temi circa i quali sono in atto discussioni accese dove sai. Non nasce da distinzioni tra persone, perché mai dovrei farle? Io sento in te e in Flavio la stessa apertura, siete per me interlocutori ugualmente preziosi.

      • Dico quello che vedo, Claudio, semplicemente. E che tu sia una persona capace di dialogo e confronto lo so e proprio per questo ho rilevato in questa sede libera come aria pura, le poche parole che hai avuto sul mio Sasso che, non nascondo, in fondo in fondo si fregia da anni di poche chiacchiere e molto frutto.

  2. OLTRE LA PAROLA: LA “POIESI” DEL LOGOS

    Non si può che accogliere con piacere l’arrivo di questo nuovo testo di Claudio Borghi che, superando le comode ma sempre sterili classificazioni categoriali, e senza nulla concedere a facili suggestioni, propone una possibile sintesi linguistico-teorica fra generi epistemici e media espressivi differenti quali sono l’immagine poetica e il concetto filosofico.
    Trovo anzitutto profondamente intrigante, nelle intenzioni dell’Autore, il progetto di far comunicare in un unico orizzonte semantico universi speculativi che potrebbero sembrare ad una prima lettura distanti e inconciliabili, non solo in senso storico-temporale: il logicismo neo-empirista di Wittgenstein e l’henologia neo-platonica di Plotino, passando per il pan-enteismo logico di Spinoza.
    Eppure ciò può accadere laddove la “logica” messa all’opera nella riflessione – qui, come nelle grandi prospettive teoretiche appena ricordate – non è quella astratta e formale dell’intelletto discorsivo, bensì quella concreta e sostanziale del Logos: si tratta del “dirsi” dell’Essere stesso, del “manifestarsi” della Cosa agli occhi e alla mente del pensante attraverso l’esperienza di un’anticipazione eidetica – insieme cognitiva ed emozionale – che (similmente all’ “epoché” husserliana) precede ogni oggettivazione e conoscenza determinata.
    Non stupisce pertanto che l’Autore sottolinei la dimensione spirituale intrinsecamente connaturata a tale operazione. In effetti la parola che qui viene cercata (e forse trovata) dice il “limite” di ogni dire possibile. Ma ciò non significa – si badi – inneggiare all’ineffabile come al Totalmente Altro dal pensiero, bensì corrispondere al Medesimo, ossia al pensiero stesso che svuotandosi della propria costitutiva finitezza “finisce” per accogliere l’Infinito nella sua enigmatica presenza: nel suo essere cioè “presente” ad una coscienza universale che si afferma nel momento fatale in cui “nega” (pur senza obliare) il proprio sé individuale.
    Nella forma di una vera e propria “poiesi” metafisica – con la sua programmatica indecisione virtuosa oscillante tra figurazione immaginativa ed argomentazione noetica – Claudio Borghi si offre insomma di portare ad espressione la tragicità ontologica del nostro essere-al-mondo.
    Così, nella direzione qui intrapresa può diventare a mio avviso nuovamente praticabile il dialogo con la tradizione critica dell’hegelismo novecentesco (si consideri ad esempio la “dialettica negativa” nella teoria estetica di Adorno), alla luce della sempre più evidente e pressoché irreversibile crisi del paradigma decostruzionista, e in generale postmoderno, erede di tanta ermeneutica heideggeriana. Un referente, la metafisica dell’Assoluto di Hegel, con cui (prescindendo com’è ovvio dall’ormai lontana volontà di sistema idealistica) “L’anima sinfonica” mostra di avere una forte affinità elettiva, giusta la qualificazione musicale che compare fin dal titolo e che – libera da qualsiasi moto rapsodico di vuoto irrazionalismo – non è estranea all’incedere razionale dell’intellegibile nella Fenomenologia dello Spirito.

  3. Ringrazio Davide per questa densa quanto penetrante nota critica che coglie il carattere peculiare di una scrittura che, tramandosi di pensiero e poesia, cerca di esprimerne l’essenza profonda. Essendoci precluso ogni possesso definitivo, essendo il divenire solo un flusso di visione che contiene l’essere e il nulla in sfuggente coesistenza, la poesia può illusoriamente trattenere la vita solo in forma di energia visionaria e forza del pensiero. La filosofia ha un cuore necessariamente poetico, anche nei trattati più duramente speculativi dietro il rigore delle proposizioni teoretiche pulsa un nucleo inattingibile, un’emozione indicibile. I filosofi, quando hanno colto bagliori della profondità ultima, hanno solo espresso, come ha scritto in altro contesto molto efficacemente Davide, la partecipazione del pensiero alla luce della verità, che non si dà al singolo, ma di cui il singolo si fa semplice ricettacolo, spegnendo ogni presunzione di poterla possedere. La spiritualità e la razionalità non sono espressioni antitetiche o poli inconciliabili: hanno la stessa radice, ogni dualismo scompare nella luce della sintesi poetica.

    La poesia non deve cercare nella filosofia o nella scienza le idee che ne possano costituire il fondamento: deve diventare luogo di generazione di pensiero autonomo, assistere allo sbocciare dell’idea in forma di invenzione immaginativa, offrire essa stessa alla filosofia e alla scienza spunti per crescere e rinnovarsi. La strada è difficile in quanto richiede un’immersione profondissima in cui il sé, presunto soggetto delle idee, presto si dissolve. Non dimentichiamo che la scienza e la filosofia più grandi sono sempre nate da una visione, dalla possibilità di una nuova armonia. E nuova armonia non nasce dalla disgregazione frammentaria (che qualcuno concepisce addirittura come novità di rinnovamento poetico), ma dal tentativo di ricostruire un senso, di riattingere un centro da cui possa trovare consistenza una nuova totalità.

    Riporto di seguito alcune note che ho scritto nella Postilla conclusiva al libro. Credo possano chiarire il valore di un’esperienza creativa fondamentale e decisiva nello sviluppo del mio cammino poetico.

    “Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, ha trovato forma sinfonica un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica, proprio perché è nulla, non ha ancora o non vuole cadere in una forma chiusa o in uno stile prefissato. Ecco allora che l’unico modo, immediato quanto precario, che le sia concesso per esprimersi è il segmento visionario, l’accensione aforistica dell’intuizione che si brucia in una o in poche righe. La sostanza del canto o della musica si risolve in una materia subito spenta nella cenere dell’opera, lascito di una volontà che, potente e piena nel momento del farsi e delinearsi degli spazi dell’invenzione, rimane spoglia, inerte e sola, come ogni creatura dopo aver consumato l’esperienza della vita. In questo sta la differenza tra una scrittura unica e ultima e la maggior parte delle esperienze di scrittura letteraria o filosofica, che ambiscono a delineare e abbellire un quadro, una visione da lasciare alla contemplazione di chi rimane”.

    • Comincio da te perché mi trovi in accordo perfetto: “La poesia non deve cercare nella filosofia o nella scienza le idee che ne possano costituire il fondamento: deve diventare luogo di generazione di pensiero autonomo, assistere allo sbocciare dell’idea in forma di invenzione immaginativa, offrire essa stessa alla filosofia e alla scienza spunti per crescere e rinnovarsi. La strada è difficile in quanto richiede un’immersione profondissima in cui il sé, presunto soggetto delle idee, presto si dissolve. Non dimentichiamo che la scienza e la filosofia più grandi sono sempre nate da una visione, dalla possibilità di una nuova armonia. E nuova armonia non nasce dalla disgregazione frammentaria (che qualcuno concepisce addirittura come novità di rinnovamento poetico), ma dal tentativo di ricostruire un senso, di riattingere un centro da cui possa trovare consistenza una nuova totalità.”
      Complimenti, Claudio, per la sintesi luminosa tra scienza e poesia!
      Sono d’accordissimo, la poesia è un nucleo di luce originaria che nasce dal misterioso rapporto tra chi la scrive e il momento del tempo, l’emozione, l’evento, il verso di un altro poeta, il volo di un passero… che toccano e magicamente creano le condizioni per la nascita del “nuovo”: è dal “bambino poetico” che possono aprirsi le nuove vie della poesia. Egli (non dimentichiamo il bambino è la Poesia) cresce e balbetta le parole che sempre brillano per la meraviglia di scoprire il mondo per la prima volta: come e perché questo accada non è dato sapere: accade e basta…e il mondo cambia sotto gli occhi stupefatti di chi crea o legge o chi magari si accorge per la prima volta del raggio di sole sulle foglie o del volo del passero tra i rami che si muovono al vento…magari perché l’ha letto in una poesia e lo cerca a sua volta nella vita. I frammenti della NOE comunque, salvo casi eccezionali, non sono da considerare come i “cocci” ormai inservibili tramandati dalla tradizione, ma come schegge di realtà che colpiscono, feriscono, risvegliano la poesia (i poeti) dormiente-i. E in questo senso, insieme alle innovazioni de La Nuova Ontologia Estetica possono farci percorrere strade nuove. Comunque ho notato che le poesie dei partecipanti al gruppo NOE sono molto diverse tra loro e non esprimono quasi mai una modalità comune a tutti di poetare! Perciò, niente esitazioni: anche il frammento contiene il tutto e perciò può essere il principio di un tutto rinnovato, l’innesco d’una deflagrazione poetica che stava maturando in silenzio…

      • Grazie, Mariella, per questa nota. C’è qualcosa che comunque non mi torna circa l’atteggiamento dei poeti che si ritrovano sotto l’egida della NOE: si professano umili cultori del frammento, nichilisti e atei convinti, ma hanno un atteggiamento tutt’altro che umile nei confronti di chi non si mostra in linea con la loro poetica. Tu scrivi cose estremamente condivisibili dal mio punto di vista, ma temo che non sia in linea col tuo sentire chi in quel gruppo si crede portatore di una novità estetica rivoluzionaria, al punto che coloro che ne disconoscono la portata sono stati costretti a non partecipare serenamente alle discussioni. Prova ne sia che qualsiasi obiezione critica circa l’interpretazione delle teorie scientifiche o delle idee filosofiche che sentono alla radice della loro nuova estetica viene stigmatizzata come tradizionalista o ancorata a un’idea obsoleta di letteratura. Ogni tentativo fatto a suo tempo per tessere un dialogo, all’insegna del confronto dialettico, è stato poco valorizzato se non denigrato utilizzando modi palesemente prevaricatori. A ben vedere il frammento e il nichilismo, visti come indici di modernità poetica e di liberazione dallo spiritualismo (interpretato come segno di un sentire non al passo coi tempi), sono a mio avviso un indice di sterilità creativa, in quanto, riproponendo forme avanguardistiche o facendo leva sulle scoperte e le idee filosofiche e scientifiche, si maschera la difficoltà a trovare dentro di sé, in un processo vitale, quindi interno, di crescita, autentica novità e profondità.

  4. Mi trovate d’accordo. Il Novecento è stato un secolo molto breve, il secolo breve per autonomasia. Iniziato con le stragi franco tedesche nel 1914 e terminato a Berlino con la caduta del muro nel 1989. La poesia è talmente libera da non curarsi di tempi e di modi, di epoche e di moti. La poesia è una visione che sa dove vuole arrivare e le altre scienze non possono e non sanno determinarla né dirigerla. In fin dei conti ci troviamo di fronte alla più libera e incatalogabile delle arti, trovo molto pertinente quindi quanto afferma Inchierchia, che ringrazio per la visita e per il bellissimo commento, sperando che il dialogo continui.

  5. Per quanto mi riguarda, Flavio, ti esprimo tutta la mia gratitudine per il senso di libertà che sto provando qui, a cui non ero più abituato, visto che ogni mio intervento, nel luogo che sai, veniva attaccato come se nascesse da intenzioni belligeranti e ostili, laddove è evidente che solo nel confronto dialettico ci si può arricchire a vicenda. Mi auguro anch’io che il dialogo continui e mi fa piacere che tu senta la poesia come una visione libera e autonoma, che non deve farsi dirigere o dominare da nessun’altra disciplina, filosofica o scientifica che sia. E’ quello che acutamente ha rilevato Davide, è quello che ho tentato di fare in tutti i miei libri, incluso L’anima sinfonica.

  6. COME UN FIORE CHE SBOCCIA

    Ringrazio Flavio Almerighi per la gentile accoglienza, nonché per questa preziosa occasione d’incontro e confronto.
    A conferma di quanto stiamo dicendo, Claudio, nella fattispecie in merito alla comune fonte “spirituale” cui attingono i linguaggi della poesia e della filosofia, vorrei proporre un celebre passo della Fenomenologia in cui Hegel illustra con singolare efficacia espressiva (altrove non sempre raggiunta) la sua peculiare concezione del sapere, attraverso un succedersi di immagini che esibisce quella musicalità nello stile concettuale cui prima accennavo, peraltro in suggestiva sintonia con il tuo “Tema della rosa”:

    “Il bocciolo dilegua nel dischiudersi del fiore,
    e si potrebbe dire che quello viene smentito da questo;
    allo stesso modo la comparsa del frutto rivela che il fiore
    è una maniera apparente di esistere della pianta,
    e il frutto ne prende il posto come verità di essa.
    Queste forme non si limitano ad essere differenti,
    ma in quanto reciprocamente incompatibili,
    si rimuovono a vicenda.
    La loro natura fluida ne fa però, al contempo, momenti
    dell’unità organica, in cui non soltanto esse non sono in contrasto,
    ma l’una non è meno indispensabile dell’altra:
    ed è solamente questa pari necessità a costituire
    la vita del tutto.”
    (Hegel, Fenomenologia dello Spirito, p. 4).

    Analogamente, in un altro importante scritto delle “Lezioni di estetica”, Hegel afferma:

    “Nel germoglio, in questo punto piccolissimo,
    che non è certamente un punto geometrico,
    ma è pur sempre qualcosa di minimo,
    in questa unità dove non c’è ancora nulla da distinguere
    o che mostra solo una distinzione insignificante,
    sono contenute tutte le determinazioni che l’albero mostrerà.
    L’intero albero è contenuto nel germoglio in modo ideale,
    e cioè soltanto in sé.
    Se il germoglio si sviluppa dando luogo all’albero,
    quest’ultimo è la realtà del germoglio.
    Il germoglio è il concetto dell’albero,
    l’albero la realtà (…).
    L’unica vita che è presente nell’albero,
    nei rami, nelle foglie e nei fiori è il suo concetto,
    che esiste come vivente.”
    (Hegel, L’idea e l’ideale, p. 157).

    La metafora del fiore che sboccia, oltre ad evocare non certo casuali reminescenze antiche (la più diretta fonte di Hegel è senz’altro “Il pellegrino cherubico” di Silesio, poeta e mistico molto caro al pensatore tedesco), descrive qui con grande pregnanza lo scandirsi dialettico della razionalità, nel quale la parte – anziché essere datità isolabile astrattamente – “partecipa” della concreta vita dell’Intero.
    Una confortante riprova che anche la più rigorosa delle imprese filosofiche, lungi dall’esaurirsi nella conchiusa certezza di un preteso concetto “generale” – come spesso è stata semplificata e fraintesa, da un’ermeneutica francamente fin troppo caricaturale, la metafisica hegeliana – si rivela esplicazione mai definitiva a partire da un seme “generativo” sensibile prima che sensato, rappresentativo prima che cognitivo, figurale prima che intellettuale.
    Parafrasando l’allegoria platonica della Caverna, l’idea speculativa diviene tale solo se ha la forza di tornare a ‘specchiarsi’ nella viva materia dell’esperienza: è questa inesauribile riflessività umbratile – che seppur di scorcio “appare” in ciascuna nostra comprensione del reale – l’ “essenza” originaria di ogni vero pensare.

  7. Grazie, Davide, per queste preziose osservazioni e la citazione di un Hegel che, a prima vista, appare “insolitamente poetico”. A ben vedere il pensiero di Hegel, risolto nel congegno perfetto del Sistema, che per certi aspetti può essere inteso come un dispositivo logicamente chiuso, senza possibili sviluppi speculativi, nasce da una radice profondamente spiritualistica, legata a doppio filo al pensiero dei mistici tedeschi medioevali e del quattrocento, cinquecento e seicento, in particolare Angelus Silesius, Nicola Cusano, Jakob Böhme e Meister Eckhart (che avrà grande influsso anche su Heidegger). Hegel ebbe come compagno di studi, oltre a Schelling, anche Hölderlin. Ho sempre pensato che l’opera di Hegel, strutturata come una immensa cattedrale del Concetto, e quella di Hölderlin, pulsante in un flusso emozionale autenticamente sinfonico, avessero un’identica fonte: il trauma dell’ente che si apre nell’immensità imprendibile del reale, quindi dell’Essere e del Nulla fusi nel flusso del Divenire, a cui l’anima reagisce in forme diverse, in ogni caso fiorendo come rosa di pensiero, poetico o razionale. Nel profondo non c’è differenza tra spiritualità e razionalità: logica e poesia nascono dalla stessa radice: la sproporzione dell’anima di fronte all’enormità del mistero. Cambia solo la forma della sinfonia.

    • Carissimo Claudio…assente per motivi di salute, sono tornata da Flavio per leggere di voi e mi hanno colpito le tue parole:
      ” Ho sempre pensato che l’opera di Hegel, strutturata come una immensa cattedrale del Concetto, e quella di Hölderlin, pulsante in un flusso emozionale autenticamente sinfonico, avessero un’identica fonte: il trauma dell’ente che si apre nell’immensità imprendibile del reale, quindi dell’Essere e del Nulla fusi nel flusso del Divenire, a cui l’anima reagisce in forme diverse, in ogni caso fiorendo come rosa di pensiero, poetico o razionale. Nel profondo non c’è differenza tra spiritualità e razionalità: logica e poesia nascono dalla stessa radice: la sproporzione dell’anima di fronte all’enormità del mistero.”
      Credo anche io che logica e poesia nascano da una stessa radice, anche se la poesia può andare oltre la logica nell’intuizione del mistero dell”Essere.
      Mi piacerebbe riprendere il dialogo anche con voi, ma non è facile impegnarsi così a fondo in vari ambienti poetici quando le forze vengono a mancare.
      Comunque vi sono vicina. Ci sentiremo presto!
      Mariella (sono io Londadeltempo!)

  8. A ben vedere, siamo tutti immersi in qualche forma di fede, nel Nulla o in Dio, non c’è differenza. Credo che in definitiva costi più sofferenza pensare che ci sia qualcosa piuttosto che niente, dopo il nostro tempo di vivi. Dio, ammesso esista, è un problema, non una pace armonica. Quello che mi disturba di più è che qualcuno confonda la spiritualità con l’integralismo religioso o con l’oscurantismo irrazionalistico. E’ semplicistico pensare che Meister Eckhart o Juan de la Cruz fossero devoti appagati, di certo vivevano l’esperienza mistica come una sofferenza e una privazione, e Dio un limite, una lacerazione, piuttosto che una pienezza di luce eternamente compiuta e appagante. Lascio un tema di riflessione, che può interessare sia chi crede che chi non crede. Visto che pare di gran moda dover prendere atto della morte di Dio e considerare la spiritualità come una forma di irrazionalismo o di pericoloso oscurantismo (di questo io stesso sono stato accusato), si pensi di dover tarare la mente su qualcosa oltre la vita, non sul niente. Chiunque si professa contrario ad ogni forma di spiritualità, quindi tarato su una visione integralmente razionalistica, pensi a come potrebbe districarsi, dopo che ha concepito solo materia e annichilamento della mente e del corpo. Pensi a un qualsiasi eventuale oltre e realizzerà che c’è molto più tragico nel concepire questo oltre che appagarsi nella stoica rassegnazione al non esserci alcun senso. E’ la ricerca del senso che rende tragica l’esistenza, molto di più che la rassegnazione (o l’appagamento) nel sentirsi un frutto che si sfalda producendo pensiero.

  9. TRAGICA VERITA’

    Condivido profondamente, Claudio, queste tue ultime osservazioni.
    Come s’è cercato di approfondire anche in altra sede (ma il muro del pregiudizio rendeva di fatto impossibile sostenere qualunque tipo di tesi che non fosse a priori già allineata alla sedicente là riunita “comunità letteraria”), spirituale è la ricerca stessa di un senso, non il senso eventualmente trovato: è la domanda, non la risposta. Ed è proprio l’oggettività della domanda che mi pare ineludibile, indipendentemente dalle convinzioni soggettive di ciascuno.
    Hai nominato il Cusano, fra gli esponenti della grande tradizione metafisica occidentale senza la quale persino la fenomenologia hegeliana risulterebbe quasi del tutto incomprensibile.
    Scrive Niccolò da Cusa nella sua opera più nota, in uno di quei mirabili esempi di sintesi tra razionalità scientifica e pensiero meditante di cui è celebre il filosofo rinascimentale:

    “La verità non ha né gradi, né in più né in meno, e consiste in qualcosa di indivisibile. […] Perciò l’intelletto, che non è la verità, non riesce mai a comprenderla in maniera tanto precisa da non poterla comprendere in modo più preciso, all’infinito; […] ha con la verità un rapporto simile a quello del poligono col circolo: il poligono inscritto, quanti più angoli avrà, tanto più risulterà simile al circolo, ma non si renderà mai uguale ad esso, anche se moltiplicherà all’infinito i propri angoli, a meno che non si risolva in identità col circolo medesimo”.
    (De docta ignorantia, I, 2-10)

    Ora, il tanto celebrato relativismo novecentesco che – in realtà con non poche forzature – viene fatto risalire al prospettivismo nietzscheano e che ancora oggi rappresenta, tutto sommato, la Weltanschauung dominante nella nostra epoca, crolla a mio avviso di fronte alla lucida radicalità di queste parole del passato.
    Che la ricerca della verità sia destinata, per noi, a rimanere asintotica NON è affatto una prova sufficiente a sancire l’illusorietà o la vanità di tale ricerca: perché – come il poligono nella proposizione cusaniana – è proprio il nostro approssimarci alla verità ciò che ci rende più “veri”.

    Lo stesso Nietzsche, notevole conoscitore degli antichi linguaggi, di contro alla vulgata che lo vorrebbe il padre dell’anti-spiritualismo contemporaneo, non ha mai barattato la fin troppo citata “morte di Dio” per una semplicistica e banale professione di ateismo. Essa infatti (con buona pace dei tanti nichilismi autocompiaciuti) non viene mai disgiunta dall’ “eterno ritorno dell’identico”, quell’attimo in cui – nei termini dell’allegoria nietzscheana – l’uomo si trasforma in Oltreuomo: nella infinita morte di Dio ciò che muore è infatti il “morire” medesimo del finito.

    Concludeva ancora una volta Hegel in merito a questa tragicità della coscienza – che è al contempo coscienza del tragico – un passo che non dev’essere sfuggito al profeta di Zarathustra:

    “Proprio perciò l’immutabile tutto che entra nella coscienza
    è nel contempo toccato dalla singolarità,
    ed è presente soltanto insieme con questa;
    e la singolarità, lungi dall’essere stata cancellata
    dalla coscienza dell’immutabile,
    non fa che comparirvi di continuo.
    In tale movimento però la coscienza infelice
    sperimenta appunto questo presentarsi della singolarità NELL’immutabile
    e dell’immutabile NELLA singolarità”.
    (Hegel, Fenomenologia dello Spirito, p. 145)

  10. Propongo al dibattito queste riflessioni su Dante, ritornando ad un tema molto presente nei testi di Claudio: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza.

    SULLA METAFISICA DELLA LUCE
    (Una lettura contemporanea di Dante)

    Se è vero che la cosmologia dantesca nel «Paradiso» riflette una concezione fisica e astronomica (quella di matrice aristotelico-tolemaica) che oggi noi consideriamo scientificamente inaccettabile – l’ordine gerarchico dei pianeti e delle sfere celesti come entità sovrannaturali – ciononostante è possibile oggi, forse più che in passato, riconoscere il valore e il significato specificamente allegorico e speculativo di tale cosmologia, per nulla inficiati dalla suddetta cornice tradizionale cui comunque essa rinvia.
    Il «Paradiso» può essere inteso, in effetti, come una grande opera architettonica dello spirito, fondata su una altrettanto grande esperienza metafisica della luce. L’identificazione cara a Dante tra cieli cosmici e cieli angelici, per noi apparentemente così problematica, può invece diventare nuovamente intellegibile se riconsiderata a partire dall’idea della luce come principio ontologico costitutivo della realtà tutta.
    È acquisizione del nostro secolo la natura elettromagnetica delle strutture più profonde che compongono la materia: dopo la sintesi epistemologica einsteiniana, col nuovo paradigma relativistico e la connessa riconfigurazione energetica della meccanica galileiano-newtoniana, sappiamo che al di sotto dei fenomeni spazio-temporali vi è la dinamica “immateriale” della luce. A prescindere dalle diverse implicazioni (anche configgenti) che rendono non certo univoca l’interpretazione offerta dalla comunità scientifica odierna alla teoria della relatività generale, un punto è senz’altro dato per condiviso: la luce è il centro assoluto del pur policentrico universo conosciuto.

    Ora, senza dover spingersi fino all’estremo di chi vede nel cosmo dantesco una tanto mirabile quanto improbabile intuizione epistemica che addirittura anticiperebbe di sei secoli le scoperte della fisica novecentesca (cfr. H.-R. Patapievici, “Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?”, 2006); ma anche, all’estremo opposto, evitando di sovra-interpretare la simbologia dantesca dei mondi ultra-terreni in senso prettamente mistico o esoterico (è questa, come noto, la classica tesi in chiave orientalista di Guenon, che ravvisa nella Divina Commedia un viaggio iniziatico verso l’Illuminazione); è indubbio che nella terza cantica si raffigura un universo non perfettamente allineabile con il cosmo della tradizione scolastica medievale: a quella tradizione Dante sovrappone altresì la propria personalissima visione metafisica (e teologica) della luce, in una forma che non contrasta affatto – ed anzi può comunicare – con la forma del nostro universo post einsteiniano.
    Se riteniamo la luce, in termini abituali, come una sorta di ‘contenitore’ percettivo dei corpi con cui interagiamo nell’esperienza quotidiana, la stessa luce intesa in termini relativistici non è qualcosa che possa ‘aggiungersi’ dall’esterno ad una materia di per sé già esistente e compiuta. Al contrario, la luce costituisce l’essenza primaria della materia, la sua costante fonte generatrice, la materia essendo non altro che il “correlativo oggettivo” della luce medesima. Superato il limite della superficie percettiva del mondo, quando si raggiunge il nucleo più intimo della realtà, luce e materia si trovano di fatto in un rapporto rovesciato rispetto al comune riscontro empirico: qui infatti è la luce per così dire a ‘contenere’ la materia dall’interno di sé (cfr. i recenti studi sulla gravitazione quantistica proposti in C. Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”, 2014).
    Analogamente, nel «Paradiso» Dante, oltrepassato il limite sub-lunare del mondo terrestre, inizia un percorso di salita preceduto da un ‘rovesciamento’ della realtà materiale reso possibile proprio dalla attrazione della, o meglio, nella luce. Aspetto decisivo, a caratterizzare l’ascesa di Dante attraverso i cieli che lo condurranno fino all’Empireo, è infatti lo “spirare” luminoso delle anime susseguenti: non, si badi, nel consueto senso (aristotelico-scolastico) che le anime si troverebbero già in una luce preesistente in cui sarebbero assorte in statica contemplazione; bensì, tutt’al contrario, nel senso dinamico – assolutamente originale dantesco – che le anime sono chiamate a “trasmettere” in libertà la luce che ricevono, ciascuna in una diversa intensità di rifrazione corrispondente alla peculiare “qualità” interiore del loro spirito.
    La materia, la sostanza di questi «spiriti costellati» – come Dante suggestivamente li definisce – si rende dunque progressivamente intuibile, visibile agli occhi e alla mente del poeta-profeta, in ragione della minore o maggiore ‘trasparenza’ alla luce. Un’unica e sola luce determina qualitativamente le distinte “singolarità” delle anime: ne costituisce l’“identità” essenziale, come risposta alla vocazione di quella «alta gravità» dell’Uno che Dante (attraverso il linguaggio neoplatonico di Bonaventura) illustra con lucida razionalità teoretica, quasi geometrica, senza nulla concedere al dogmatismo della sua epoca, ad una religiosità ormai irrigiditasi in categorie vuote di pensiero.

    L’uni-totalità, l’irradiarsi “centrale” della luce dell’Essere, in cui si può riassumere l’intera novitas del Paradiso dantesco rispetto alle altre coeve rappresentazioni medievali dell’universo, solo al prezzo di un ingenuo macroscopico riduzionismo può essere allora tacciata di anti-scientificità o ricondotta ad un (malinteso) immaginario spiritualista che sarebbe oramai ‘superato’ dalla moderna conoscenza della realtà. La prospettiva che Dante mette all’opera mostra, al contrario, di saper ancora parlare alla nostra sensibilità ‘laica’ contemporanea: ciò accade qualora la conoscenza ontologica sia riscoperta finalmente quale espressione di una più ampia dimensione analogica.
    Così come la luce fisica, nella modalità in cui oggi la pensiamo, trae dall’interno la materia oscura verso l’“unità” dell’originario centro cosmico (secondo una delle potenziali spiegazioni disponibili sul fenomeno dell’anti-materia, legato al controverso problema cosmogonico del Big Bang), così la luce metafisica nella visione dantesca trae ogni esistenza “in unitatem” verso l’Origine: ciascun essente – oltre il proprio sé contingente – può riconoscere se stesso nella “presenza” dell’eterno Inizio (cfr. M. Cacciari, “Della cosa ultima”, 2004).
    Nessuna contraddizione tra mondo materiale e mondo spirituale: anche l’immanenza della realtà nasce infatti dall’unico trascendimento operato dalla coscienza, che è “luce” poiché manifesta se stessa a sé. Nessun dualismo si rende insomma necessario tra intelletto e anima, nessuna paradossale “doppia verità” nel sapere; la Verità è già da sempre una e in atto, già da sempre “aperta” prima e al di qua delle nostre capacità di specificarne eventualmente il nome.
    Il Vero è l’Intero che a noi si offre in quanto siamo liberi (grazie alla scienza o alla sapienza, non importa) di “entrare” in risonanza e partecipare alle infinite variazioni di quel «raggio dell’alta luce che da sé è vera» (Paradiso, XXXIII, 53-54).

  11. Trovo molto pertinenti queste riflessioni di Davide sulla metafisica della luce, il cui oggetto specifico sono Dante e la cosmologia dantesca, ma anche le connessioni tutt’altro che avventate con la fisica moderna, in particolare con la cosmologia relativistica. La luce in relatività ha in effetti uno status privilegiato, la sua velocità è limite e invariante, per cui risulta quasi anomalo pensarla come una sua proprietà, visto che non si compone con le altre velocità ed è, il principio della sua invarianza, il fondamento logico-teoretico dell’intero edificio relativistico. La metafisica della luce, a cui è ispirata L’anima sinfonica, in cui ogni riga risuona dell’armonia meravigliosa inquietante del Tutto emanato dall’Uno, era un’intuizione che avrei poi ritrovato ed esplorato in forma diversa nei miei studi scientifici, scoprendo, per quanto i profani siano poco propensi a crederlo, che ogni teoria, per quanto strutturata razionalmente, è fondata su postulati metafisici, che possiamo solo accettare, senza poterli spiegare. Non esiste risposta alla domanda sul perché hanno una certa forma: possiamo solo ammetterne la verità e testarne le conseguenze logico-empiriche: ovviamente nessun edificio teorico è inconfutabile e una nuova teoria può essere costruita su postulati più fondamentali della precedente, ma occorre riconoscere che la razionalità, nella sua essenza ultima, si fonda sul miracolo dell’essere le cose come sono, sulla luce del Logos che risplende in sé, in cui la Fonte, del tempo, del pensiero, della molteplicità diveniente delle forme, si presenta come inaccessibile e inconoscibile per l’intelletto finito. In un certo senso il mio cammino, inizialmente mistico-metafisico, si è saldato con la consapevolezza sorprendente dell’essere metafisica anche la scienza nei suoi fondamenti ultimi, cosa che, come ogni profano, prima di studiarla non sospettavo nemmeno.

    Non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero. In questo senso è significativo questo passo dell’Itinerario verso l’Ultimo, la seconda sezione de L’anima sinfonica: un riverbero metafisico, in cui risuonano sia Dante che Giordano Bruno.

    Alto stupore

    Alta stasi l’universo, corpo chiuso.
    Alto il pensiero, nel tutto diffuso.
    Alto il volo, nell’Uno smarrito.
    Alto il battito, al centro scandito.

    La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
    Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
    Il tempo scorre in un moto che confonde.
    Il senso si disperde, come polvere svanisce.

    Il cosmo-pensiero rinnova l’armonia prestabilita che come musica si intona, ramificandosi sinfonica.

    L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.

    L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
    Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.

    Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
    L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

    L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

    Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

    Si chiude come un fiore.

  12. bellissimi questi tuoi versi, Claudio! Riscrivo gli ultimi sette, devono entrare dentro l’anima del lettore e restare lì, per sempre:
    “Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
    L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

    L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

    Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

    Si chiude come un fiore.”

    Complimenti di cuore, Claudio!

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