ascolti amArgine: Emidio Clementi Notturno Americano 2015 (Santeria / Audioglobe)

Dopo la quarantina, quando si diventa troppo giovani per morire/troppo vecchi per il rock’n’roll, si diventa più sensibili alle foglie e alla poesia. Quella vecchia, ma saggia, puttana che è la poesia. Quella cosa che nessuno sa meglio definire, ma interpreta, adatta, adopera. Finisci anche per arrivare a distinguere il paroliere dal poeta, uhm… progressi su progressi. Poi cerchi per due anni un disco di Emidio Clementi, ex Massimo Volume, finisci che lo trovi e finisci per ascoltarti le poesie di Emanuel Carnevali.

Cito la recensione di Michele Palozzo da http://www.ondarock.it/recensioni/2015_emidioclementi_notturnoamericano.htm

Emidio Clementi Notturno Americano 2015 (Santeria / Audioglobe)
La mente e il cuore di Mimì hanno sempre guardato all’America. Vede e non giudica, non ridimensiona, non politicizza – malattia tutta italiana – lascia che il racconto si difenda da sé, ove possibile. Votato ai maledetti, ai reietti e agli infami, il suo occhio dimesso e compassionevole è lo stesso di Edward Hopper, Capote, Carver e Shepard (indimenticabile la sua lettura di “Motel Chronicles”). Ma è il fantasma di Emanuel Carnevali ad averlo inseguito tutta una vita, portando sui palchi “Il primo dio” con i Massimo Volume e sempre lasciandosi ispirare da quel decadentismo apparentemente ingenuo ma forse, in verità, il più autentico e dolente.

America! Quasi riuscisti a schiacciarmi, ma io ogni tanto mi rimettevo in piedi. […]
America! Non sono mai stato forte abbastanza per farti una vera ferita.

In ogni frase di Carnevali rimbomba lo schianto dell’American dream contro il muro della realtà. Il suo viaggio oltreoceano diviene da subito un calvario, scandito da una sequela infinita di pidocchiosi lavoretti da cameriere, lavapiatti, addetto alle pulizie, la miseria più nera soffocata dentro stanze ammuffite e infestate da cimici. New York, “sogno di chi non sogna”: vagando per strade luccicanti o scurissime, come gironi al confine tra inferno e paradiso, il giovane Emanuel sopravvive soltanto grazie all’ormai scomparsa istituzione dei free lunch-counter, bar che offrivano pasti per accalappiare nuovi clienti.
È il ritratto nudo e senza sconti di un’America spietata, che non lascia scampo a chi intende affrontarla da solo, disarmato: Carnevali le si rivolge come all’immagine personificata di un Padreterno crudele, cieco e sordo di fronte alla sofferenza di un suo figlio disperso (“Se tutte le ore che ho passato in camere ammobiliate potessero diventare dure come grani di rosario, esse formerebbero le note di un grido senza fine, che, forse, raggiungerebbe le orecchie di Dio”).

La scarna sonorizzazione è affidata alla chitarra di Corrado Nuccini e al violino di Emanuele Reverberi, entrambi dai Giardini di Mirò: fotogrammi sbiaditi di un notturno novecentesco, capaci di esercitare un enorme effetto anche quando non ci facciamo troppo caso, rapiti dalla morbosa crudezza della narrazione di Clementi. Da sempre il suo stile non cede a sensazionalismi, trattiene a lungo la rabbia e lo sconforto per poi lasciarli traboccare ne “I camerieri”, delirio grottesco solcato da un intreccio melodico dilaniante.
Le venature elettroniche di “Chicago”, controparte inerte della rutilante metropoli, sono la prima avvisaglia della pazzia incipiente di Carnevali, che d’un tratto vede “saltare l’interruttore nella macchina della realtà”. Disilluso anche in amore, la sua “Chanson de Blackboulé” è un sommesso slowcore da bettola suburbana, la patetica dichiarazione di un outsider sottoscritta da fiati in stile Antlers.
Come il prologo, anche il finale è una sequenza immaginata da Clementi: l’esibizione al Playhouse di Milwaukee, un locale per bevitori annoiati e oratori in cerca di attenzione; è qui che il poeta va incontro alla sua sconfitta, tra lo stridore di corde tormentate, e come vittima sacrificale – in nome dello “splendido luogo comune” – prorompe alfine nella più banale delle canzoni napoletane. Sipario.

Emanuel Carnevali “accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa”: al rientro in Italia seguiranno vent’anni di malattia e ricoveri, nel 1942 la morte a Bologna. Con “Notturno Americano” Clementi conferisce al suo alter ego di lunga data – del quale condivide le iniziali – e alla sua tragica esistenza, tutta la dignità umana e letteraria che merita. E davvero, c’è forza nelle loro parole.

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9 thoughts on “ascolti amArgine: Emidio Clementi Notturno Americano 2015 (Santeria / Audioglobe)

  1. Bello. Due registri, due linguaggi, che diventano uno, perdite voraci lungo la scia-sciarpa di ritmi di epoche altre, un walzer lento, un tango-bolero pressante e inceppato. Un accompagnamento all’ombra.

  2. ed eccola in musica e poesia la splendida pittura di Hopper, grande interprete di una merica (lo scrivo dal mio sud e nel modo del mio sud) che, alla fine, di spietato e grande ha solo una inaudita solitudine che mette fretta, determina rincorsa, come i cavalli in curva nella gara, per giungere sempre a qualche traguardo traguardato poi mai in maniera obiettiva… Qui mi piace molto: ” Carnevali, che d’un tratto vede “saltare l’interruttore nella macchina della realtà”. ” ed Emanuel Carnevali mi ha incuriosito ed attratto su tutto e cercherò di lui… E a Flavio cosa dire se non un grande grazie per le sue proposte che sono reale arricchimento?

  3. che dire se non che rimanere frastornati è una sensazione di grande piacere. Ottimo tutto!
    Quanta grazia e malinconia, un connubio che mi porta lontano, che mi fa pensare alla poesia come a una panacea, a qualcosa che dirime, inghiotte e che ti lascia a stento. Trovarsi e ritrovarsi in questi versi è facile, difficile lasciarli. Grazie Flavio

  4. Ritorno dopo una seconda lettura e aggiungo che la voce narrante si avvicina molto a quella di Giovanni Lindo Ferretti, anche per quella sua “rabbia gentile” che si percepisce ad ogni nota, soprattutto nella meravigliosa I camerieri. Quasi un grido, una esposizione a dir poco avvolgente!

  5. questi abbinamenti musica e parole sono a dir poco splendidi, e la poesia è da brividi: molto teatrale, viscerale, performante, densa di pathos e di una introspezione lirica, la quale diventa racconto delle nostre visioni…
    Concordo con Sarino: “i camerieri” ti entra dentro e ti coinvolge.
    Bello il blog… Un grazie anche a “Vengo dal mare”…

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