flash poetry: un freschissimo inedito di Stefanie Golisch

è un piacere poter proporre questo inedito “che migliora la vita e le persone” dell’autrice e studiosa Stefanie Golisch

Il mio vicino di casa

La vita è terribile. Io ho deciso di trovarla bella.
Bohumil Hrabal

Appesa alla corda del bucato mi
saluta la vita del vicino di casa:
una camicia da lavoro e una della
domenica, una canottiera color
marroncino, una salvietta a righe
bianche e blu e uno strofinaccio.
Mancano le mutande che immagino
dello stesso colore della canottiera.
Si sa che odia i gatti e probabilmente
anche gli uomini e, più in generale,
tutto ciò che è vivo e potrebbe, più
avanti nell’anno, fiorire
fensterblick-januarmorgen

nomi comuni di cosa

tecniche pionieristiche
fanno sembrare moderni
fogli autunnali già morti,
lasciati alla bontà degli archivisti
alle ante dei loro armadi
riempiti a nomi comuni di cosa

Cucchi, Aldrovandi, Bianzino,
si voglia in caso accertare
se siano morti davvero

(certi bastardi sono poliziotti)

mediocrità è perdersi all’ombra
di un crollo, più giovani i corpi
e più flessibili sono, guariscono
incassano meglio l’offesa
fanno rabbia quei recuperi
e non ci si diverte più

(certi poliziotti sono bastardi)

serve maggior fermezza,
più giusto è un solo colpo,
colpire al cuore risparmiando
sul monte straordinari
sui preventivi e le assoluzioni
perché il fatto non sussiste, poi
alette di pollo e coca cola

i tuoi cucirini

Cucivi, cosa fai adesso?
L’Impero non c’è più,
rimane retro gusto morbido
sulla terra rotta,
il piacere di non sapere.

Tieni in disparte
i piaceri auto inflitti,
metti via
i tuoi cucirini.

Stasera non si torna a casa,

lasciata l’austriaungheria
civile e abbattuta,
riposta la poesia
sugli scaffali più alti,
dove i bambini volteggiano
ma non sapranno arrivare.

E poi sembra

ma non è domenica,
sarà l’ultimo giorno
ma non può essere,
perché è domenica.
carlo-i-daustria-casa-imperiale-daustria-uniforme-di-corte-incoronazione

Narda Fattori, un saluto

la poesia ha una luce in meno

Stai parata

Non ho udito ancora il frinio delle cicale
né le sorelle lucciole si sono accese

la vita che appare e dispare ogni alba
fa più scollate le vesti delle donne
che rendono le attese rosse di sangue
tingono come una milonga di tanqueria

e la menzogna seghetta come un coltello
frantuma come un martello cerchia
anche l’osso lo sparo a due metri

non cessare d’amare sorella non cessare
ma stai parata come la legione romana
a tartaruga contro la cavalleria.
narda2

I Am Offering this Poem di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

il lavoro del traduttore, faticoso, oscuro, un omaggio a quella grande filologa e traduttrice che è Stefanie Golisch

La poesia e lo spirito

japanische-kinder

I Am Offering this Poem

I am offering this poem to you,
since I have nothing else to give.
Keep it like a warm coat
when winter comes to cover you,
or like a pair of thick socks
the cold cannot bite through,

I love you,

I have nothing else to give you,
so it is a pot full of yellow corn
to warm your belly in winter,
it is a scarf for your head, to wear
over your hair, to tie up around your face,

I love you,

Keep it, treasure this as you would
if you were lost, needing direction,
in the wilderness life becomes when mature;
and in the corner of your drawer,
tucked away like a cabin or hogan
in dense trees, come knocking,
and I will answer, give you directions,
and let you warm yourself by this fire,
rest by this fire, and make you…

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l’incarico del musicista

ricominciare
adolescenti senz’armi.

Religioni orfane di Dio,
bottiglie, anche le bambole
vorrebbero padri protettivi
pronti ai piccoli rimbrotti,
finestre aperte e felici,
ombre abituali

che rinnegano.
Perché non danno ombra
un cancro le mangia,
si addestreranno al precipizio,
il giorno dopo la partenza
un incarico al musicista
non la negheranno più.

Stanche rinviano il riposo
alla prossima estate
in un bagno fuorimano,
il petto non farà più male.
Nascondono gli occhi,
sottili fessure,
sotto lenti affumicate
caorle

Luigina Bigon, essere poesia

Essere poesia, essere poeta, quindi viverla, è un momento forse fuggevole, ma legato indissolubilmente a una creatività che muove e tormenta. La poesia si incontra ovunque, basta saperla riconoscere. Poesia nitida quella di Luigina Bigon, riconoscibile, oserei aggiungere bella. Perché alla poesia chiedo anche, e soprattutto, bellezza ed emozione, e qui traspare.

Luigina Bigon è nata a Padova, dove vive. Ha lavorato nell’ambito dell’alta moda, e sue creazioni sono esposte nella saletta egizia del Museo della Calzatura Femminile di Villa Foscarini Rossi di Stra (Ve). Ha pubblicato le sillogi Barattare Sogni; Lucenèra; i poemetti Cercando ‘O’ e Diacronicità tradotti in inglese. Promotrice e curatrice di varie antologie poetiche, fa parte del Gruppo Letterario Formica Nera di Padova ed è stata cofondatrice del Gruppo Poeti Ucai di Padova. Sue liriche sono state tradotte in inglese e pubblicate sulle riviste newyorkesi “Chelsea” e “Gradiva”.

I VUOTI DI CARLITO

Spazi il bianco eterea notte
vuoti spazi senza tregua gratti
stronchi nell’assenza fosso senza
sponde, nebbia affanno ruggi
tremi, mani avide senza luogo,
dimensione senza vento, sbavi
sfianchi raspi disfi inconsci
stringi arranchi senza agganci
svieni nella pozza senza tempo
smorto e lungo come il sonno
nell’oltre sosti senza dimora.
luiginaMORDO LA MELA

New York è un’immensa cattedrale
la sua gente vola,
la luna parla per enigmi
il vento urla sulle vetrate
fischia sui davanzali.
Manhattan sveglia le ore.
Ho lasciato la penna nel cassetto
un lume dietro alla porta,
il foglio bianco disteso sul letto
come una vestale.
Mordo la mela
lo scoiattolo goffo
le donne grasse,
rimbalzo senza costume.
Qui i cavalli hanno messo le ali
sento il nitrito alzare la prora.
Accelera, accelera pedale
rimonta canta avvampa
non temo il fischio del tempo.
Luccicano gli asfalti
ronda il vento a basso tono,
sono al quarantaduesimo piano
svolazzo tra le ombre dei grattacieli.

BLUSBUGHIVUGHI

Chicago in blues Chicagooo!
ritmo che ritorna
voce suonatori suono.
Passo dal soft sincopato
al piede che batte,
riempio la misura
il regolo
il tempo
Accanto a me lui – luiii i i (ginaa!)
la vena
il vino
(bevo caffècofi)
e tu che ti misuri
al ritmo di un interno
americano
tavolini libri musica
boy bicchieri book
familystore
un basso due chitarre elettriche
due cantanti
e la spinetta.
Rigiro il bicchiere
sorseggio
respiro
mi lascio vivere
ritratti alle pareti
foto in bianco e nero
batto il tempo
teenagers sul sofà.
Oltre le vetrine
insegne rossealneon,
l’avenue che svetta nella notte.

NOTTURNO LONDINESE

Questa notte Londra è più lugubre del solito
con quei suoi angeli neri,
li ho visti volare dappertutto
poi scendere con il paracadute.
Le sirene gridano lungo le corsie di sinistra
le auto saltano sui corpi morti degli sbirri,
un ton-ton che sferra l’asfalto
e lo ingrigisce più delle catene.
È un labbro opaco che si sporge
una carezza di corvo l’ala
un gracchio di rana il canto.
Le auto roteano incurvandosi
insieme alle bow windows vittoriane
un barocco quasi quasi cimiteriale
con i giardinetti pieni di sterpi
e cose vecchie. Londra dei gentelmen
riposa sotuosa intorno a Piccadilly Circus
là dove tutto è massimo fulgore, ma qui
in questo quartiere riposa il terzo mondo
che ancora sorride e fa pena.
Chissà dov’è la verità, forse a Brixton
insieme agli afro così poveri, ricchi di dignità.
Anche la mano si è fatta nera, fa paura.
La testa si sgretola come un vaso di cotto
il corpo si ritrae istintivamente.
La notte è lunga.