Saluti da Bologna

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In una città sull’orlo di una crisi di nervi e piena di polizia in assetto anti sommossa, qualcuno a Terre Rare leggeva poesia.

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2 thoughts on “Saluti da Bologna

  1. Harvey Thompson

    maltempo maledetto mare
    in tasca chiavi e monetine,
    caramelle insolventi,
    vecchie canzoni
    suonate a giorni dispari
    sulla strada senza peso,
    nemmeno singole azioni,
    a voler perdere un cappotto
    che tintinna pioggia
    e odora di caffetterie
    dove fumo mio malgrado
    sotto il divieto,
    e non ostante
    ho voglia di crepuscolo
    altri viaggi,
    e di prendermi a schiaffi

    poco importa

    A certi orari la vita corre lenta
    non c’è ragione per posare il mento
    sul petto di chiunque,
    i corpi si aggiornano
    hanno voglia di andare.

    A certi orari viene voglia di resa,
    mani alzate o riga sotto
    ironia della danzatrice
    poco importa, una resa
    il pentagramma sa tutto.

    Secche strade ore viscide
    non c’è posto per mangiare delicatezze
    e altro, girare a caso senza incontri
    non so perché, la vita è molto jazz
    l’affido al cuoco.

    Lunga quiete

    l’Io Narrante incespica e cade.
    Il giorno è talmente perfetto da sembrare vero, ma chiedo ancora come abbia potuto cadervi dentro. Sogni e grida silenziose non agitano la lunga stasi stordita alla foto rimasta a riposo in quarant’anni di delizioso bianco e nero.

    Bessie Smith è seduta sul predellino dell’auto, una Dali’s car dell’Ottantaquattro con autoradio di serie a musica obliqua. Fosse stata autentica non sarei qui, e gli artisti attrazioni da circo, il mangiare migliore.
    Un buon pasto allieta il cuore. Invece Sonny Rollins accelera, ma senza più ritrovare l’ebbrezza di un tempo. Tutto quanto è fumo di nubi spiovute dal cielo.

    La carta fotografica Ferrania è talmente opaca da sembrare asciutta.
    Il suo processo di beatificazione venne momentaneamente interrotto nel sangue, quando Germaine Dulac decise che quella fosse l’ora più adatta per stravolgere filmicamente la recitazione notturna di Antonin Artaud. Altro bianco e nero, altro soffrire di fronte a un’incomprensione

    e alla perfezione del cadervi dentro,

    cellula procariota che tutto irride e rifiuta. Quando guardò passare la vita dal punto di vista dell’osservatrice, non seppe cosa in realtà fosse o fosse stata. Vide soltanto alberi, animali, persone, ricordi spuntati, libri. L’ordine con cui li vide avvicinare, e poi dosslvere, non possedeva il ritmo consequenziale del lavoro retribuito e organizzato su scala gerarchica.

    Solo volti, odori, che mescolati resero la narrazione arruffata e umorale. Germaine interpretò a modo suo il risvolto onirico dell’ostrica, senza che per questo nessun prete potesse schiuderla. Qualcuno fu presente al momento della nascita. Prese forma nel momento più confuso della Storia. Terzo pianeta, secondo millennio, terza decade dell’ultimo secolo precedente la globalizzazione.

    Alcuni, i più, appresero l’esistenza soltanto il giorno della loro morte.
    Mitizzarono il Morso sotto forma di rimorso. Lesioni che diventarono un evento rituale vero e proprio e, mano a mano che la Dali’s Car consumava il suo tragitto, tutta l’Età dell’Oro a cofano sigillato e garantito, sui suoi sedili posteriori veniva definito l’incesto.

    Ora, dopo molti anni, è netta la sensazione di trovarsi in un paese straniero.
    Estranei non perché lo siamo, ma conseguenza del naturale svolgimento della vita, che ci sorprende soccombenti, io e noi, protagonisti di giorni senza nome.

    Soltanto se fossimo veramente ricchi, potremmo dividere con chi abbiamo intorno, ma noi, avanzi di paese straniero, ancora a lagnarci di quei pochi figli che non sappiamo crescere, dell’incapacità
    di non poter vantare altro dissimile dal dove siamo nati.

    Il mattino è avvinghiato a un vago sentore di odori posati di fresco. L’ora del risveglio scandita da guerre lontane, mai terminate. Un Cristo dagli abissi sia il benedicente abbraccio durante il dopocristo.

    Perché non sapevo essere suo figlio, se non quando nacqui che già se ne era andato.

    Cerco sempre indizi di un destino finito, avessi altro sangue nelle dita e forza nel fare non cremerei così quel ricordo su carta Ferrania, né correggerei l’accento grave sui miei scritti che prima erano suoi.

    Il buio è sempre inquieto quando fa freddo. La Grand Funk Railroad, soprattutto a notte fonda, è un fantasma senz’occhi. Aleggia preciso il ricordo di radio FM che trasmettevano rock spensierato. Noi come musica, I’m in love with a girl… quella capacità di decollare, volare senza paura di cadere.

    Poi abbiamo cominciato a uscire di strada.
    Forse, ma oggi ho avuto una conversazione vagamente surreale col barista cui chiedevo caffè liscio con latte freddo. Siccome ama il jazz e cambia i dischi nel locale, gli ho consigliato di ascoltare l’ultimo triplo di Tom Waits.

    Dapprima ha risposto che James Brown era morto due sere prima, la notte di Natale.
    Noi a messa, lui a crepare.

    Poi ha aggiunto che non c’era latte, perché il ragazzo col furgone non ha fatto la solita consegna,
    e ho bevuto caffè troppo tostato. Alle mie coronarie non è andato giù.
    Il ragazzo dei dischi è sparito, l’ho rivisto a sigaretta già accesa uscire da un altro bar cui aveva chiesto in prestito un cartone di latte. Il solito

    Un saluto prima di essere rapiti, rapire, rapinare.
    La lunga agonia termina con il convenevole stucchevole.
    Fosse anche un’iniezione letale, ma
    non vale lasciarsi senza averlo fatto.

    L’Io narrante si rialza sbucciato, è un Tu narrante adesso, ascolta. È così che a volte si ritorna sul luogo del delitto con una Dali’s Car modello base. A margine del quotidiano si può anche scrivere, e feci così.

    Sono certo non fosse politicamente corretto riempire quanto rimaneva candido su una pagina di giornale coi primi tentativi di decollo.

    Nei Sessanta sembrava si potesse fare tutto, anche cambiare stato alle cose.
    E noi bambini a correre dietro un cane dalla vita breve.
    I pomodori rubati e addentati in orti cittadini sembravano il sole. I
    l pietrame dei cortili ottimo materiale da costruzione, e un bastone Excalibur.
    Più vivo e più mi allontano da una serie di ricordi talmente profondi da sembrare afferrabili. Rivivibili.
    È così che torno a far strada alla mia penna in un ginepraio d’essere tralasciato.

    Consiglio vivamente le autorità municipali di utilizzare la musica di Glenn Gould e quella di Keith Jarrett quale sottofondo ideale per chiunque voglia visitare il cimitero del Capoluogo.

    Discreti altoparlanti a volume contenuto sarebbero soddisfazione per chi volesse ritrovare i propri ricordi in fondo a qualche incisione.

    Nulla di simile se non negli attuali ipermercati.

    Ora desidero dormire,
    ritrovarmi un poco dentro questa lunga quiete
    .
    a chi ho intravisto, incontrato, perduto

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