Le veglie di andromaca

L’armatura morta indosso
definisce ruoli
occupante e occupato
stretti nel proprio angolo ottuso.

L’attesa è sorprendente, viva.

La folla mostra i muscoli
a un paese marcio,
la folla è paese,
pestilenza gli eletti.

A che pro restituire
un tratto di vita al vento
avere giorni e non averne,
quando le nuvole
si fidano e non sanno.

I soldati battono
le mazze sugli scudi, suicidi
bruciano la bandiera
e qualche fiore intrepido
vegeta fra i mattoni.
I colori non sono fede,
appuntano profumi
su questa tortuosità breve.

Mi hanno scoperto il diabete,
dice Principessa al suo re
prendendo freddo insieme ad altra gente,
preferisce plastica senza occhi

al dialogo diretto
alla democrazia dell’interlocutore.
Il pubblico non ha doti
metalinguistiche e in privato lamenta
l’inciviltà dei propri amori,
il costo esorbitante dei divorzi.

Il vicinato irride il giallo vangogh
di molte facciate, cui ricorda
letti lungo degenti coi materassini
da mare, ferite alla schiena
da frammenti di conchiglia

qui si ondeggia instabili,
ma non si sente il mare.

Vedo la rondine infilzare
la punta di un salice
proseguire beata
il suo pasto di zanzare
e con molta non curanza,

scoprirsi termine di corsa
agghindata all’evento
in pose da urlo strozzato in gola
dove, riposino in pace
ogni concetto,
l’occasione di non avere trovato
aspirazioni nelle pietose braccia
di andromaca

dice, rimani
e resto qui senza osservare.

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3 thoughts on “Le veglie di andromaca

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