Flavio Almerighi SEI POESIE INEDITE SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

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(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’utopia (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U

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16 thoughts on “Flavio Almerighi SEI POESIE INEDITE SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

  1. Giorgina Busca Gernetti

    20 aprile 2015 alle 11:27

    Il carattere schietto dell’uomo Flavio Almerighi traspare dal dettato sobrio, scarno, talora mestamente ironico della poesie sul tema dell’Utopia o del Non-luogo. La realtà concreta è deludente, quindi, nonostante il desiderio di “un po’ d’infinito”, per il poeta tutto è Non-luogo o assenza di Luogo ottimo ove la vita possa essere meno amara.
    Non certo per caso nella poesia “Nessuna tonalità epica” Flavio Almerighi ha scritto: “inoccupato dal mestiere di vivere”.
    Il grande Cesare Pavese intitolò il suo diario “Il mestiere di vivere” poiché era convinto che l’uomo non potesse/sapesse vivere per capacità innata, ma dovesse imparare a vivere come si impara un mestiere, giorno per giorno, con fatica e spesso con sofferenza.
    Un passo di questo diario mi pare si adatti alle poesie di Almerighi: “L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne. Il tremendo è che, non sapendo ‘quid sit veritas’, sappiamo però che cos’è la menzogna”.
    L’Utopia e il Non-luogo di Almerighi consentono solo questo tipo di vita, in cui non trova posto la certezza della Luce, del Bene, del Bello, del Vero.

    Giorgina Busca Gernetti

  2. antonio sagredo

    20 aprile 2015 alle 11:42

    Amore,
    cosa faremo dopo l’amore?
    (almerighi….)
    —————————————
    Cosa farà l’amore dopo di noi,
    ancora viventi?
    (sagredo 1968)

  3. Ivan Pozzoni

    20 aprile 2015 alle 14:18

    Confermo ciò che da anni, oramai, faccio: apprezzare i testi di Flavio. Trasparenza, chiarezza, concretezza:

    Facevo la Quinta quand’è morto Impastato,
    maggio e già era rigido inverno,
    stavo abbracciato a un grembo di rose
    finendo per pungermi e sanguinare

    di tutte le lettere scritte per niente,
    sono la più lunga, messo in bottiglia
    affidato al mare dal guscio di ceralacca,
    arrivo oggi che sono spaccato e vecchio

    e voglio per me un po’ d’infinito.

    Flavio non è un figlio di Caproni (la sua seria ironia lo farebbe sorridere): credo che – a differenza mia- ci risponderebbe “sono figlio di Almerighi”. Io, con ironia faceta, risponderei: “Sì: sono figlio di caproni. I miei hanno la quinta elementare. Dunque?”. Questa la differenza tra due diverse forme di ironia, che diversificano i nostri due modi di scrivere, entrambi incentrati sull’ironia. L’ironia amara, molto politica, di Flavio; l’ironia beffarda, molto etica, mia. Mi è impossibile esimermi dall’annoverare Flavio tra i miei compagni di ironia, insieme a Panetta, Simeone, Attolico, Amorese, et similia. Sostituiamo ad una categoria vuota, il “minimalismo”, una categoria viva e vivace: l’”ironisme” artistico.

  4. leopoldo attolico

    20 aprile 2015 alle 16:25

    Forse è meglio lasciare stare le parentele che occupano ciascuno di noi e sono imprescindibili ma non decisive . Credo sia decisivo – proprio in loro funzione – l’apporto ( il quantum ) di personale che ognuno sa “immettervi”. Poi sarà la stessa parentela a lusingarsi o ad accusare maldipancia .
    Almerighi – per quel che posso capire – non ha complessi o velati tutori / padrini ecc. , li dribbla ma non li dimentica , a volte “glielo manda a dire” ma con una souplesse colorata e intelligente . Insomma , il suo lavoro non passa inosservato : parlerei proprio di “ironisme” artistico come chiosa Ivan Pozzoni , merce rara anzichenò .

  5. Steven Grieco

    20 aprile 2015 alle 21:15

    Bello il commento di Giorgina Busca Gernetti alle poesie di Almerighi. Soprattutto azzeccato l’accostamento a Pavese. Le poesie le ho apprezzate moltissimo, le devi leggere più di una volta per penetrare quel distacco che fa da base all’accettazione un po’ dolorosa delle cose. Ma poi ti rendi conto dell’acutezza dello sguardo sull’uomo e sul mondo, e questo è sicuramente il dato più gradito per il lettore. Le ragioni del poeta tendono a sfarinarsi pur rimanendo intatta la struttura poetica, e anche questo è io penso un punto avanzato di uno stile. Economia e stringatezza del verso e del dire, non c’è niente e c’è tutto. Questo scivolare per un’Europa che sembra andare alla deriva… Complimenti!

  6. Giuseppina Di Leo

    20 aprile 2015 alle 23:17

    Trovo anch’io che il sano “ironisme” artistico di cui parla Ivan Pozzoni costituisca la cifra stilistica di Almerighi. Per una utopia non più agognata o impossibile, bensì visibile allo sguardo:

    Amore,
    cosa faremo dopo l’amore?

    Affretteremo l’eloquio, il piacere
    autentico. Finto che sia.
    Ci fermeremo
    come su celluloide la settima arte
    per rivederci più avanti a cose fatte?

  7. Lucio Mayoor Tosi

    21 aprile 2015 alle 8:52

    Tra quanti hanno scritto qui sull’utopia, Almerighi è tra i pochi che l’hanno nominata, almeno parzialmente. Per esteso è utopia politica, con il restante ideologico che approda in un delicato esistenzialismo fatto di ripensamenti e malinconie (rese più acute dall’ironia di cui si è detto). Il mio pensiero va a Ennio Abate e agli esodati del ’68, solo che Ennio scava diversamente, non già per recuperare quel tempo ma per trovare le ragioni dell’oggi. Ad Almerighi basta la frantumazione del quotidiano, lascia la ragione, vuole per sé Un po’ d’infinito. Forse un abbraccio. Questa frantumazione è resa evidente dalla scrittura che si svolge come cercando una messa a fuoco sul presente che pare un’astrazione, una sequenza di fatti irrilevanti dove piccole cose importanti dovranno pur esserci. Le trova, le vive e le descrive. A parer mio è buona e paziente ricerca che porta trasformazione. Complimenti.

  8. dimmibarbie

    21 aprile 2015 alle 11:54

    apprezzo l’essenzialità del verso, che però tutto non dice , lasciando porte aperte nell’anima del lettore attento, e disposto a seguire il filo sottile che congiunge realtà e sogno…

    Bellissimo lavoro,
    un saluto gentile,
    Barbara

  9. Sinceramente ed e una mia solo mia ignoranza: non ho capito molto.
    So solo che tu scrivi e ciò che scrivi mi piace.
    Un sogno, un bel sogno, che non finisca mai.
    Tra le parole e il cuore i sogni belli, infinitamente belli. Utopia? Forse.
    Ciao Flavio
    Bravo.
    Chiara

  10. Caro Flavio ora riderai o piangerai vedi tu.
    Con un pò di tempo (l’età) ho capito! Dovevo cliccare su View original per trovare le tue poesie.
    Ecco perchè non capivo i commenti.
    Scusa, ho fatto proprio una figura da sciocca.
    Ora:
    devo rileggere per masticarle meglio, però posso dirti che mi è piaciuta tantissimo
    L’ultima maggio 1978. Ho dei ricordi e tu , con questa tua, li hai rinverditi.
    Un sorriso
    e un abbraccio Chiara
    Ps: dimenticavo
    bravissimo!

  11. Giuseppe Panetta

    24 aprile 2015 alle 1:22

    Quando leggo i testi di Flavio so benissimo dove mi trovo, quale sia il tragitto che mi conduce , tra un velo amaro, qualche macchia di rammarico, un ciottolo di disillusione, una siepe di ideologia abbandonata se non addiruttura bruciata, e il sentiero della vita che scorre inspiegabilmente sereno nonostante tutto.
    Alle volte faccio un gioco con me stesso, quando leggo i suoi testi, come questa volta con due di essi che ho gradito molto, immaginando di sapere già come andrà a finire, e ci azzecco, so precisamente che arriverò alla chiusura rilassato e sorridente con il “delicato esistenzialismo”, di cui parla L. M. Tosi, come compagno di viaggio.

    GP

  12. Lucia Gaddo Zanovello
    28 aprile 2015 alle 20:17
    Almerighi Acuto e Arguto, ma pure Attento osservatore. Ed è una forza quando arriva a far ‘sculettare’ la zanzara, la ‘culex pipiens’. Troppo simpatica questa immagine.
    Sono poesie intense, in particolare la prima e l’ultima qui postate.
    “Quattordici poemi” mi piace parecchio, la trovo neanche troppo sottilmente venata di ironia e molto molto vera; amo anch’io le donne quadrate, e quadrate alla lettera, dentro e fuori. Ma i miei testi preferiti sono “Nessuna tonalità epica”, perché ci ritrovo, al contrario, tutto l’eroismo della quotidianità, specialmente quando la giornata inizia ‘scordata’ come la sveglia e, come accade spesso, ‘già fredda e patita’ e dove l’ambientazione è lo “stesso mare mai spostato” e mai nemmeno nel tempo “c’è sconto/ dopo l’inverno altro autunno”. E poi “La settima arte”, in cui mi ha colpito in particolare una domanda che pure io mi faccio spesso “Ci fermeremo/ come su celluloide la settima arte/ per rivederci più avanti a cose fatte?” Inoltre le immagini crude de “…Gli anni impiccati oscillano,” e “dentro qualcosa lasciato aperto./ Sbatte”, mi restituiscono senza ipocrisie o eufemismi la schiettezza della porzione (o pozione?) di dolore che ciascuno di noi ha in sorte.
    Esprimo il mio più vivo apprezzamento sia per i testi che per l’Autore.

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