neanche si fa sera

lei, neanche si fa sera
inseguita sulle tramvie a New York
perduta nelle lavanderie di Calcutta
segregata nei mausolei a Ravenna,
imprigionata dal profumo di caffè
ad annusarsi l’anima

lei, angoscia di andare a capo
spedita senza affrancatura
da un San Giuseppe in croce,
minorenne per sempre
vaccinata, atea
ferma ovunque sia
a dedicare una carezza

finito il sogno
di prendere a sassate il mondo
indugia sotto la doccia,

e voi, mani sporche d’inferno,
sarete l’ultimo componimento

L’istrice malinconia

Non diluvia – diserta
il reticolato nuovo
dove fratelli e sorelle
residuano affetto,
ostentano confidenza
dopo avere sempre perso
l’agguato della storia.
E cosa importa
coprirsi il ridicolo gridando,
se non è casa quest’acqua
e il freddo provoca
rigori perfetti e nudità.
Un tempo,
prima dell’istrice malinconia,
lasciavo ovunque
guanti e ombrello. No
non è stato buono l’anno

e le finestre, chiuse.

le mie scelte musicali

Dopo aver smesso di andare a pesca,
scuoiare animali vivi, fare teatro amatoriale,
ho trasmesso per 15 anni
in una emittente commerciale
rigorosamente di notte.

Le mie scelte musicali
facevano una per una infuriare gli ascoltatori.

Poi mi detti alla scrittura,
quando avrei potuto invece
scegliere attività più redditizie
come il traffico d’armi e d’indulgenze.

Generalmente ci si imbatte nei propri simili
soltanto quando se ne ha voglia o disperazione
sufficienti a riconoscerli.

Immacolata (poemetto sintetico)

all’inizio stavo a guardare,
continuamente
avresti potuto cavarmi parole,
vastità di parole

quanto ti ho voluta
svestita fino all’osso,
sono umano debbo appartenere

*

da crocevia perfetti
a sabbie mobili senza ritorno
fra divano e muro

Immacolata ti vedo alzare
ogni giorno crocifissa
sul quadro rugginoso
della camera da letto,

la tua bocca il seno
chiusi in cucina
dove i gatti si danno il cambio,
parenti dalla vita breve
pronti a saggiare resistenze
e pesci d’acquario.

*

Ti ho incontrata a luci accese,
il tramonto in agenda
gridava per non farsi sentire,
confinato sui rami
di un luglio qualunque.

l’autunno rendeva giustizia
con passo da parata senza scudo,
l’anima freddata d’amore
si rivelò la foglia più tenace.

Chiuse nello stesso letto
si guarderanno gli occhi
senza nemmeno ricordare
dove abbiano perduto le mani.

*

Il prato là fuori cresce incessante,
l’ultimo anno impigliato
a un interminabile aprile
i fazzoletti, coriandoli di quaresima
volati in terra senza toccarla

i dettagli sono straordinari.
Ho un dio attaccato al ventre
guarda fuori
con mani fredde, bianche.

*

Dimentica e torna
dove si entra soltanto
oggi e tanto tempo fa.

Dietro c’è la lavanderia
chiusa dalla porta a soffietto
calda come un ferro
per togliere le pieghe più tenaci
dopo molti baci.

L’amore non ha risposte
diverse da domande controvoglia,
i gatti fingono di ignorare i cani
fissandoli dalla vetta di un cippo,
succede

*

per ogni morte di croce
un sorriso
e quattr’ore di pioggia,
Zoe che tira il guinzaglio

UNDICI POESIE di Flavio Almerighi Procellaria Fermenti, Roma, 2013 con un Commento di Giorgio Linguaglossa e un Appunto dell’Autore

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

caro Flavio Almerighi,

ho letto con circospezione il tuo “Procellaria”. Che dire?, è un libro che non fa sconti e non vuole che il lettore gliene faccia, ha una abbottonatura, una sua chiusura, un suo modo di difendersi dai lettori improvvisati o superficiali, è un libro che non si dà facilmente, non si offre e non vuole offrirsi al primo casuale lettore. La prima poesia «Rosso d’uva» è davvero riuscita nella sua nuda crudezza, quella intitolata «Recessione» è un esempio di poesia, come si diceva una volta, impegnata, civile, tenuta su da un profondo sdegno, fatta di nervi scoperti e di umori repressi: c’è nello stile una visibile traccia della repressione ovattata e perdurante dei nostri tempi di recessione spirituale e stilistica, e lo stile tenta di ribellarsi a questa cappa di piombo che avverte attorno a sé. Procellaria è un libro che…

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summertime

Rino ai suoi tempi
fece il militare a nord est,
Fortezza Bastiani,
per fermare un’invasione
mai partita,

non era infermiere,
dopo il congedo
si fermò in polizia,
e solo per un anno
evitò il terremoto

in estate prese l’ordinaria
ma la singolare smania
tutta italiana per l’emergenza
lo fece scendere
dove non doveva,

finì su un camion
andò spostare macerie
senza sapere niente di chi
aveva fatto cadere
tutta quella roba.

Piaccia o no

Piaccia o no
se tutto è maggio
siamo in gioco,

e quale gioco siamo
quanto di te venero
afrori di radura
dopo un temporale?

Diventi molte chiese
appoggiate ai campanili,
le mogli ai mariti,
svettano sfidando
la meta stessa
di tante preghiere.

Nessuna che io sappia
potrà vantare meraviglia
di non essere
tornata indietro