UNDICI POESIE di Flavio Almerighi Procellaria Fermenti, Roma, 2013 con un Commento di Giorgio Linguaglossa e un Appunto dell’Autore

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

caro Flavio Almerighi,

ho letto con circospezione il tuo “Procellaria”. Che dire?, è un libro che non fa sconti e non vuole che il lettore gliene faccia, ha una abbottonatura, una sua chiusura, un suo modo di difendersi dai lettori improvvisati o superficiali, è un libro che non si dà facilmente, non si offre e non vuole offrirsi al primo casuale lettore. La prima poesia «Rosso d’uva» è davvero riuscita nella sua nuda crudezza, quella intitolata «Recessione» è un esempio di poesia, come si diceva una volta, impegnata, civile, tenuta su da un profondo sdegno, fatta di nervi scoperti e di umori repressi: c’è nello stile una visibile traccia della repressione ovattata e perdurante dei nostri tempi di recessione spirituale e stilistica, e lo stile tenta di ribellarsi a questa cappa di piombo che avverte attorno a sé. Procellaria è un libro che…

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16 thoughts on “UNDICI POESIE di Flavio Almerighi Procellaria Fermenti, Roma, 2013 con un Commento di Giorgio Linguaglossa e un Appunto dell’Autore

  1. pasquale balestriere
    5 dicembre 2014 alle 10:13
    Si comincia a leggere e pare che il percorso poetico vada facendosi a mano a mano non più complicato, ma più complesso. Non so se la disposizione sia casuale o voluta, ma a me sembra che i primi componimenti si caratterizzino per una più immediata e intensa nudità (anche verbale); successivamente si arricchiscono di ulteriori significanti e significati, d’effetti simbolici e talvolta surreali. Le immagini paiono nascere già ridotte in sintesi, ristrette in sé (o essenzializzate) dal poeta ancor prima di farsi parola. E, a proposito di parole, qui l’impegno (o l’impiego) verbale è quello che deve essere. Nulla di più. Voglio dire che ogni momento creativo è supportato dal nucleo di parole necessarie ad esprimerlo. Niente sbavature, ma nemmeno avarizia linguistica. Il discorso poetico risulta in tal modo compatto, efficace e completo nell’ ambito che l’ha generato.
    Pasquale Balestriere

  2. Giorgina Busca Gernetti
    5 dicembre 2014 alle 11:00
    “sleale da sempre
    so di non esserlo”
    Trovo questi due paradigmatici versi nella poesia “Ogni onesto predatore” a pag. 27 del bel libro di poesia “Procellaria”, composto nell’estate del 2012 e pubblicato nel 2013 da Flavio Almerighi, di cui una scelta è pubblicata oggi ne “L’Ombra delle Parole”.
    Flavio è un uomo leale, onesto senza cedimenti o compromessi di sorta, capace di dire con schiettezza, persino con durezza se è il caso, ciò che va detto, acuto nell’osservare la realtà in cui vive e nel denunciarne le storture mai con toni saccenti, sempre con obiettività disincantata.
    Questo profilo umano è insito nei due versi che ho posto come “incipit”, confermato dalla conoscenza virtuale ma sufficientemente profonda di Flavio Almerighi.
    Il titolo del libro e della poesia eponima, “Procellaria” (pag. 21), esprimono icasticamente non la poetica, ma la “ratio vivendi” del Poeta, fondata sulla dignità da difendere ad ogni costo, con una dura lotta in questo mondo così deludente. L’uccello marino il cui nome esprime il suo destino, come sostenevano gli antichi Romani con il motto “nomen omen”, affronta le tempeste anche più violente volando sempre contro vento, solitario per natura e per scelta, votato alla lotta dignitosa per vivere in un mondo avverso. “Difficile esercizio / la dignità (…) / ho il dovere di sorvolare / avvitarmi, colpire / senza esultanza per altro” dice la procellaria, cioè scrive il Poeta; “l’unica mia vita / è trovare altra forza / continuare a predare” per sopravvivere come uccello marino, per continuare a vivere come uomo, senza tuttavia esultanza se si deve colpire per non essere sopraffatti.
    Il mondo amaro e squallido di oggi come del 1945 a Berlino è perfettamente descritto nella poesia “La recessione” (pag. 28), con un linguaggio scarno, conciso fino all’avarizia di parole, scabro, pumiceo, ben adatto a rendere icasticamente i personaggi e le scene di una grande città come tante.
    Un’appropriata eco di Baudelaire, “la foresta / è una cattedrale”, apre la pregevole poesia “Incauta radura” (pag. 19), mentre la violenza di un accoltellatore e il sangue del protagonista che scorre sul corpo (non nel corpo) rendono crudamente attuale la prima poesia del libro, il cui titolo è un tocco di geniale pittura/metafora: “Rosso d’uva”. Un’immagine di vita in un terribile momento in cui “quanto silenzio – penso / mentre muoio // e mi sveglio.”. Era un sogno, un incubo, ma l’impressione che resta nel lettore è tutto quel rosso: di sangue o di succo d’uva?.
    Grazie, Flavio, per questo dono di vera Poesia. Grazie ancora per il libro che mi hai donato con una bellissima dedica.

    Giorgina Busca Gernetti

    Rispondi

  3. iole
    5 dicembre 2014 alle 11:25
    una poesia non mansueta, come fa notare Giorgio Linguaglossa. Ma forse la poesia non lo è mai, anche quando sembra dire proprio quel che dice.

    Ho apprezzato le poesie qui esposte- una su tutte La recessione – dove il taglio arriva sul finale, in quello “zoccolo infranto”.

    Rispondi

  4. Giuseppe Panetta
    5 dicembre 2014 alle 15:06
    Il settenario è il metro di Almerighii, delicato e incisivo.

    “col ghigno
    di un’acquasantiera”

    “Il silenzio è facile
    perché si anagramma meglio”
    senza consumare altra pelle”

    “scegliere il legno della croce
    sarà pura formalità”

    Poesia di respiro, da ascoltare.

  5. Valerio Gaio Pedini
    5 dicembre 2014 alle 17:16
    ho qui potuto apprezzare i versi di almerighi. Rispetto l’idea del suo non apprezzamento del suo lavoro o del suo dissapore per esso:da questo si misura la capacità di un autore umile e capace. io stesso ogni volta che rileggo ciò che scrissi prima, provo un certo dissapore. Possibile che sia proprio questo invece un sentimento profondo che ci lega alle opere? In questa opera di almerighi, che vorrei pur leggere completamente, noto una certa variabilità tematica. La sua apertura sta nella dimensionalità della sua chiusura. aprezzo la brevità e la rapidità ritmaca del verso, che sballotta tra l’ironico (sempre amaro) e il malinconico. si ravvisa ergo il periodo difficile dell’autore.
    Cordiali saluti.

    V.G.P
    (che può anche stare come Viscido Guardone Pirla, il che forse non sarebbe del tutto erroneo).

  6. Giuseppina Di Leo
    5 dicembre 2014 alle 20:44
    Le poesie scelte mettono in luce momenti differenti di una ‘gestazione’ non facile del dolore .
    Attraverso un capovolgimento dei termini, cosa che Linguaglossa mette in risalto, Flavio Almerighi passa da un sogno-rivelazione al racconto d’infanzia e, passando per zone intermedie, giunge ad arrivare ad un momento prima dell’inizio della sua metamorfosi. Mi sembra che non ci troviamo di fronte a una ‘discesa agli inferi’, quanto piuttosto ad una sorta di identità smarrita, alla quale si accompagna una voglia (forse questa sì disperata), di ripartire.
    L’io, in questo caso, non pretende alcunché, né si arroga alcuna presa di posizione; tuttavia, esso rappresenta il nodo centrale del racconto: un io del quale non si può tacere e verso cui il poeta deve tornare.
    Quasi sempre in poesia i poeti parlano del proprio io, la controversia nasce quando l’io poetico parla di sé come oggetto privilegiato e si dimentica della poesia. Nel caso di Almerighi questo equivoco non c’è, per cui il suo “io” è inserito in una sfera di significato ben preciso: esso si delinea in termini di responsabilità (“io non parlo mai al plurale / nemmeno di noi/ – Un ricordo d’infanzia).
    Ho usato prima il termine metamorfosi per dire del cambiamento, in effetti però per il poeta la procellaria si raffigura come simbolo della sua stessa condizione.

  7. Alfredo de Palchi
    5 dicembre 2014 alle 22:33
    Che esperienza e che differenza da parecchie letture su L’ombra delle parole. Esperienza,perché è la mia prima lettura di un gruppo di poesie di FlavioAlmerighi; differenza, perché è tra le rarissime migliori poesie postate su questo blog. Lo stile del contenuto, che include tutti gli ingredienti naturali per la creazione, è poesia. Stile che, come la procellaria, come Almerighi, è unico figlio benvenuto e benamato ma con tempi difficili, benvenuti per il risultato benamato.

  8. Lucio Mayoor Tosi
    6 dicembre 2014 alle 0:29
    Se la poesia è vita colta nei suoi infiniti aspetti, tra i quali è parte anche il pensiero, allora devo ammettere che Almerighi, stando almeno alle poche poesie che ho potuto leggere su questo blog, è un buon cacciatore: ne coglie molta più di altri. Questo dipende dalle numerose immagini che entrano nella sua narrazione. Stilisticamente però non si allontana molto, o abbastanza, dalla metrica tradizionale. Questo mi fa pensare che potrebbero esserci presto ulteriori sviluppi, di forma e contenuto che si riconoscono meglio tra di loro. Non so se è questo che fa dire ad A. del suo scontento. Non sarebbe quindi umiltà ma coscienza della ricerca.

  9. Ivan Pozzoni
    6 dicembre 2014 alle 2:21
    Ho apprezzato, sopra a tutto, La recessione, categoria di versi, sociali, che non disdegno mai, se registrano bene la società. E i versi di Flavio registrano bene la società, sono tutti sociologici, come i miei. Quindi, con massima umiltà di entrambi, evito ogni lode. Poi non dire che non apprezzo i tuoi versi: li apprezzo, li segnalo, li chiedo. 🙂

  10. antonella zagaroli
    6 dicembre 2014 alle 14:08
    Volutamente non ho letto i commenti prima di me perché questa poesia di Flavio mi piace. E’ poesia elettrica che si posa per darti forza e poi fa riflettere. Ci deve essere un errore di trascrizione al penultimo verso della poesia Condono.

  11. Ringrazio chi ha dato il suo tempo a leggere l’articolo, e per l’interesse che ha suscitato, tutti bravi, ottimi poeti, ma pur sempre addetti ai lavori. E’ come se a vedere un film andassero soltanto registi e attori, o a mangiare il gelato solo altri gelatai. La mia speranza segreta è pur sempre quella che la poesia non rimanga per sempre confinata nelle stanze, nelle accademie a morire. Spero riesca a tornare in strada e a non essere più linguaggio per pochi. Di nuovo grazie.

  12. Ambra Simeone
    6 dicembre 2014 alle 15:05
    caro Flavio,

    finalmente sono ritornata in possesso del mio computer per dirti che le tue poesie mi piacciono parecchio. Ma quelle che mi hanno più colpito sono: poesia?, la camicia nuova e la recessione. Poche parole ma spero bastino a te… a me basterebbero! 🙂

  13. Alfredo de Palchi

    6 dicembre 2014 alle 18:20

    Gentile Amerighi, gli addetti ai lavori più o meno leggono, non tutti i libri di poesia, che sarebbe impossibile; i pochissimi lettori e non addetti ai lavori
    preferiscono non intervinire per numerosi motivi, ma sopratutto per non
    intrappolarsi in discorsi nocivi alla poesia. Non è un commento originale,
    ma dice quel poco che realmente accade.
    Per esempio, il mio libro Paradigma-Tutte le poesie 1947–2005 (2006), dopo un anno, l’editore mi informam che ne ha vendute, nonostante il libro fosse in distribuzione, circa 50 copie. L’editore era desolato e spiacente, invece io gridai successo. Piccola storia ma incoraggiante se lo scrittore poeta non si abbatte. Allora, coraggio a Flavio Almerighi e ai poeti addetti ai lavori.

  14. Antonio Colandrea

    9 dicembre 2014 alle 9:25

    “Il giorno di vetro” un quadro scarno, che non emoziona. Non c’è eros, benché il soggetto sia nudo e di fronte a uno specchio che dovrebbe amplificarne le forme,forme che però, sono legnose, rigide. I fiori rappresentati “bianchi gigli” dovrebbero rappresentare appunto la purezza ma manca la grazia del movimento femminile. Parlo del quadro e non delle poesie,caro Flavio, non per fare l’originale a tutti i costi ma perché mi ha colpito l’abbinamento che ho trovato pertinente e non casuale. Le tue poesie hanno la stessa consistenza, rigide, legnose, essenziali ma con una forza necessaria nel rappresentare la realtà attraverso le sensazioni dell’Autore. La poesia, è quell’immagine riflessa, parte inconosciuta del poeta. Il soggetto in primo piano non la vede, la vedono i lettori e comprendono di lui cose che a volte neanche il poeta conosce a pieno, nello stesso tempo, riconoscono se stessi specchiandovisi. È un sasso la poesia, una pietra che il poeta lancia, rotolera’ fino a raggiungere colpendola qualcuno, potrà fargli male o solleticarlo,in ogni caso lo farà pensare.
    Ciao, complimenti e grazie.
    Antonio

  15. Marisa Papa Ruggiero

    9 dicembre 2014 alle 12:08

    Almerighi, ho molto apprezzato le tue poesie. La “stoffa” con cui tagli cuci e disegni figure, forme, sagome sceniche, per originalità e naturalezza è preziosa; intuisco che ti è pienamente congeniale questa cifra così essenziale, magari un po’ “scarna”, ma autentica. La sento permeata di sana e pensosa consapevolezza per tutto ciò che ti circonda, per questo convince e fa riflettere; spero che tu rimanga fedele a te stesso, che non ceda a nessun manierismo, non lo crederei possibile, tra l’altro.

  16. il golem femmina è-Met(h)

    9 dicembre 2014 alle 23:07

    Eppure i tuoi versi non mollano mai, sono tesi, saranno anche a luci cupe ma non si arrendono, perfino quando mostrano le piaghe. Entri ed esci, – soliloqui, colloqui, mono-voce, plurali sociali – il silenzio è facile per un’anima che si interroga continuamente, (e di tutte, è la poesia che prenderei per me e imparerei a memoria, se mai potessi segnalare la preferenza personale). E’ forse il dovere di chi è “concepito per caso” portare la propria agnizione fuori, alla Terra che non ci ama così tanto. La poesia può essere l’utensile duttile ma solo nelle mani di un poeta. (E scusa il ritardo…)

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