Buio, niente finale
non si sa mai se sia un capogiro
o il luna park di pentecoste
quando i telefoni non funzionano
e parlare impossibile,
magari ci si può abbracciare forte
come cinquant’anni fa il crollo
di un camino in braccio
a mia madre, o pensare
com’è essere soli quando fa buio
e non si sa a Finale
lieto o brutto non si sa che sia,
non si sa dei cani
della meccanica di precisione
quando l’aria è uno schiaffo
e la fortuna una gran puttana.
le veglie di andromaca
L’armatura morta indosso definisce ruoli non solo pena che di vivo ha orrore in angoli di frenare ottuso. L’attesa è sorprendente, viva. La folla mostra i muscoli a un paese marcio, la folla è il paese, la pestilenza gli eletti. A che pro restituire un tratto di vita al vento, quando le nuvole si fidano e non sanno. E i soldati battono le mazze sugli scudi, suicidi bruciano la bandiera e qualche fiore intrepido vegeta fra i mattoni I colori non sono fede, appuntano profumi su questa tortuosità breve.
Mi hanno scoperto il diabete, dice la principessa al suo re, prende freddo insieme all’altra gente, preferisce plastica senza occhi al dialogo diretto, alla democrazia dell’interlocutore. Il pubblico non ha doti metalinguistiche e in privato lamenta l’insicurezza dei propri amori, i costi esorbitanti di un divorzio. Il vicinato irride il giallo vangogh di certe facciate cui ricorda letti lungo degenti coi materassini da mare, ferite alla schiena da frammenti di conchiglia qui si ondeggia instabili, ma non si sente il mare.
Vedo la rondine infilzare la punta di un salice con tante lire appese proseguire beata il suo pasto di zanzare e con molta non curanza scoprirsi termine di corsa, agghindata all’evento in posa da urlo strozzato in gola dove, riposino in pace, ogni concetto, l’ossicino di pollo, l’occasione di non avere trovato morte nelle pietose braccia di andromaca, preferisco l’ombra senza peso al fantasma della rondine processato in vece sua, mi dico rimani e resto qui senza osservare.
qui è Lontano su poetarum Silva
Aspettavi i miei occhi
Non piangete,
stasera niente cena coi soldi dell’affitto
da oggi sono statistica e non è colpa mia
è stato un incidente,
per riparare mi autonoleggio
non andrò più al mare
a ridere con le ragazze,
non è nemmeno dell’amministrazione
faceva troppo freddo, colpa di nessuno
una mattina senza gola e senza testa
il poco sole tutto per lisciare
la barba all’appaltatore, e si sa
certi chiari di luna
si scorgono fin dal mattino
io al primo turno, che si deve fare presto
e non importa una pressa sbiellata
della cisterna senz’olio, tu cara
aspettavi i miei occhi da così tanto tempo
che però non li ho più.
L’amico di Wigner di Giovanni Catalano
Non è facile parlare con obbiettività dell’opera di un Autore che sento affine e per cui provo una naturale simpatia. La seconda fatica letteraria di Giovanni Catalano “L’amico di Wigner” mi ha pienamente convinto della necessità di una Poesia che sappia incontrare il suo lettore. Nel caso specifico l’incontro avviene a ogni titolo a ogni lettura.
Il libro si compone di cinque sezioni, cinque fasi di avvicinamento distinte da un proprio sottotitolo (Abstract, Dal quaderno in rosso, La meccanica del punto, L’invenzione del fuoco, Afterimage). Cinque fasi di avvicinamento al punto nodale “dell’essere qui, ora”, perché, come dice il poeta
essere qui
e non altrove, non è questo
che fa di un corpo
un corpo?
E, in sua assenza, qual è il vero corpo di un poeta se non la sua poesia?
Una poesia molto gradevole al tatto della lettura e fin dal primo approccio, importante, sgorgata pura dagli occhi dell’autore. La lirica Lazzaro ne è caso esemplare, dodici versi, poche parole descrivono l’estrema uscita da casa del nonno composto nel suo feretro, e basta leggere per vedere.
Non mi dilungherò sui contenuti del paradosso di Wigner, ma se l’autore si identifica col celebre fisico ungherese, il lettore non può fare a meno di identificarsi con “l’amico”. Un amico comodamente seduto sulla “sedia del regista” a osservare un mondo lirico dalla stessa visuale di chi l’ha osservato prima di lui. Un film costruito con linguaggio spartano, essenziale, senza forzare nella ricerca di lemmi sorprendenti, e la naturalezza di un”girato” la cui macchina da presa è l’occhio del Poeta.
Giovanni Catalano vive a Milano città, ma fortunatamente sembra immune dagli autocompiacimenti a base di cortiletti interni, lezioni di piano e fermate d’autobus di molti altri autori della sua città, considerati per giunta affermati. Malgrado la sua giovane età, i lavori di Catalano possono essere paragonati per spessore, contenuti e maturità a quelli di un altro grande poeta milanese, Massimo Botturi. Insomma, trovo che L’amico di Wigner sia un gran bel libro, denso di poesia, ben scritto, significante, privo di qualsiasi autoreferenzialità, e consiglio a chiunque ami la Poesia di procurarselo, ne vale la pena.
L’amico di Wigner di Giovanni Catalano
Edizioni Lampi di Stampa, 2011
una certa dannazione
Cerchiamo nuove leve di poeti
pieni di sé un po’ cretini
ma pieni di talento, astenersi letterati,
siano pragmatici prosastici ribelli
aggiungano al talento la quota d’iscrizione.
Spedire il tutto in busta chiusa.
Allegare al documento d’identità
un piatto freddo di versi sussultanti,
la foto deve essere recente
e sorridente, magari ostentare
una certa dannazione
da far sembrare interessante
lo spicciolo di barba trascurata
sotto occhiaie non del tutto sfebbrate,
mani da donna senza fatica
e un personale lievemente palestrato.
Alla portata di chiunque
non di tutte, requisito è l’età
specie se all’opera prima,
l’opportunità di ricchi premi
e di campare su altri poeti
senza averne mai letto uno,
tantomeno grazie al cielo
senza scrivere altro, le donne
si nascondano non tanto (ma si veda)
dietro il tacco di un anfibio.
i poeti non contano
che la carne non torni
superata dai versi
lo dimostri da ieri,
addio Szymborska,
bentornata Szymborska
nel terzo millennio
che non respira
perché non ha più sogni
dov’è via vai di curricula
nell’instabilità fissa,
i poeti non contano
ancora sognano